lunedì 23 dicembre 2013

Natale 2013: Mario Rapisardi, "In vigilia nativitatis Domini"

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Natale 2013: Mario Rapisardi, "In vigilia nativitatis Domini"
 


Siamo stati sempre persuasi che il Natale, già Dies Natalis Solis Invicti Mithra e poscia giorno della nascita del Maestro in Israele assurto a Re dell'olimpo Cattolico, sia una festa della Luce. E la Luce è degli ultimi, dei più poveri, in ispirito e materialmente. Vera la frase dell'Unto, che serba il "regnum coelorum" per loro.

Miglior ricordo non può perciò esservi, in codesto blog rapisardiano dalle origini, che celebrare il Vate dell'italica Poesia nel XIX secolo, con una delle sue liriche più incisive, ove l'afflato per gli irredenti è contrapposto all'epa croja della borghesia arricchita, contro cui sempre il Rapisardi si scagliò in modo veemente e sferzante. L'attualità del quadro della lirica che segue è evidentissima ancor oggi, nel XXI secolo, pur essendo stata pubblicata nella raccolta 'sociale' "Giustizia" nel 1883.

Laus tibi, Mario. La tua voce e la tua Luce ancora risplende, "sotto a' firmamenti, eterna". Anche nel Natale.

* L'istantanea è del 1911: Mario Rapisardi è nella terrazza della casa di via Etnea alta, presso il roseto.
 

 

 



In vigilia nativatis Domini
 
 
Essi son là, seduti in giro al verde
Tappeto; in man le carte
Ha Crispo, il baro gentiluom che perde
Il primo giorno ad arte.

Di contro a lui Mena sbuffante e rosso
Squadra la faccia arcigna;
L’audace seduttor Celio a ridosso
Fuma l’avana, e ghigna.

 


Fonde Miron la facultà sua nova,
E con gentil contegno
I baffi arriccia, e dà publica prova
Che del suo stato è degno.

La nuova sposa intanto a un nuovo damo
Uccella, e cauta il piglia
Al cubàttolo, e aggiunge qualche ramo
A l’alber di famiglia.

Sgrana Clodio il cisposo occhio, ed ammicca
Al sozio, chè con frasche
Accorte fra di lor Livio si ficca
Visitator di tasche.

Nè Fulvio manca il nobile bardassa
Dal medicato crine,
Che l’oro vinto rastellando ammassa
Con le rosee manine;

 


Mentre il rubesto Lio, mèsso a le strette
Per angustia del loco,
Gli si cuce a le groppe ritondette,

Pensando a un altro gioco.

Qui il baronetto da l’ambigua razza
Pallido ride e scocca
Arguzie, ed a supplir quel che biscazza
Altr’oro a Taide scrocca.

Bieco troneggia a canto a lui maestro
Sosia, l’ingentilito
Sensal, che perde men, benchè mal destro,
Di quanto ha il dì rapito.

Là il vecchio Grifio da la spelacchiata
Zucca ritinta e da la
Barba verdastra la sua posta guata,
E se perde s’ammala.

 


E intorno intorno, sporgendo il sembiante
Ebete, la moneta
Trepido gitta e mormora il galante
Armento analfabeta.

Nè perchè per le folte sale prave
Stagnino l’aure, e i lumi
Rossi usurpino l’aria ultima, grave
Di rei flati e di fumi,

O per la notte in nero agguato a l’uscio
Sotto il nevoso azzurro
Li abbranchi, ad onta del velloso guscio,
Il frigido cimurro,

Men protraggono il ludo arduo. Non vide
La Patria, è ver, nei suoi
Trionfi e ne le sue fortune infide
Questa matta d’eroi;

 


Non però de la Patria essa è men degna,
Men generosa e forte,
Se in altri campi e sotto ad altra insegna
Sa dispregiar la morte.

Oh viva! E tu fra tanto a la gentile
Ammassa oro, e con epa
Digiuna su’l piccone e su’l badile,
Sozza canaglia, crepa.

O, se l’ora notturna ozio concede
A le tue membra fiacche,
Corri a mugghiar del vecchio nume al piede
Le tue preci vigliacche.

Ma non più, ma non più nascer vedrai
Su’l consueto strame
Il novo Dio: troppo ha sofferto omai
Dal freddo e da la fame;

 


Troppo del Fariseo tristo il flagello
Esercitò le prone
Spalle. Ei rinasce: il mansueto agnello
Tramutasi in leone;

E rugge e lascia il nero antro. I palagi
Tremano a’ suoi ruggiti,
E quei che nuotan fra delizie ed agi
Guatansi inorriditi;

Guatansi. Da le rie mani a costoro
Cadono le segnate
Carte; le granfie gittano su l’oro...
Qui, qui da le sudate

Officine, da’ campi a voi fecondi
Di triboli e di fame,
Larghi d’ozj e d’amori inverecondi
A l’aureo vulgo infame;

 


Dal famelico mar, da’ covi in cui
Co’ figli e la consorte
Marcite, da le grotte ove ad altrui
Scavate oro, a voi morte,

Qui, qui irrompete, o tristi greggie umane,
O vecchi, o spose, o madri,
O bimbi senza vesti e senza pane,
Ai ladri, ai ladri, ai ladri!

martedì 3 dicembre 2013

Progetto Sicilia presenta la moneta complementare Grano: Sciacca 6 dicembre 2013 ore 9,30, Noto 8 dicembre 2013 ore 10,30





Continua per tutta la Sicilia la presentazione del Progetto ideato da Giuseppe Pizzino, per l'adozione della moneta complementare Grano: i prossimi appuntamenti a Sciacca, sala Blasco del Comune agrigentino, e a Noto, sala convegni dell'ex Convento dei Gesuiti, il 6 e l'otto dicembre 2013.
Tra i relatori, come a Messina, Francesco Giordano (storico e studioso di letteratura), Santo Fortunato (medico bioeticista), Azzurra Ridolfo (ricercatrice, Università degli Studi di Palermo), Nancy Mirenda (presidente di Progetto Sicilia), relazionerà Giuseppe Pizzino (imprenditore).
 

mercoledì 27 novembre 2013

Progetto Sicilia, Convegno dibattito sul Grano, una moneta siciliana per la prosperità; Messina, Salone delle Bandiere sede del Comune, 1 dicembre 2013 ore 10



Presenta Alessandro Piparo, introduce Nancy Mirenda Presidente dell'associazione "progetto Sicilia".
Parteciperanno: Santo Fortunato (medico bioeticista), Francesco Giordano (scrittore e storico patrio), Azzurra Ridolfo (economista, Università degli Studi di Palermo), Cosimo Massaro (scrittore monetarista).
Prolusione di Giuseppe Pizzino (imprenditore), ideatore del Progetto.
Intervento di chiusura della cantante Ade La.

venerdì 15 novembre 2013

Domenico Tempio Poeta, ricordato a Catania, a cura di Akkuaria







Domenico Tempio Poeta, ricordato a Catania, a cura di Akkuaria
Si può parlare, nella Catania decadente del XXI secolo, del Poeta settecentesco in lingua siciliana Domenico Tempio, in un luogo antiaccademico per eccellenza, come un panificio-bistrot? Sì, se l'aere è quella della nouvelle vague francese degli anni '50 del XX secolo, e si cita il Miller di Tropico del Cancro e Ungaretti, se si spazia nella temperie culturale europea del tempo dei Lumi, senza cadere nel paludatismo; se anche si recitano le liriche erotiche per cui il sulfureo Tempio è notissimo, e contemporaneamente, con la guida del volume "Domenico Tempio cantore della Libertà" (http://www.akkuaria.org/francescogiordano/index.htm), si interpreta il Poeta nel suo aspetto di fustigatore dei vizi e dei costumi dei governanti di ieri e di oggi, e si tiene sempre presente che egli fu lirico illuminista.

Tal congerie di varie note si può addebitare solo a una donna che della lava dell'Etna è figlia e creatrice infaticabile di codesti eventi, piccoli ma ciclopici per l'essersi dipanati in oltre tre ore di letture, dissertazioni dotte, dibattiti, colloqui liberi, con degustazioni di pizza, pane condito e bruschetta offerti dal mastro panettiere e padrone di casa Mignemi: è Vera Ambra, anima e artefice dell'associazione Akkuaria, che sola sulla faccia della terra continentale di Sicilia, può fregiarsi di questi santi laici peccati.

E se è la pietra che si fa carne, come si commentava dopo le 23 ancora sui versi tempiani, nelle architetture settecentesche che hanno di osceno solo per chi vuol vedere il peccato nel gonfio barocchismo gioioso di una città che fu di preti e suore e ora è di laici ignoranti, tra l'attento e coinvolto uditorio non a caso vi fu anche un sacerdote, che segnò con la sua presenza anche la democraticità della Chiesa verso un Poeta che comunque in un tempio della cattolicità fu sepolto, nel 1821 anno di sua morte. Nel trascorrere dei versi, il pittore Salvatore Barbagallo, verticalista, dava adito alla sua vena artistica, tracciando opere su carta.

