martedì 14 agosto 2012

Un imprenditore illuminato in Sicilia: Giuseppe Pizzino di Brolo






Ci sono incontri che si scrivono con il dito su la rena del tempo; altri che sembrano segnati dal movimento delle onde, increspato e preciso e però fluente; altri ancora, hanno un passato, pur nel futuro ignoto: quel passato è la storia che ritorna, il mito che rivive nel presente, la linfa che abbevera le terre emerse dopo la distruzione e il rinnovellamento dei mondi. Possono darsi molte spiegazioni, ma la realtà, come la Luce, è una solamente.
Abbiamo ri-conosciuto l'imprenditore Giuseppe Pizzino, siciliano di Brolo. Diciamo ri-conosciuto poichè era a noi noto da diversi anni, quale artefice della impresa camiciaria e di vario abbigliamento "Castello" che è stata all'inizio del XXI secolo nell'isola nostra notissima per aver diffuso, esportato nel continente italiano e poi nel mondo, il marchio "made in Sicily" attraverso le famose camicie costruite, intessute e compiute in quel del paesino dei Nebrodi, affacciato sul Tirreno mare e noto per il maniero dei Lancia. Come sanno coloro i quali hanno intelletto d'amore, indossare una camicia può anche avere una valenza mistica: e si sente la differenza, se essa è confezionata sotto il sole di Sciangài, di Nuova Dehli o di Sicilia.   Si sente e si percepisce sulla propria pelle, la nostra 'carta d'indentità' biologica reagisce nel bene e nel male. E' un dato di fatto incontrovertibile, che solo coloro i quali sono privi di cèrebro possono mettere in dubbio, che la traspirazione dipende dalla qualità della fibra e dalla psicologìa di colui che la indossa, oltre ai fattori fisici. E se il cotone o il lino vengono trattati in ambienti privi di salubrità o lontani da fonti ove regna il sublime, anche l'oggetto si impregna di energìe, negative e positive laddove ve ne sono le condizioni.   Così è stato per le camicie "Castello" di Giuseppe Pizzino. Il lettore ricorderà la nota vicenda la quale vide l'imprenditore, in sul finire dell'anno 2009, prima protestare clamorosamente per il mancato finanziamento della Unicredit che avrebbe permesso di salvare l'azienda, poi la chiusura di essa (il marchio modificato esiste ancora ma ha altra proprietà), con la dismissione del ramo da parte di Pizzino, che si è dedicato alle altre sue 'creature' aziendali ed ultimamente alla progettualità.
Egli ha un debole per l'agricoltura ed avendo sempre in mente l'eccellenza del tessile (i negozi Castello camicie erano diffusi in tutta Italia ed all'estero, il gruppo aveva ottenuto riconoscimenti importanti e ramificazioni internazionali), ha costruito ultimamente un progetto legato alla rinascita del cotone in Sicilia, molto articolato e serio: lo si può leggere nel sito  http://www.cottonet.it/  . Pizzino continua inoltre ad operare nel campo delle telecomunicazioni, impiegando molte donne, il che è particolarmente laudevole, nell'isola nostra dove le attività femminili non sono mai abbastanza valorizzate.  Ciò dimostra che l'imprenditore, quando è illuminato, non si arrende innanzi alle evidenti ed imponderabili difficoltà che lo fermano in apparenza, ma con spirito indomito e destinazione ferrea verso la mèta prefissa, continua il cammino sacro, certo che la Divinità accondiscende a' suoi destini. Pizzino è un entusiàsta, nel concreto ed etimologicamente, ispirato dal divino. Ha delle intuizioni originali e utilissime, che gioveranno al comune interesse, se rettamente applicate da chi di competenza. Queste persone debbono essere ai posti di manovra, in momenti cruciali della storia dei popoli.
E' un innamorato della Sicilia, Giuseppe Pizzino. Un amore autentico, che lo ha "radicato in questa terra", come dice lui, mentre avrebbe potuto levar via armi e bagagli e migrare altrove: come hanno fatto molti, come continuano a fare parecchi giovani, come sin dall'Unità masse popolari (allora incolte, adesso intellettualmente preparate, ma la disdetta è medesima) scelgono la via dell'emigrazione, poichè in Sicilia manca il lavoro per la gente onesta, ossia le possibilità occupazionali che non siano preda di clientelismo, assistenzialismo, rapacità degli sfruttatori, delle sanguisughe del popolo.   L'amore per la nostra patria, che ci ha fatto incrociare la stessa via, è un sentimento quasi di fede, una "terribile insularità d'animo" (scrisse il Tomasi di Lampedusa) unita alla mistica della terra del sole e del mare, ove "ferma è l'antica voce... oblìo di piena notte \ nell'acqua stellata. \\ Dal fuoco celeste \ nasce l'isola di Ulisse. \ Fiumi lenti portano alberi e cieli \ nel rombo di rive lunari. \\ Le api, amata, ci recano l'oro: \ tempo delle mutazioni, segreto" (Quasimodo, l'Isola di Ulisse).     Queste mutazioni segrete noi riscontriamo nel profondo del tempo, mentre si discute del presente e del futuro della Sicilia con Pizzino, mentre il suo atteggiamento franco e sincero denota la tradizione dell'uomo che sa il significato dei termini antichi e nuovi di onore, famiglia, fedeltà.  Per i siciliani degni di essere così appellati certe parole sono sacre, e "Verbum erat apud Deum: et Deus erat Verbum" (Gv. 1,2). Tutta la storia degli ultimi mille anni della Sicilia può scorrere, per chi la rammenta, in mezz'ora od in mille giorni, ciò poco cale: esiste in occulta tenebra come alla Luce delle stelle.