Vera Ambra inaugurò così la nuova stagione di appuntamenti letterari in Catania nell'accogliente locale, con atmosfere alla Cocteau e nel segno di quegli intellettuali dolci, stile Prevèrt, la cui luminosa Patria d'oltralpe i nostri catanesi del XVIII secolo, Tempio e gli amici suoi Ignazio principe di Biscari e il Vescovo Ventimiglia dei Belmonte, amavano precipuamente tanto da studiarne con accanimento i libri. La rivoluzione era alle porte, anche se lambì non la politica della Sicilia infeudata ai felloni di casa Borbone, ma le menti e i cuori di quei governanti, che furono negli anni tempiani, il Caracciolo e il Caramanico.

Che poi si sia passati, nella serata del 13 novembre 2013, con ingresso da largo Bordighiera 13 (ed il 13 segno di Morte che si tramuta in Immortalità, è pura sincronicità junghiana voluta dal Tempio medesimo...), dalla dissertazione dello studioso Francesco Giordano, autore del saggio critico di cui sopra sulla vita e l'interpretazione delle opere tempiane, alla lettura delle poesie politiche "La Libirtà" e la "Libraria", a quelle piccanti de "L'imprudenza o lu Mastru Staci" e "A Clori" , fu inevitabile e anche amabilmente permesso: come si convenne che il dicitore Orazio Costorella recitasse la caleberrima "Monica dispirata", di cui si analizzarono anche le scaturigini storico-filologiche.

Volle lo scrittore Pippo Nasca dare una sua interpretazione narrativa del vissuto tempiano, e la serata si concluse così, con la consapevolezza nell'uditorio di aver conosciuto, o meglio ri-conosciuto, un grande figlio di Catania, della Sicilia e dell'Europa libera d'ogni tempo, il quale visse in un'epoca di grandi sconvolgimenti ma non si espose se non quel tanto che permetteva la Musa parnasia: cioè, in modo d'aquila.

La "Donna di misteriu" di Tempio, la Natura di "lu gran Tuttu", può dirsi appagata, perché in un clima appropriato e fuori da ogni ufficialità, si parlò della Poesia, povera nuda ma quanto splendente nella sua Libertà.

(***)

martedì 5 novembre 2013

Mario Rapisardi: "l'ideal dei giorni miei" e un omaggio del XXI secolo, la GranCard a Suo nome








Mario Rapisardi: "l'ideal dei giorni miei" e un omaggio del XXI secolo, la GranCard a Suo nome


Io tutto chiuso nella cieca terra

entro un picciolo avello esser non voglio:

seppellite le mie gelide membra,

ma su fuor della fossa al cielo immenso

sorga la fronte mia desiderosa

d'aprica luce. Arder vedrete a notte

per la pianura solitaria e muta

una fiamma inconsunta, a cui daranno

l'aure alimento e nova forza i nembi.

Come ingenue falene al foco ignoto

verran le plebi derelitte, e viva

fede e coscienza di sè stesse e ardore

d'universale carità ne' petti

dissueti accorranno a poco a poco.

Niun sappia delle mutate genti

quale io vissi e chi fui; cadrà ne' gorghi

del tempo il nome mio, su cui maligne

tele d'alto silenzio il vulgo ordisce;

ma l'Ideal de' giorni miei, la face,

che il mio misero corpo oggi consuma,

splenderà sotto a' firmamenti eterna.

Epigrammi, XIV, da "Empedocle ed altri versi", Catania 1892


Abbiamo visitato, come ogni anno, la tomba di Mario Rapisardi, il Vate dell'italica Poesia nel secolo XIX, il cantore della Giustizia e della Libertà, l'aedo della Natura. Riposa il sonno eterno nella sua Catania, nel cosiddetto viale degli illustri; vicino, Federico De Roberto e, non lunge, Giovanni Verga. Mario sarà lieto di essere ricordato con i versi su riportati. Qui aggiungiamo delle immagini del tumulo, costrùtto in pietra lavica nel 1921, dopo che per ben nove anni (potenza dell'influsso clericale sul cantore impenitente del Lucifero...) il corpo rimase insepolto.

Infine un omaggio recentissimo alla memoria del nostro Poeta, che merita ampia Luce, nell'azzurrità che egli da buon siciliano, sempre cantò: l'associazione "Progetto Sicilia", per l'adozione della moneta complementare Grano, ha voluto stampare una carta di credito elettronica, detta anche GranCard, dimostrativa, a nome di Mario Rapisardi (su nostro suggerimento accolto dall'ideatore, l'amico Pippo Pizzino, che ringraziamo). Egli, il Vate di Catania, merita questo ricordo, che ne perpetua e rende attuale la memoria, stimolandone la conoscenza delle opere poetiche: con le sue parole, potremmo dire che Rapisardi, anche nel 2013 a 101 anni dalla morte, "aspira l'aere dei tempi nuovi.... perché la Giustizia, la Libertà, la Verità, trionfino finalmente nel mondo".
                                                                                                                                         F.Gio

 
(Le foto della tomba di Rapisardi al Cimitero monumentale di Catania sono nostre, scattate il 3 novembre c.a.; la Gran Card è sul sito di Progetto Sicilia, https://www.facebook.com/progettosicilia2013.2017?ref=stream)

martedì 22 ottobre 2013

Tramonto, sonetto di Mario Rapisardi, da "Giustizia"





Tramonto, sonetto di Mario Rapisardi, da "Giustizia"

Abbiamo con Mario Rapisardi una consuetudine di molti lustri: come un Fratello, un amico che quando lo desidera, si fa sentire. Per dirci: ricorda e ricòrdati di me, e scrivi, scrivi! Per cui non ci meravigliò se, nel ritirare quest'estate un volumetto tra i pochissimi mancanti, "Giustizia" in prima edizione, da un librajo di Napoli, aprendolo leggemmo che si stampava a Catania nel gennaio 1883: centotrenta anni fa. Data già nota, ma è la coincidenza che segnala. E nel risvolto di copertina c'è una stella a sei punte, disegnata a matita. Siccome il caso non esiste e vi sono prove ampie, lo sappiamo con la nostra cara amica Rita Carbonaro che religiosamente (termine dolce al Poeta che così noverò una sua raccolta, da noi recentemente rieditata, le "Poesie Religiose") custodisce nell'alveo delle Biblioteche Riunite Civica e Recupero dell'ex monastero benedettino, i cimeli e gli oggetti cari e la biblioteca del Rapisardi, crediamo sia necessario assecondare il Suo volere. Così Mario desidera. E meglio ancora, a pochi giorni dai "morti", in cui lo rivedremo, come sempre, nel piazzale grande del Cimitero catinense.

Non si può onorare al meglio un Poeta che rileggendo una sua poesia. Sommessamente, adatta all'autunno, gustiamo il sonetto "Tramonto", da "Giustizia":

Porporeggian le viti a la campagna

nel bigio autunno in sul mancar del sole.

Il pettirosso invita la compagna

a saltellar su le zappate ajuole;

nel vòto stabbio querula si lagna

la vaccherella a cui tolta è la prole;

per l'erma strada il poverel si duole

col cencioso fanciul che l'accompagna.

L'aure senton di musco e di vinaccia;

e lontan, l'uste de la fiera scòrte,

latran le mute signorili in caccia;

mentre a' figli pensando e a la consorte

il nero carbonajo alza la faccia,

e con bieco pensier fischia a la morte.

Oltre la soavità finissima del cantore che cesella magistralmente una intiera visione del mondo, desideriamo notare il contrasto, finemente leopardiano e tutto ottocentesco, della contemplazione della Natura (con la vaccherella esattamente eguale ai dipinti del Palizzi, amico del Rapisardi e dell'amicissimo suo, Calcidonio Reina) con l'eterna realtà del povero che si trascina nei bisogni, e più la tragedia del miserabile carboniere, che ha negli occhi la morte, perché non può dare il pane ai figlioli: mentre i signori pensano a cacciare in campagna, e oggi a giocare in borsa a spese dei miserrimi. Cosa è mutato da allora? C'è il benessere? Ah, no, la Giustizia come la intese il Rapisardi è ancora assetata di Vero, di Luce, di aequitas. Ed attende il grido immenso della autentica bellezza. Per questo la Sua voce è eterna, intramontabile come i suoi versi.

(F.G.)

 

 

lunedì 16 settembre 2013

Undici settembre 2013, a Barcellona indipendentista noi c'eravamo






Undici settembre 2013, a Barcellona indipendentista noi c'eravamo

Barcellona, Catalogna, 11 settembre 2013, ore 17,14: noi c'eravamo. E non diciamo "noi" con la pomposità del plurale majestatis, perchè siamo stufi dell'autoreferenzialismo fine a se stesso. Lo scriviamo con umiltà e consapevolezza, da siciliani, ma soprattutto, da giornalisti. Ce lo siamo chiesti, ed abbiamo intravisto subito la risposta. E' quella che avrebbe dato Erodoto, uno che c'era, o Senofonte nella memorabile ritirata dei Diecimila: nei momenti cruciali della Storia si è protagonisti, testimoni, cronisti, ovvero, oggi si dice (che brutto termine... perchè non "cantori dell'Ignoto", pascolianamente...) giornalisti.

Fu un frangente dovuto alla passione indipendentista che fece incrociare le nostre strade con gli amici di "Gent de la Terra" (qui ringraziamo calorosamente Teresa e Ramòn Vilardell Jové per l'affettuosa accoglienza) che è tra le organizzazioni dell'Assemblea Nazionale Catalana, i quali vollero lo scrivente e Salvatore Musumeci del rinnovato MIS (che però non ci fu per impegni di lavoro) alla "Diada", come si dice in catalano, ovvero la imponente catena umana la quale ha ricoperto tutta la Catalogna dei colori giallo e rosso della bandiera indipendentista. E' la nostra medesima bandiera, sono i colori del drappo dell'EVIS e della ufficiale di Sicilia. Noi l'avevamo sulla pelle: una camicia gialla e rossa confezionata dalla gloriosa ditta Castello dell'altro amico indipendentista, nonchè fautore della moneta complementare (di cui abbiamo parlato a Barcellona, interessato lo stesso Presidente Mas), Pippo Pizzino. Quindi la Sicilia indipendentista partecipò. Ma c'era anche il "raccoglitore di storie".

Non si può descrivere l'entusiasmo che cogliemmo il pomeriggio dell'undici, mentre i rintocchi delle campane coinvolgevano emotivamente e passionalmente l'oltre un milione di persone in tutta la nazione catalanofona. Noi eravamo nel cuore della catena (l'idea è presa in prestito dai paesi baltici che nel 1990 ebbero l'indipendenza dall'URSS) in quella piazza de Catalunya in Barcellona, storicamente pregna di significati nostalgici, e ci guardavamo intorno, con lo sfolgorìo dei termini "llibertat" e "independencia" rimbombanti senza confini. Nel nostro piccolo, come i missionari nei secoli passati, eravamo in rappresentanza della Sicilia già separata dalla Natura, stato de facto con lo Statuto pattizio del 1946.... ma quanto distante ancora il nostro cammino dal loro! C'erano anche, organizzati in uno stand, gli indipendentisti sardi e della Corsica; quelli della Scozia e dei paesi Baschi; gli italiani del nord invece (con quel brutto accento) pensavano a fare moneta con i loro negozii in città... nessuno del tramontato "secessionismo" leghista... Sotto l'arco di Trionfo, numerosi stand dimostrativi propagandavano ciò che è stato, ci si spiegava, un lungo travaglio esplicativo, ma che finalmente è sceso sin nella psicologia collettiva: mentre sino a un decennio fa la classe media catalana e barcellonese era tiepida verso l'indipendentismo, ora tutti gli strati sociali, dal tassista ex franchista all'opulento riccastro, parteggiano per l'autodeterminazione.

Barcellona è una grande città, un milione e seicentomila abitanti, frequentatissima dai giovani che ivi convergono da tutto il mondo per le borse di studio universitarie, o semplicemente per godere della "bella vita" notturna; è la seconda città "gay friendly" d'Europa dopo Amsterdam (ma in giro anche la notte, non vedemmo nessuna ostentazione, come da noi...), è pulitissima e immensa, difficile da girare a piedi se non si è abituati, con strade grandissime in stile londinese; una città a misura di ciclista, con moltissime bici che l'Adjuntamento (il Comune) mette a disposizione di tutti, e che poi si depositano nelle rastrelliere (oh Palermo, oh Catania...), con ordinate piste ciclabili nei due sensi. E' una città religiosa, anche se non come un tempo (la Madonna di Monserrat, eguale alla nostra di Tindari, è molto venerata, così il celebre Cristo di Lepanto), di grande cultura, con moltissime librerie (un quartiere alla moda, Gracia, ne ha una trentina, oltre negozi raffinati e di gustosi manicaretti),voglia di conoscere, di sapere, cosmopolita: per dare l'idea, noveràmmo ben sette lingue (contando il siciliano, naturalmente) conversando a pranzo con gli amici, che si utilizzarono... E soprattutto, mentre tutti qui ricordano la situazione economica positiva della Catalogna, noi riscontrammo le lamentele degli indipendentisti che dicevano loro essere in crisi come nazione, perchè c'è il 25% della disoccupazione e di un quarto è calato il costo della moneta. E noi a spiegare che la Sicilia, nella realtà quotidiana, è ben peggio socialmente che la Grecia, e se non fosse per le pensioni e gli stipendi che mantengono due o tre famiglie ciascuno, e per l'immenso commercio in nero, la società siciliana sarebbe già caduta: questo avverrà presto purtroppo, come più volte ribadito da diverse analisi, se non si pone rimedio alla deriva.

Ma l'entusiasmo dei catalani, e di oltre la metà dei barcellonesi giovani (l'altra parte è tiepida o unionista con la Spagna: il ministero dell'Interno di Madrid ha parlato di 400 mila partecipanti volendo sminuire, gli indipendentisti dell'ANC di 1,600 mila partecipanti alla catena: di sicuro oltre il milione), è tutto per l'indipendenza, e lo notammo dalle piccole cose. Come ben si sa nel mondo indipendentista siciliano, o sicilianista, noi si ha difficoltà persino nello stampare una maglietta con la scritta "free Sicilia". Ma a Barcellona migliaia di euro sono stati investiti per i cosiddetti gadget: non solo bandiere e magliette, ma grembiali, spille, copricapi, ombrelli, accendini, persino carte d'identità del nuovo stato catalano sono vendute e prodotte. E' vero che nei tempi d'oro, la Lega al nord Italia si è mossa in questo senso. Ma la domanda che ponemmo è (della Lega lo sapevamo): qui chi paga? I catalani indipendentisti ci risposero quasi unanimemente che sia i partiti separatisti, che la gente, finanziano in modo spontaneo la propaganda. Dalle loro espressioni fideistiche, non avemmo dubbi a crederlo. E se è vero che fu un lungo processo anche storico, con la scelta della data, il 1714, di una sconfitta militare (abbiamo visitato il Museo celebrativo dei martiri catalani sterminati dalle truppe di Filippo V, e il loro generale la cui testa venne esposta mozzata per ben 12 anni nella pubblica piazza in segno di scherno...), è anche evidente che le differenze di posizione trovano in Catalogna la base unitaria nell'indipendentismo poichè esso è un processo relativamente giovane e nato dopo la dittatura franchista nelle forme attuali (anche se ha avuto manifestazioni pregresse nei decenni precedenti) e marcatamente laico e progressista. Non comparabile, adesso che ci siamo stati letteralmente in mezzo ne siamo del tutto consapevoli, sia per la koinè linguistica, che soprattutto per le sovrastrutture internazionali e geopolitiche, leggère in Catalogna e invece molto pesanti, anzi diremmo fondamentali per la Sicilia cuore del Mediterraneo da tremila anni per la strategia militare e politica delle Potenze nei tempi, con la situazione siciliana. In altra occasione approfondiremo il tema.

Qui è bello registrare la pàssio che un popolo fieramente caloroso come il catalano, elegante, discreto (i catalani non ti chiedono mai chi sei e cosa fai: per loro l'ospite è sacro, come i Feaci con Ulisse, nel vero senso del termine...) esprime nel "dìa de la indipendencia". Anche se vi sarà una consultazione popolare presto, e non potrà essere che una ratifica della volontà della maggioranza della gente catalana di separarsi dalla Spagna, il Presidente Mas vuole giungervi per via strettamente democratica. Questo è un bene ma anche un calcolo, perchè è perfettamente logico che il governo di Madrid il quale, come nella Costutuzione italiana è sancita l'indivisibilità dello Stato (ma da noi v'ha la contraddizione in termini dello Statuto, nato prima della medesima Costituzione.... non l'unica stortura giuridica italica purtroppo, per cui l'Alta Corte Siciliana fu soppressa ad hoc...), ha anch'esso come cardine l'unità spagnola e non concederà la separazione, almeno nella forma. C'è anche tra gli indipendentisti chi teme un casus belli, un attentato (dice nulla l'undici settembre come data? Dopo la strage in USA, entrarono in vigore leggi severissime in molti stati, che non sono abolite tuttora, anzi...) che possa dar luogo al governo centrale di intervenire militarmente e stroncare nella repressione la volontà sovrana di un popolo in cammino libero. A noi siciliani, che ben siamo abituati alle trame oscure, questi discorsi stimolano un abbòzzo di sorriso. Quando la buonanima di Finocchiaro Aprile nelle allocuzioni pubbliche parlava del "caro Winston" e del "mio amico fraterno Franklin Delano", sapeva quello che diceva. Non erano, come qualcuno adombra, trame da incappucciati, ma discorsi molto serii. Del resto, gli "incappucciati" e gli avversari di essi ci sono anche in Catalogna. E sono fieramente indipendentisti, come anche parte della Chiesa cattolica. Però, a parte gli orditi all'ombra della Sagrada Famiglia di Gaudì, resta indelebile la lotta sorridente di un popolo, diverso da noi ma con molte similitudini storiche, con i Re in comune (i sovrani catalani del XIV secolo che furono Re di Sicilia.... provate a parlare agli indipendentisti catalani dei Borboni o di Juan Carlos.... che per loro sono degni solo di essere dei caganer...del resto, anche per la storia siciliana, non ci fu dinastia più nefasta di quella borboniana, negli ultimi cinquant'anni del loro dominio) e che, anche se ha i "butiflé", i nostri "ascari" ovvero traditori e venduti al governo romano, vulgata con cui si designano coloro che, più prosaicamente, noi chiameremmo politicanti pappòni, è per la propria storia e per le convergenze parallele, più libero.