Quella storia attesta che dalla nascita del moderno Regno di Sicilia, nel Natale del 1130 allorchè Ruggero II veniva incoronato nella capitale Palermo ("La Sicilia è il centro del regno...", nel diploma papale), il suo destino si perpetua non già nella città, ma nell'entroterra; che se era il granajo di Roma l'isola Trinakìa duemila anni or sono, e per codeste ragioni l'imperialismo della repubblica la conquistò manu militari non senza perdite sanguinose, il destino della produttività alberga nell'agricoltura. Lo compresero bene gli Arabi, che in Sicilia innovarono il desueto sistema agricolo e ne importarono diverse colture, oltre a strutturarlo secondo criteri ancor oggi validissimi: così la lungimiranza Normanna fece in modo di lasciar convivere genti diverse, accomunate dal credo nell'Unico Dio e dalla libertà sostanziale nei comportamenti, ben più ampia (parrèbbe paradossale, ma è così) di quella odierna.
E se dal secolo XVIII in sul finire, mercè l'influenza decisiva della Gran Bretagna, in Sicilia nasceva quella classe media imprenditoriale che fu la fortuna e la rinascita del commercio e della prosperità isolana, fondamentalmente sanzionata dalla preziosissima Costituzione del 1812, fulgido esempio di modernità, alla nobiltà poco oculata si sostituiva il moderno imprenditore: il Florio ne è l'esempio più evidente, nella Sicilia occidentale. E mentre alcuni pochi nobili animati dalla Luce Vera, quali il Principe di Biscari a Catania, il Principe di Torremuzza a Palermo ed il Pennisi di Floristella ad Acireale, diffondevano il sapere in modo alto e magniloquente, mentre costruivano senza sosta e garantivano le attività lavorative a centinaja, anche migliaja, di operaj falegnami scalpellini marmorari, architetti musici scritturali e famigli, secondo la visione del mondo improntata alla Fraternità universale, tale intendimento sarà poi ereditato dalla nascente classe imprenditoriale siciliana: in minima parte invero, ma sarà così.
Questo il passato: al presente, se non può dirsi che il sipario è calato (per fortuna) neppure, platonicamente (nel Fedone) che "il sole è ancora alto sui monti": ovvero, non esiste quasi più l'imprenditore che sia amato dai suoi dipendenti, si sbracci le maniche come uno di loro e sia davvero e non a parole il pater familias dei tempi andati, nel senso cristiano e di autentica fratellanza umana.  Giuseppe Pizzino ha invece quella visione: se si chiede in giro, le parole che circolano su di lui sono buone, anzi più che buone. E si sa che in Sicilia, ci insegnò Gorgia, se la "malafama è un morbo che rimane per sempre", avere buona reputazione val più che miliardi di monete d'oro racchiuse in fatati scrigni.  Le parole si basano, per noi come per i molti, sui fatti: questa è la differenza tra un artefice ed un falsario, questo il motivo per cui anticamente, alla porta dei templi iniziatici, si respingeva chi non fosse "libero e di buoni costumi", ossia universalmente reputato degno di accedere alla Conoscenza.  La visione della spiga di Grano, ad Eleusi come nei santuari demetriaci di Sicilia, patria della dèa, era riservata agli iniziati dal cuore puro.
Ed è così ancora. A Tindari, narrano le antiche cronache che la Madonna nera ("nigra sum sed formosa") veniva trasportata dai Templari, fiera cavalleria iniziatica fondata da Bernardo di Chiaravalle, il mistico predicatore: durante il regno Normanno ebbero molte balìe in Sicilia. Per noi cristiani è oggi la Magna Mater che regge e governa i destini dell'Universo. Non casualmente, Isis ebbe due aspetti, e non casualmente la Vergine Madre di Tindari poggia i sacri piedi su una antica pòlla d'acqua.    I simboli sono fortemente identificativi non solo di un territorio e di una storia, ma eternamente validi e pregnanti: narrano di vite che non hano confini spazio-temporali.  Quando abbiamo incontrato Giuseppe Pizzino, di cui sappiamo la costruttività indomita e il coraggio umano ed imprenditoriale con cui quotidianamente continua la buona battaglia per creare produttività, lavoro onesto e trasparente in Sicilia, laddove sfruttatori e delinquenti senza scrupoli continuano a corrompere le genti danneggiandole psicologicamente ben più che in campo economico,  tali argomenti erano dintorno, come i Cavalieri della Tavola Rotonda sedevano armati prima della sacra pugna, illuminati dalla luce del Graal.  Ed il comune Graal, è la Sicilia.
"Una rotante in giro come sfera celeste, di cui vedi fisso l'asse, mentre essa agitata si muove; \ alimentata di chicchi di grano, fornisce nutrimento, adempiendo come si deve alla buona opera; \ ti pare che getti a noi sabbia d'argento, quando in lei di continuo, si versa ghiaia d'oro". Così Ibn Hamdis, il siciliano esule, descriveva la macina del mulino che crea il pane della vita, e tale è per noi la Sicilia degli uomini liberi e creativi come Giuseppe Pizzino: datrice di oro, per chi lo sa trasmutare.

F.Gio