Noi, per un complesso di cose, abbiamo perduto la coscienza di codesta libertà. O più serenamente, siamo stati liberati. E "ci" liberiamo, quando vogliamo. Per amore o per forza. In Catalogna ci siamo sentiti pienamente catalani. Lo diceva anche un grande conterraneo del XVIII secolo, il Conte di Cagliostro: "tutti i popoli mi sono cari, in ogni luogo è la mia casa...". Ed è giusto così: "rimani con noi, Signore, perchè viene la sera... ", ricorda il Vangelo. Però... sull'aereo di ritorno, era inevitabile ripensare alle parole della bella canzone di Dalla, che è un moderno manifesto del nostro essere: "E fra un greco, un normanno e un bizantino, io son rimasto comunque siciliano..."

Francesco Giordano *


* Le foto allegate, sono state scattate da me...


(Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2013/09/barcellona-indipendente11-settembre-2013-noi-ceravamo/)

venerdì 30 agosto 2013

"Ascuta ca cuntu...", spettacolo di Alfio Patti: San Gregorio di Catania, 5 settembre 2013 ore 20,30


Riceviamo e volentieri pubblichiamo, formulando i migliori auguri di rinnovato successo all'amico Alfio, che è anche uno studioso attento e coscienzioso della nostra Storia Patria:







DSCN3739 copia (2)A causa del maltempo, lo spettacolo di Alfio Patti, dal titolo “Ascuta ca cuntu e senti cchi dicu“, previsto per sabato 24 agosto in Piazza Immacolata è stato rinviato a Giovedì 5 settembre 2013, presso l’Auditorium “C. A. Dalla Chiesa” di San Gregorio (ex cinema Sciuto), Via Carlo Alberto – 6 – alle ore 20,30. – INGRESSO LIBERO.
Gli amici e gli estimatori della cultura siciliana saranno avvisati tramite e-mail e telefono.
Per maggiori dettagli sullo spettacolo clicca sul link.

lunedì 19 agosto 2013

Sant'Agata di mezz'agosto, i fuochi.... Catania 17 agosto 2013


Sant'Agata di mezz'agosto, i fuochi....

Anche quest'anno in piazza Duomo la sera del 17 agosto, si commemorò  il ritorno del corpo della santa martire Agata da Costantinopoli a Catania, dopo le note traversìe. Lo riportarono in patria nel 1126 due soldati devotissimi, Gisliberto e Goselmo (o Goselino dicono i mss), di cui è giusto ricordare i nomi. Dormono l'estremo sonno a' piedi della "cammaredda" dove è custodito il busto reliquiario.
Inseriamo quindi un nostro video (girato dal vero cuore della città, ossia il Corso reale, dall'Unità italiana detta via Vittorio Emanuele...) in cui abbiamo filmato, more antiquo ovvero in bianco e nero, alcuni brevi minuti dei fuochi in onore dell'uscita agatina nella calura agostana. E siccome per noi la giovinetta Agata è, da catanesi, inscindibile al "Cigno", ossia a Vincenzo Bellini, che è di casa perché lo salutiamo tutte le volte che, in Cattedrale si entra (giace fra la Vergine e i Re di Sicilia di origine catalana ma puramente siculi, del secolo XIV, ivi negletti), scegliemmo un sottofondo musicale adeguato: da "Norma", l'aria "oh rimembranza", con la voce irripetibile della bella Maria Callas, incisa nel 1954 alla Scala. E qui ci piace riprendere l'antico adagio agatino, che ha gettato nella polvere uomini della razza Hohenstaufen, da Enrico a Federico II, e minuscoli "pupi" d'oggidì: non offendere la Patria di Agata, Catania e i catanesi: perché lei vendica le ingiure....ieri come oggi....

sabato 22 giugno 2013

Celebrato il benvenuto all'estate nel solstizio con gli autori di Akkuaria a Catania



Celebrato il benvenuto all'estate nel solstizio con gli autori di Akkuaria a Catania

"Ti amo, amico verso, \ poichè quando sento il petto \ molto carico e disfatto \ porto con te questo peso". Con queste parole del cubano Josè Martì (1853-1895), eroe dell'indipendenza della sua isola, vogliamo sintetizzare la manifestazione "Benvenuta Estate 2013 con Akkuaria", svoltasi negli accoglienti locali della libreria Mondolibri di Catania in via Umberto 30, nel pomeriggio del 21 giugno c.m. La iniziativa vulcanica e come sempre, animata di passione sicilianista, di Vera Ambra, donna di multiforme ingegno in quanto editrice, scrittrice, operatrice culturale e anima di Akkuaria nonchè del movimento di pensiero Alienismo e di altre similari innumerevoli iniziative, è riuscita per l'ennesima volta, in una giornata segnata dalla canicola del solstizio, a raggruppare alcune decine di persone, irriducibili alcuni, nuovi altri, ma uniti dal comune filo denominatore dell'Amore per la Letteratura, forse il solo, unico "pane", secondo la lectio di Dante nel Convivio, che "appo gli angeli si manuca".

E la serata si dipanò egregiamente, aperta e conclusa in modo delizioso e elegante da una voce siciliana che canta l'eterno amore, ovvero la cantante Cinzia Sciuto, la quale si profuse, sfidando le corde della sua chitarra, nella interpretazione di due canzoni della cantatrice dell'anima folk di Sicilia, la quale fu Rosa Balistreri: una canzone ambientata nella palermitana Vicaria, e la chiusa sul sentimento amoroso.

Vera Ambra presentò gli autori convenuti, i quali volenti o nolenti furono "costretti" dall'affetto che li lega alla promotrice, a raccontare dei loro libri, quindi a manifestare il proprio contributo, sia pietra o sabbia i posteri lo delineeranno: da Patrizia Marcenò con il suo volume autobiografico, a Laura Rapicavoli con i propri racconti; dalla giovanissima Sole con il suo romanzo per adolescenti scritto da mano esordiente e quindi intimidita ma fresca, a Tino La Vecchia con il suo volume di narrativa "verista" ambientato anche nel mondo della scuola e invitante a non arrendersi agli inevitabili eventi della vita; a Pippo Nasca, il più anziano ma non il meno entusiasta della allegra comitiva, che si dilettò di enumerare le sue prodezze fantastiche racchiuse in tre volumi di cui uno di biografia, l'altro di racconti e il terzo, parodia brillante dell'Eneide. Importante anche l'intervento di Salvatore Barbagallo, pittore che ha inteso precisare il nesso tra il movimento alienista e il Verticalismo, su cui si proseguirà l'approfondimento.

Francesco Giordano, a cui Vera Ambra spietatamente "impose" di aprire la serata dopo le note di Cinzia Sciuto, vòlle ricordare Domenico Tempio catanese poeta del periodo illuminista, di cui con Akkuaria ha pubblicato recentemente un saggio con antologia poetica (http://www.akkuaria.org/francescogiordano/index.htm), leggendo alcuni versi da "Lu veru Piaciri", in cui il cantore settecentesco descrive Catania in fervida rinascita post-terremoto e i numi tutelari di essa, il Vescovo Ventimiglia e Ignazio di Biscari, a cui moltissimo la cultura del tempo deve, anche per la loro notoria militanza nella Massoneria. Il dicitore Orazio Costarella recitò poi, sempre di Tempio, le poesie "La Libirtà" e "La petra e la quartara"; Giordano concluse, auspicando che la nostra Sicilia un giorno raggiunga la piena libertà non solo nella cultura, preminenza testimoniata nei secoli, ma anche nell'autogoverno, leggendo alcuni versi dell'indipendentista Martì, dedicandoli alla promotrice e all'Amicizia, il cui nesso portante è nella festa del solstizio d'estate: "Cultivo una rosa blanca, \ en julio como en enero, para el amigo sincero \ que me da su mano franca\. Y para el cruel que me arranca \ el corazòn con que vivo, \ cardo ni oruga cultivo: \ cultivo la rosa blanca".

Così, in contemplazione della rosa (che nasce sempre dalla croce), si celebrò anche a Catania, nella valle del Simeto, il solstizio d'Estate di Akkuaria, per amore di Sapienza.

(***)

Qui un breve video della serata: Cinzia Sciuto canta Rosa Balistreri

mercoledì 19 giugno 2013

Solstizio d'Estate con Akkuaria: venerdì 21 giugno 2013 libreria Mondolibri, via Umberto 30 Catania




Solstizio d'Estate con Akkuaria: venerdì 21 giugno 2013 libreria Mondolibri, via Umberto 30 Catania

In una lunga kermesse presso la libreria MondoLibri di Via Umberto 30, gli autori di Akkuaria si alterneranno, in letture di brani di narrativa e poesia. Con l’occasione saranno presentati le novità editoriali ultimamente presentate alla Fiera del Libro di Zagarolo e al Festival della Letteratura di Milano.
Interverrà durante gli interventi degli Autori intervenuti, il maestro Salvatore Barbagallo, uno dei fondatori del Movimento Alienista, con le sue performance dal vivo ispirate alle letture, eseguirà delle opere dal vivo.
Allieterà la serata la cantautrice siciliana Cinzia Sciuto con alcuni brani del repertorio di Rosa Balistreri.
Ampio spazio dunque alla creatività che da sempre ha segnato le iniziative di Akkuaria.
L’evento è presentato da Vera Ambra.

martedì 16 aprile 2013

Recensione alle "Poesie Religiose" di Mario Rapisardi, su Prospettive, aprile 2013





Recensione alle "Poesie Religiose" di Mario Rapisardi, su Prospettive, aprile 2013

Sul settimanale diocesano "Prospettive" del 14 aprile 2013, l'attento critico prof.Antonino Blandini ha pubblicato una recensione lusinghiera e dettagliata del volume "Poesie Religiose" di Mario Rapisardi, a cura di Francesco Giordano, Boemi edizioni, edito pochi mesi orsono.

Ciò è particolarmente gradito non solo poichè proveniente dalla sensibilità acuta del recensore, che sentitamente ringraziamo, ma anche per il fatto che l'articolo appare su di un settimanale quale "Prospettive", organo della Diocesi di Catania, al quale lo studioso e scrittore nonchè giornalista Francesco Giordano, collaborò fra il 1988 ed il 1992, essendo Arcivescovo Monsignor Luigi Bommarito, redattore l'indimenticato Salvo Nibali e fra i collaboratori, l'illustre poeta Don Antonio Corsaro.

Degnamente si può dire che l'arte lirica di Mario Rapisardi, aedo dell'italica poesia nel secolo XIX allorchè Catania, con egli, Verga De Roberto e Capuana, era il faro di luce della Letteratura d'Italia, è col giusto segno ricordata e celebrata

lunedì 25 marzo 2013

Celebrata la Giornata Mondiale della Poesia 2013 a Catania





Celebrata la Giornata Mondiale della Poesia 2013 a Catania

Anche a Catania, città sicula d'Orìente, in occasione della Primavera, si è celebrata come in molte altre parti del mondo, la Giornata Mondiale della poesia. E alcuni amici e amatori del verso si sono riuniti, in luoghi di sapore antico o nuovo, e hanno fatto echeggiare la Voce, la voce dei poeti. "La Poesia è Poesia se ha con sè un segreto", ha detto qualche decennio fa Ungaretti. Ed è un segreto incomunicabile, anche agli stessi poeti, anche tra i poeti. Figurarsi fra amici o conoscenti.

Con Vera Ambra, anima dell'Associazione letteraria e casa editrice Akkuaria, diversi scrittori, artisti e appassionati si sono ritrovati, all'occàso del 21 marzo 2013, nei locali de "La Contessa", a palazzo Manganelli, a casa dei Borghese: una delle dimore catinensi dove è un giardino pensile (l'altra, e finis, è palazzo Asmundo, vicino il monastero delle Benedettine), per parlare, meglio, per udire il verso. Non per molto tempo, ma fu il necessario.

E se Gabriella Rossitto ha letto sue liriche, intense e brevi per sentimento ed emozione (presto uscirà un nuovo volume di suoi versi), così Mariella Sudano, la quale ha voluto leggere poesie della polacca Simborska e una poesia di Vera Ambra, per riconoscenza verso la comune amica; si lessero pure versi in lingua siciliana di Ignazio Buttitta in ricordo di Rosa Balistreri; Carlo Barbera, attore e narratore, si esibì in alcuni divertenti "cunti" della tradizione popolare siciliana.

Francesco Giordano vòlle ricordare Giovanni Pascoli e quanto la primavera ed i bimbi siano dei fiori, o sia doni: lèsse "Il gelsomino notturno", una delle più intense liriche di tutta la letteratura d'Italia: poesia del 1901, ma davvero eterna nel suo contenuto. Vera Ambra vòlle poi ch'egli recitasse il settecentesco Domenico Tempio (http://www.akkuaria.org/francescogiordano/index.htm), di cui s'udì "La Libirtà".

Così trascorre il tempo della Poesia, nella Parola e nella Voce. Finchè esse vivono, l'eterno è realtà.

 



Il gelsomino notturno

 E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.


Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

                                 Giovanni Pascoli, da "Canti di Castelvecchio"


venerdì 22 febbraio 2013

Fede e Natura del mistero eterno: recensione alle Poesie Religiose di Mario Rapisardi a cura di Francesco Giordano, Boemi editore Catania 2012




E' stata pubblicata sul quotidiano "La Sicilia" di Catania del 19 febbraio 2013, scritta dalla attenta e raffinata penna del prof. Antonino Blandini, la recensione al volume "Poesie Religiose" di Mario Rapisardi, Vate dell'italica poesia nel XIX secolo, curato dallo studioso Francesco Giordano e stampato da Boemi editore a dicembre del 2012. Qui l'articolo e l'immagine tratta dalla pagina culturale; si ringraziano il dott. Giuseppe Di Fazio Vice Direttore del giornale, e il Direttore responsabile avv.Mario Ciancio Sanfilippo, per lo spazio concesso.

Le Poesie religiose del vate catanese
Rapisardi, fede e natura del mistero eterno    Su La Sicilia oggi cultura pag.18 del 19\2\13

A conclusione del centenario della morte del vate catanese Mario Rapisardi, lo scrittore di storia patria e giornalista letterario Francesco Giordano, infaticabile cultore del grande poeta concittadino, ha curato la riedizione delle "Poesie religiose", le più apprezzate del suo repertorio. Il volume edito da Boemi (Catania, dicembre 2012, in copertina un acquarello inedito di Rapisardi), esalta l'intramontabile valore lirico degli aulici e colti versi rapisardiani, frutto purissimo dell'anima classica e sdegnosa del "titano fulminato": un doveroso omaggio al cantore dello spirito e della libertà contro ogni tirannide. Le poesie religiose sono frutto, stilisticamente e spiritualmente purissimo, del rispetto della fede nella natura indagatrice del mistero eterno, nell'amore verso gli umili, nel vero filosofico, nell'ideale della giustizia. In esse si riscontra pienamente la serena armonia del Tutto, la maturità artistica e l'universalità della musa del poeta positivista e repubblicano, degno di grande apprezzamento per il valore letterario che riveste la sua poetica, nel contesto della straordinaria operosità e validità culturale di scrittori come Verga, in una Catania incontrastata capitale del Verismo di fine secolo XIX.
Il lavoro, corredato da una bibliografia anche telematica e da una singolare nota biografica dello stesso autore, riproduce fedelmente il contenuto del volume unico delle Opere del poeta, edito nel 1911 da Sandron e approvato dallo stesso Rapisardi, tenendo presente l'edizione Sanzogno di 3 anni prima. La meticolosità di Giordano è stata così scrupolosa da indurlo a controllare la versione originale nel manoscritto, gelosamente custodito nello studio del poeta ricostruito, con i libri e le carte a lui appartenuti, in una sala delle "Biblioteche Riunite", dove vive la memoria del più grande poeta siciliano, professore di liceo e d'università, fondatore e preside della facoltà di lettere per chiara fama, grazie al De Sanctis.
Giordano, autore dell'introduzione e della postfazione critico-storica, ha ripercorso la parabola artistica della vis poetica di un uomo schivo e orgoglioso, battagliero non violento, l'aedo della nuova Italia che ebbe il coraggio di ritrattare esagerazioni iconoclaste anticlericali ed errori di gioventù, d'invocare il perdono di Cristo, mai tradito, segno d'animo giusto ed intemerato, nell'appassionata e rasserenante ricerca della pace. Il giovane poeta de "La Palingenesi" aveva rinnegato la manzoniana e piena d'amor di patria "Ode a S. Agata", di cui l'esordiente lirico fu devoto, imponendo all'editore Giannotta di escludere questo saggio del suo genio poetico dalle sue opere. Eppure il turbolento intellettuale razionalista non nascose mai il suo sentimento cristiano.
Antonino Blandini

venerdì 15 febbraio 2013

La raccolta di poesie "Russània" di Gabriella Rossitto presentata al castello Leucatia a Catania





Le ha definite "brùnziddiàte", con termine icastico ma adeguato, il bravo studioso, cantastorie e critico Alfio Patti: la raccolta di poesie "Russània" di Gabriella Rossitto, valente scrittrice che ha all'attivo numerosi volumi in lingua siciliana nonchè in italiano, è stata presentata il 13 febbraio u.s. nella sala del castello Leucatia a Catania, a cura del Centro culturale Vincenzo Paternò Tedeschi, di cui è fondatore lo studioso Santo Privitera, il quale ha introdotto l'artista, con la consueta attenzione.

Il libro è meritevole poichè ha anche vinto un premio, il "Grotte". Una serata interessante, partecipata e brillante, arricchita anche da una bella canzone in siciliano di Patti, dove non sono mancati aneddoti linguistici sulla struttura delle parole in lingua sicula e sulla loro genesi, per far comprendere a chi volutamente dimentica, che la nostra storia e la nostra cultura, viaggiano sì sul filo dell'amore, tema dominante della silloge, ma anche nell'ordito straordinario e sconvolgente del verso che si fa realtà.
 

lunedì 4 febbraio 2013

Alcuni testi della antica liturgia di Sant'Agata, in versione latina e in lingua siciliana

 
 

Alcuni testi della antica liturgia di Sant'Agata, in versione latina e in lingua siciliana

Abbiamo pensato quest'anno, come i precedenti, di dare il nostro piccolo ma crediamo significativo contributo alla venerazione per la protomartire Sant'Agata, protettrice della Sicilia e Patrona della città di Catania, la "vergine di Cristo" che patì il martirio nel 251 nella città etnea: amata e celebrata in tutto il mondo, Agata è simbolo della purezza e del candore per chiunque, cristiano o politeista, senza religione o vagolante nel dubbio, libero pensatore o scettico, devoto o peccatore,la osservi e le volga il pensiero affettuoso. Ella era a' tempi suoi quella che oggi si può dire una Suora, cioè una vergine consacrata che prese i voti, come dimostra il velo. Non è un caso che ogni anno uno dei passaggi più intensi della festa è la sosta davanti alla chiesa ed al Monastero di San Benedetto, dove le Suore benedettine dell'Adorazione Perpetua intonano il canto (del maestro Tarallo) di grande amore alla loro consorella perpetuamente viva. Esse mantengono vivissima la devozione agatina anche mercè la loro scuola, la più antica in città, rendendo partecipi gli scolari del culto delle reliquie della Santa, le quali ogni anno visitano quei luoghi millenari. E se il volto che vediamo nel busto reliquiario è della Regina Eleonora d'Aragona (i Re aragonesi dimoranti in Catania, che fu capitale dell'Isola nel secolo XIV, tanto erano folli d'amore per Agata, da farsi seppellire accanto a lei, e ancor oggi riposano, seppure colpevolmente dimenticati, vicino la Martire, in Duomo), noi catanesi di ogni stirpe e condizione sociale, qui e ovunque, amiamo appellarla "la santùzza" non tanto per il suo martirio da giovinetta (lo studio di padre Santo D'Arrigo di cara memoria, ci dice che subì il tormento fra i 20 ed i 25 anni, quindi non era adolescente come vuole la vulgata), quanto perchè in ogni periodo dell'anno, ne percepiamo la presenza e la protezione. Addiritura pare che il suo sangue di famiglia nobile rimanga: tutti coloro che si chiamano Rao o hanno dei parenti con questo cognome, si considerano a Catania un po' privilegiati perchè sostengono di essere "i parenti di Sant'Agata", la qual cosa è fondata poichè ella ebbe per cognome Raus, come era chiamato il padre, e Apolla la madre (così negli Atti latini, i più antichi).

Nel periodo politeista o precristiano a Catania ognun sa che era la dea Iside la più venerata e per lei si svolgeva una processione costeggiante il mare: le analogie con la festa agatina sono troppo evidenti perchè non se ne veda la continuità, come hanno dimostrato gli studi del primo Novecento di illustri storici (in primis il Ciaceri), e le comparazioni con i testi noti (vedi le Metamorfosi di Apuleio): il fatto fondamentale è che la devozione per codesta figura femminile non è mai venuta meno a Catania da almeno 2400 anni. Ciò è straordinario e meraviglioso.

Abbiamo scelto alcuni brani della quasi bimillenaria liturgia che la Chiesa cristiana ha dedicato ad Agata, traendoli dagli ufizi strutturati dai primi pontefici (la fonte è il volume di padre G.Consoli, "Sant'Agata vergine e martire", Catania 1951 II vol.) e preferimmo donare non la comune versione in lingua italiana, ma quella in lingua siciliana (considerata ormai tale da anni dall'Unione Europea, anche se il governo regionale di Sicilia finora non ne ha preso atto concretamente), affiancata al testo originale latino. Se come è storicamente acclarato, Sant'Agata fu in tutte le ore della storia di Sicilia, vessillo di libertà e di indipendenza (anche per questo sorse nel XVII secolo la quaestio della nascita della fanciulla in Palermo: tanta era la gloria e la popolarità di Agata che gli amici palermitani la volevano tutta per sè... ma le fonti non possono negarsi...) e se predilesse sempre Catania sua città ("Per me civitas catanensium sublimatur a Christo", è tratto dagli Atti e sta inciso nel bordo dei discavi dell'Anfiteatro in piazza Stesicorea), e ne punì coloro che la offendevano impunemente ("Non offendere la patria di Agata perchè essa ne vendica le offese", recita il NOPAQVIE sulla fronte del Duomo), come ben sa sulle sue carni che ieri e oggi ne ha patito le atroci vendette, ella fu protettrice della Sicilia tutta perchè chi da ogni parte dell'Isola a lei si rivolge, viene esaudito. Sempre. Persino la rivoluzione indipendentista del 1837, che ebbe in quell'estate il fulcro a Catania, vide il Duomo sede del corpo di Agata protagonista, poichè fu su quei tetti che si levò la bandiera giallo-rossa della Sicilia che volea affrancarsi dal nemico borbonico, e tutta l'Isola seguì, prima della repressione spietata della polizia napolitana. Si può quindi anche affermare che Sant'Agata fu ed è, sicilianamente indipendentista.

L'annuale ritorno di Agata tra i catanesi nella sua plastica fisicità, si svolge non solo a febbraio ma anche in agosto: è però la festa antica col "giro", che rimane e rimarrà sempre nella memoria di ciascuno. Le seguenti lodi che sono fini poesie della Letteratura universale, siano gustate con amore e devozione.

 

Antifona della liturgia detta "catanese" istituita dopo il 1126, anno della traslazione delle reliquie, dal Vescovo di Catania Maurizio in onore della protomartire Agata.

Tu gloria Trinacriae,

tu laetitia urbs Cataniae,

tu honorificentia civium tuorum:

jubila o Catania,

propter novum adventum Agathae.

Infelix tu Bisantium,

graecorum prava civitas,

errores malignantium sequens

vetusta pravitas.

Postquam grecos Agatha quasi lutum sprevit,

sibi sponsam hodie Catanam induit...



Tu gloria di Trinacria,

tu letizia di la citati di Catania,

tu onùri di li toi concittadini!

Ralligrati Catania,

pri lu novu ritornu di Agata!

O Bisanziu 'nfilici,

tìnta greca cittadi,

ca cuntìnui a fari malignità

comu a li tempi antichi,

doppu ca Agata comu fangu sdignàu li greci,

rindìu filici Catania oggi comu na sposa!




 

                                      Lodi, sempre dalla liturgia catanese:

Exultet urbs Cathaniae:

matris ditata munere

quam rex et sponsus Agathae

didat honoris onere.

Nobis cathanensibus

sacram sponsam restituens

decoris ornans fascibus

bisantium destituens.

Delicta tui meritis

sacrosantis reliquis

nobis clementer redditis,

mancipatis obsequiis.

defende tu Trinacriam

o rosa venerabilis,

presertim tuam patriam,

Cathaniae tam nobilis.

Laus Patri sit ingenito

laus eius unigenito

laus sit sancto flamini

mestorum paraclito, Amen.



Prejiti o citati di Catania,

pirchì torni a essiri màtri

onùri cà ti vòsi dari lu sposu di Agata,

re li lu Cielu!

A nui catanìsi

turnànnuni la sacra sposa

nnì fici digna còsa

spugghiànnuni Bisanziu.

Pri li virgògni di ddà città luvànnici

li sacrusanti riliquii

a nui pri climenza turnànu,

ccù li onuranzi miritati.

Difènni la Trinacria

o vinirabili rosa,

e priserva la patria tua,

Catania accussì nobili!

Sia lodi a lu 'Ngenitu Patri

e a lu Figghiu unu,

a lu Santu Spiritu

ca santamenti nni cunsòla, ammèn!

 

Nell'antico Ufficio di Sant'Agata, in rito latino sicuramente al tempo di Gregorio Magno, di grandissima devozione agatina anche perchè di madre siciliana , poi durante il periodo normanno ruggeriano e guglielmino secondo il gallicano, fino al Concilio di Trento e il ritorno al rito romano, e certo anche per il tempo bizantino, si cantò il celebre Inno a Sant'Agata attribuito a San Damaso, Papa tra il 366 ed il 384. "Antichissimo" secondo molti, Romeo e Consoli e D'Arrigo lo danno per certo dalla penna del pio successore di Pietro. Qui il testo latino e la versione in lingua siciliana:

Martyris ecce dies Agathae

Virginis emicat eximiae,

Christus eam sibi sociat,

et diadema duplex decorat.

Stirpe decens, elegans specie,

sed magis actibus atque fide,

terrae prospera nil reputans

iussa Dei sibi corde ligans.

Fortior haec trucibusque viris

esposuit sua membra flagris;

pectore quam fuerit valido

torta mamilla docet patulo.

Deliciae cui carcer erat,

pastor ovem Petrus hanc recreat

laetior inde magisque flagrans

cuncta flagella cucurrit ovans.

Ethnica turba rogum fugiens

huius et ipsa meretur opem:

quos fidei titulus decorat

his Venerem magis ipsa premat.

Iam renidens quasi sponsa polo

pro miseris supplicet Domino;

sic sua festa coli faciat

sic celebrantibus ut faveat.


 

Di la Màrtiri Agata eccu lu jornu,

la Virgini illustri

ca Cristu si maritau,

decurata di duplici curùna.

Di razza nobili, bedda, eliganti,

ma chiossài pri li opiri e la fidi,

di la terra nènti reputa dignu

e 'ntriccia lu cori a li cumànni di Diu.

Di li tìnti carnefici cchiù forti

mìsi lu so corpu a li tortùri;

lu suppliziu di li sò minni

è forza di lu sò caratteri.

Lu carciri era pri idda delizia,

pirchì Petru lu pasturi scìnni a cunuttàrla comu pecura:

filici e cchiù forti pri la fidi

cùrri 'ncontru a li martìri.

Li genti ca scàppunu di l'etnèu focu,

sunu di idda protetti:

e ccu fideli si fa chiamari

è prutettu da li venèrei pirìculi.

Comu sposa idda risplenni nta lu Cielu

e preja lu Signuri pri li puvureddi,

e mentri nui la fistiggiamu

nnì sia binigna quannu la lodamu!


F.Gio
(La foto che correda il post è nostra, scattata in piazza dei Martiri a Catania)

 

 

mercoledì 30 gennaio 2013

Sulla moneta complementare di Sicilia, il Grano: l'incontro dei sicilianisti a Gliaca di Piraino


 


 
 
      Sulla moneta complementare di Sicilia, il Grano: l'incontro dei sicilianisti a Gliaca di Piraino

L'incontro regionale sul tema "Progetto Sicilia: sistema monetario della Regione Siciliana detto Grano, complementare al sistema monetario regionale delle Banche centrali europee detto Euro", organizzato dall'imprenditore di Brolo Giuseppe Pizzino, si è svolto il 26 gennaio 2013 con amplissimo concorso di pubblico, in quel di Gliaca di Piraino, località sul mar Tirreno, affacciata sulle Eolie, in Sicilia.
Di seguito riportiamo la nota che ha pubblicato il giornale online Scomunicando (
www.scomunicando.it) in materia, con le rispettive immagini. Da rilevare l'intervento del Presidente del MIS Salvatore Musumeci, il quale ha posto in grande evidenza come il problema del lavoro e le drammaticissime prospettive degli anni futuri, siano un immenso pericolo per la sicurezza sociale del popolo siciliano, che sarà costretto a insorgere se non si risolverà dalla radice, come dal progetto in questione, la crisi di liquidità e quindi di occupazione che fa soffrire la popolazione siciliana.
Importante anche l'ìntervento di Renato Sgroi Santagati, responsabile del MOSIF-Rinascimento Siciliano, che ha fatto rilevare l'estrema penuria di liquidità che affligge il popolo siciliano negli ultimi due annni.
A ciò aggiungiamo che le proposte formulate da Pippo Pizzino ai convenuti, capi dei movimenti sicilianisti, sono contenute nel libro omonimo "Progetto Sicilia", scritto da Pizzino e pubblicato a fine 2012 per i tipi di Armenio editore in Brolo e presente in tutte le librerie; l'introduzione è dello scrittore e studioso di storia patria Francesco Giordano, che ha voluto dare una lettura storica della sovranità monetaria, quindi politica, della Sicilia, nei suoi tremila anni di civiltà.



Sicilia Nazione - A Gliaca di Piraino le varie anime dell'Autonomia

Tutti concordi: "Il Progetto Sicilia" di Pippo Pizzino è un bel punto d'inizio.
"Giorno 26 gennaio 2013, è una data destinata essere ricordata per sempre" dice soddisfatto, dopo quattro ore di convegno, Giuseppe Pizzino, l'imprenditore siciliano che ha promosso l'evento.
 A Gliaca di Piraino, duecento Siciliani, venti rappresentanti di Gruppi, Movimenti, Organizzazioni che gravitano nel mondo variegato dell'autonomia e del separatismo siciliano, sei sindaci, uomini di cultura, scrittori, giornalisti e  televisioni, insieme  tanti gente, il popolo di sicilia,  hanno partecipato per condividere - e l'hanno condiviso, facendola propria - l’iniziativa di Progetto Sicilia che mira attraverso la piena applicazione dell’articolo 41 dello Statuto Speciale della Regione Siciliana a realizzare un percorso di crescita e di sviluppo sostenibile  nell'isola.
 Infatti quell'articolo, inapplicato e disatteso come buona parte dello statuto siciliano, recita:  “Il Governo della Regione ha facoltà di emettere prestiti interni“.
 Una strada che dice Pizzino" è l'unica che possa far realizzare un percorso di crescita e di sviluppo sostenibile in Sicilia contro il degrado e la povertà, cui diversamente sarebbe condannata".
 Lavoro, questa è stata la parola che ha caratterizzato l'incontro che si è svolto alla "Scogliera", anche se poi si è discusso anche di autonomia, storia della Sicilia, strategie per nuove manifestazioni, assenza della Stato e tra le battute più applaudite ascoltate durante i lavori è stata "L'articolo 41 a noi.. il 41 bis ai politici che non lo applicano" scandita da Rosa Cassata.
 Un momento assembleare costruttutivo,  più unico che raro, che ha visto dai vertici di "Forza d'Urto" a quello dei "Forconi" al gotha del MIS e di Sicilia Indipendente, dibattere e credere in un progetto comune.
 "Creare 250.000 nuovi posti di lavoro in Sicilia, questo è possibile - dice Pizzino -è realizzabile, è semplice. Emettere prestiti interni è una facoltà riservata solo agli Stati Sovrani, quale può essere la Sicilia, questo è stato scritto il 15 maggio 1946 nel Manifesto al Popolo Siciliano, chiamato Statuto Speciale della Regione Siciliana-e aggiunge - Il Governo della Regione Siciliana deve rendere operative queste semplici dieci parole, mai applicate, deve utilizzare la moneta siciliana Grano per realizzare l’Indipendenza monetaria, economica e sociale senza le quali mai potrà esserci Indipendenza politica".
 Assenti i "politici", ma poco importa.  Al tavolo dei lavori insieme a Pizzino, Francesco Giordano - scrittore, Giuseppe Richichi di Forza d'Urto, Mariano Ferro del Movimento dei Forconi, Salvo Messina, e Nino Dovico, a rappresentare i comuni di Brolo e Piraino, il dibattitto è stato vivacizzato da tanti interventi ed è stato condotto da Massimo Scaffidi.
 "Grazie, Grazie, Grazie a quanti hanno partecipato e condiviso l’ormai nostro comune Progetto Sicilia!" conclude l'imprenditore brolese, rinnovando l'invito a sottoscrivere il progetto:
https://www.change.org/it/petizioni/popolo-siciliano-sosteniamo-progetto-sicilia-sistema-monetario-regionale-complementare

martedì 15 gennaio 2013

Una idea dell'Indipendentismo, dalla Sicilia trimillenaria al Principato di Sealand di Roy Bates

 
 
 
 
 



    Una idea dell'Indipendentismo, dalla Sicilia trimillenaria al Principato di Sealand di Roy Bates

L'indipendentismo è una filosofia di vita che pertiene al concetto di Libertà, alla visione del mondo che un essere umano degno di codesto nome deve avere, se vuole dirsi meritevole di vivere e non sottospecie come altri. E' nell'istinto modellato dalla ragione che egli sceglie consapevolmente la via: nessuno oltre se medesimo può govenarlo e, allorchè la Natura unica diva, designa i confini del luogo dove ha avuto la stella mattutina della nascita, oppure dove egli medesimo ha forgiato lo spazio vitale qualora nei precedenti casi per molte e insondabili ragioni questo non sia più bastevole alla sua mente universa, nasce la concezione indipendentista.
Abbiamo ripensato a tale visione, per noi siciliani e libertari affatto naturale, qualche giorno fa apprendendo, con ritardo, della morte il 9 ottobre 2012 del Principe Paddy Roy Bates, creatore e Sovrano dello Stato indipendente di Sealand. Egli fu un combattente per la libertà; si è spento a 91 anni, dopo una lunga malattia degenerante, nell'Essex. Chi era il Principe Roy Bates di Sealand? Un uomo libero, il quale ha vissuto e interpretato quasi simbolo e realtà, il concetto universale di indipendenza.    Già ufficiale delle FF.AA. di Sua Maestà Britannica nella II guerra mondiale in Africa e sui fronti greco e italiano (partecipò alla battaglia di Cassino), Bates negli anni sessanta è stato un pioniere, nella nativa Inghilterra, del fenomeno appassionante e straordinario (da noi ricordato perchè qui fiorito un decennio dopo) delle radio libere. Fonda infatti Radio Essex e trasmette la musica rivoluzionaria del tempo, pop e rock: siccome però le leggi vigenti allora in Gran Bretagna impedivano l'autonomismo radiofonico, sceglie di trasferire la sua stazione radio "pirata" sulle Roughs tower, una piattaforma a 10 km al largo del Suffolk, di fronte Ipswich alle foci del Tamigi, intenzionalmente costruita come chiatta e affondata negli anni quaranta del conflitto, successivamente abbandonata, costituita da una superfice di circa 1300 metri quadri. Qui egli e la sua famiglia si installa nel Natale del 1966 continuando  a trasmettere. Ma ecco l'idea geniale: dato il nome alla piattaforma di Sealand (cioè terra del mare, una costruzione artificiale autonoma) e constatato che essa insiste al di fuori delle acque territoriali inglesi, l'anno dopo l'autoproclama stato indipendente investendosene della funzione sovrana, quale Principe, per sè e per i suoi successori. Paddy Roy Bates compie così un atto autenticamente rivoluzionario che ha paragoni nelle pagine della cosiddetta "pirateria" di Sir Francis Drake, o nelle storie del Raja bianco di Sarawak, Sir Brooke, formalmente sudditi di Sua Maestà la Regina, ma indipendenti come concezione dello Stato costituito sovrano. E' nella forma mentis precipuamente britannica accettare ciò, e invero nella visione della Libertà umana. Bisogna dire che quasi subito il governo laburista intervenne: con scuse capziose una fregata della Royal Navy lanciò delle bombe contro Sealand ma appellatosi Bates alla Suprema Corte britannica, questa nel 1968 sentenziò che trovandosi la piattaforma fuori dalle acque territoriali inglesi (l'estensione delle acque territoriali è stata mutata nel 1987 ma non è cambiata la sovranità di Sealand), il governo britannico non ha competenza su Sealand, costituendo de facto il riconoscimento giuridico di quella che è a tutti gli effetti una micronazione, anzi la più celebre del vasto e variegato panorama delle micronazioni del mondo.
Nel 1978 altro colpo di scena: un sequestro a cui il governo di Sealand è sottoposto da parte di alcuni usurpatori, con conseguente controsequestro di essi, trattative dipolomatiche con Germania e Paesi Bassi, i quali pure implicitamente riconoscono il Principato di Sealand come entità statale autonoma, se non de jure, de facto. Sealand ha anche subito un incendio nel 2006, dai cui danni si è ripresa. La famiglia Bates, poichè dal 1999 Principe di Sealand è Michael (il quale ha nel figlio James il successore: si è creata così la dinastia dei Bates di Sealand), ha anche ammodernato, più che ristrutturato, il concetto di nobiltà: Lord o Barone e Baronessa di Sealand è chi indipendentemente dalla nazionalità, contribuisce concretamente e finanziariamente allo sviluppo ed al mantenimento del Principato (questo del resto del contributo o del possesso anche simbolico se non reale ed estensivo della terra legato al titolo nobiliare, è il nucleo della nascita di qualunque titolo nobiliare in ogni umana civiltà: la terra è legata all'investitura o il diritto di combattere e sostenere uno stato quale che sia, sin dalla più remota antichità). Tra i Baroni di Sealand celeberrimi o meno, figura anche Sua Santità il Dalai Lama., capo di stato in esilio della nazione libera del Tibet.
Sia Paddy Roy Bates che Michael, hanno rappresentato e rappresentano tuttora la visione contemporanea di un indipendentismo senza tempo, costituendo un esempio per tutte le generazioni ed i popoli della terra, di come uno stato anche strutturalmente artificiale in mezzo al mare del Nord, col solo mòtto "E mare libertas", possa indicare la via lucida in secoli di oppressione, all'Uomo che vuole vivere secondo il diritto di una sola visione, quella della Libertà. Oggi come ieri, Sealand prospera: qui il sito ufficiale: http://www.sealandgov.org/
"Libertà va cercando, ch'è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta" (Catone nel I canto del Purgatorio, Dante Alighieri, Divina Commedia). La Sicilia è a differenza di Sealand, una isola naturale di oltre 25 mila chilometri quadrati, ha oltre tremila anni di civiltà, il più antico Parlamento del mondo, proclamato dai Re Normanni nel XII secolo, uno Statuto Autonomista discendente diretto delle Costituzioni del 1812 (detta anche "inglese" poichè emanata quando la nostra isola era di fatto un protettorato britannico) e del 1848, che le permette di essere nella forma e nella sostanza uno Stato confederato alla repubblica Italiana, popoli diversi ma accomunati da comune indole alla libertà, alla fratellanza, alla eguaglianza dei diritti universali, e medesimamente circondata dal mare. Il nostro mare è sempre stato  la Libertà, dai tempi dei Ciclopi ci dona vasti orizzonti, nel nostro sangue scorre l'impeto delle glorie passate e future.  In Sealand tutto ciò è stato creato nella seconda metà del XX secolo a prezzo di una lotta impari ma ammirevole, da noi la lotta indipendentista del 1943-46, bagnata dal sangue dei martiri, fruttava lo Statuto il quale attende ancora chi lo applichi nella sua interezza, cioè ci riporti alla Libertà completa.
I siciliani indipendenti rendono onore alla memoria del Principe Roy Bates di Sealand, ne salutano nel Principe Michael e nella famiglia l'anelito di libertà, guardano con estrema simpatia al fresco Principato eretto sul mare e sostenuto da due torri (nel simbolismo foriere dell'Oltre, le sacre colonne dell'essenza...), cònsci che il loro passato sarà anche il loro avvenire.
"Quello che noi creammo allora sarà destinato a fruttificare, la Sicilia dovrà essere indipendente, ne ho la convinzione più assoluta", affermava Andrea Finocchiaro Aprile, carismatico e puro capo del Movimento Indipendentista Siciliano, nella sua ultima allocuzione nel giugno 1963. Ed a Sua Maestà Giorgio VI scriveva, nel dicembre 1943, per la "creazione di uno stato sovrano di Sicilia a regime repubblicano costituzionale...a conferma della secolare, tradizionale amicizia del popolo siciliano verso il popolo inglese", mentre in quei mesi il Premier Churchill giudicava il MIS, che in Sicilia ebbe fino a 500 mila iscritti, l'unico movimento politico serio del Mediterraneo.
Noi siamo già indipendenti in realtà nella nostra forma mentis dappoichè abbiamo avuto tante e tante dominazioni straniere ma siamo rimasti sempre nella razza, noi stessi, perchè nessuno è riuscito a piegarci: "poichè noi siamo dèi" (lo intuiì e suggerì Tomasi di Lampedusa, nel Gattopardo). Con questa consapevolezza sorridiamo all'unisono con la Gorgone al centro della triscele. La nostra divinità è dal cielo e dalla terra, nella consapevolezza trinitaria dell'unità, chè è Luce.

Francesco Giordano catanese di Sicilia liberamente confederata all'Italia,
dal 2008 Barone Francesco Giordano di Sealand