venerdì 21 dicembre 2012

La serata per le "Poesie religiose" di Mario Rapisardi alla Società di Storia Patria di Catania

 


 


 
        

 La serata per le "Poesie religiose" di Mario Rapisardi alla Società di Storia Patria di Catania

La partecipazione di un folto e qualificato uditorio, con persone provenienti anche da lontane città di Sicilia, ha coronato di successo, nella sede della Società di storia Patria per la Sicilia Orientale di Catania, la presentazione, il 19 dicembre u.s. del libro "Poesie religiose" del poeta ottocentesco Mario Rapisardi, volume a cura dello studioso Francesco Giordano, che ne ha promosso la pubblicazione.
Fu una serata di omaggio all'illustre Vate della Poesia italiana nel secolo illuminato che vide il trionfo delle grandi idealità, quali il positivismo, il nascente socialismo, la Giustizia sociale, le visioni d'Arte del Vero, del Bello. Con tale spirito è stato commemorato non solo il libero pensatore Rapisardi nel centenario anno della morte (1912-2012), ma anche si vòlle scegliere la raccolta di liriche unanimemente ritenuta, da critici e grande pubblico, la più tersa e bella, nella sua visione pànica dell'Universo.
Sulle "Religiose", edite per la prima volta a Catania nel 1887 dal Tropea, ora ripubblicate mercè la passione dell'Editore Angelo Boemi (l'edizione qui proposta ha fra l'altro valore unico poichè presenta un acquerello inedito del Poeta ed una pagina autografa, nonchè è verificata sui manoscritti), dissertarono il poeta e scrittore Salvatore Camilleri, che nel 1944 pubblicava un "numero unico" commemorando Rapisardi nel centenario della nascita:  la sua passione e valenza di critico e testimone vivo di sessant'anni di storia locale, ha reso coinvolgente la narrazione.
Così Francesco Mannino di Storia Patria, ha voluto precisare che il 'ciclo rapisardiano' apertosi a novembre con la lectio alla Biblioteca Civica ex benedettina, si chiuse per questo 2012 con altro appuntamento rapisardiano. infine il giornalista Santo Privitera non ha mancato di rilevare il ruolo di Rapisardi nel contesto storico.
Francesco Giordano, che si disse "sacerdote del Verbo rapisardiano", leggendo "Conforto", una delle liriche del Vate, ne inquadrò la figura fulgida non solo quale apostolo di Libertà e missionario della autentica Poesia, ma anche nella purezza della classicità onde sgorgarono le sue liriche, intrise altresì di quella visione filantropica e massonica (di cui il Poeta fu adepto) la quale, se fu antisistema, non venne meno all'amore del letterato per il Cristo. Inoltre egli ha rimarcato l'ardente sicilianismo, pur nel contesto dell'unità nazionale, del Rapisardi, i cui discepoli furono sovente tra i fautori e sostenitori, decenni dopo, dell'indipendentismo siciliano.
Qui il video riassuntivo della serata, già pubblicato su Youtube:
https://www.youtube.com/watch?v=8G-7-Lx1BZs

Qui l'articolo affettuoso e attento che il prof.Antonino Blandini, gradito ospite insieme alla gentile consorte, ha scritto sull'evento, pubblicato sul quotidiano "La Sicilia" del 2 gennaio 2013:

Le poesie religiose di Mario Rapisardi
Concluso l'anno 2012, dedicato al centenario della morte di Mario Rapisardi. Nell'aula della biblioteca della Società di Storia Patria - uno dei pochi enti morali di grande prestigio che con il nuovo anno non chiuderà i battenti, sfidando la crisi economica e morale nemica della cultura - il giornalista Santo Privitera, il poeta e scrittore Salvatore Camilleri e lo stesso Giordano hanno illustrato, a un pubblico di studiosi e di cultori di storia patria, l'intramontabile valore lirico delle poesie religiose, frutto purissimo dell'anima sdegnosa del "grande Solitario", così definito dal premio Nobel per la letteratura Grazia Deledda. Il dott. Privitera ha tracciato un bilancio delle celebrazioni rapisardiane a Catania. Il prof. Camilleri ha ricordato di essere stato il primo nel Dopoguerra a pubblicare, nel febbraio 1944, nel centenario della nascita, il numero unico, ormai introvabile, dedicato al positivista e repubblicano Rapisardi, il più grande poeta che ha avuto la Sicilia e uno dei maggiori a livello nazionale, fondatore e preside della facoltà di lettere senza essere laureato, grazie alla lungimiranza di un illustre ministro della pubblica istruzione, Francesco De Sanctis. Il dott. Giordano, autore oltre che dell'introduzione anche di una stimolante postfazione intitolata "Il Prometeo incatenato di Catania", ha ripercorso la complessa e travagliata parabola artistica della "nebulosa" di Rapisardi, uomo schivo e riservato, battagliero e spregiudicato negli scritti, profetizzato "precursore" da Victor Hugo, l'"arcangelo umanato", com'egli si compiacque definirsi, che ebbe il coraggio di ridiscutersi sino alla fine e di invocare ne ‘L'impenitente' "il tuo sospiro, il tuo perdono, o Cristo", segno del suo cristianesimo laico, mai rinnegato anche nella crisi più profonda della sua religiosità, facendo ammenda dei colpi dati allorché scrisse, nel ripubblicare nel 1906 il ‘Lucifero' messo all'Indice, "Sinceramente mi dolgo se ho offeso la sensibilità religiosa dei cristiani" (Antonino Blandini).

lunedì 17 dicembre 2012

Presentazione del libro "Poesie religiose" di Mario Rapisardi, Società di Storia Patria, Catania 19 dicembre 2012 ore 16,30



La Società di Storia Patria
per la Sicilia Orientale
 
è lieta di invitare la S.V.

alla presentazione del libro

"Poesie religiose" di Mario Rapisardi
a cura di Francesco Giordano, Boemi Editore
 
19 dicembre 2012, ore 16,30
 
Relazionerà il curatore del libro, Francesco Giordano (Storico). Interverranno Salvatore Camilleri (Poeta e Scrittore), Santo Privitera (giornalista), Angelo Boemi (Editore).
Saranno letti brani dalle opere rapisardiane.
 
 

 

Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale
Palazzo Tezzano, piazza Stesicoro 29
95121 Catania, tel. 095316920
www.storiapatriacatania.it


venerdì 14 dicembre 2012

Presentazione del libro "Voglia d'Indipendenza", Giardini Naxos, 16 dicembre 2012 ore 10

 
 


Domenica 16 dicembre 2012, alle ore 10.00 presso la Biblioteca Comunale
Giardini Naxos - via Umberto 119-121
 
 presentazione del libro di Salvatore Musumeci  “VOGLIA D’INDIPENDENZA”

Relatori: Francesco Giordano (Storico e Letterato), Mimmo Mollica (Giornalista Rai)

Intervengono: Salvatore Musumeci (Autore), Antonino Armenio (Editore), Giuseppe Russo (Presidente Ass. Tradizione, Ambiente e Turismo), Pancrazio Lo Turco (Sindaco Giardini Naxos)
Moderatore: Rodolfo Amodeo (Giornalista Professionista)
 
Qui il video dell'evento, già pubblicato su Youtube:

giovedì 13 dicembre 2012

Sul libro "Voglia di Indipendenza" di Salvatore Musumeci, utilissimo compendio di orgogliosa sicilianità



 Sul libro "Voglia di Indipendenza" di Salvatore Musumeci, utilissimo compendio di orgogliosa sicilianità

E' recentemente stato pubblicato, a cura dell'Editore Armenio in quel di Brolo, ridente centro tirrenico del messinese, il volume "Voglia di Indipendenza: storia contemporanea della Sicilia tra Separatismo e Autonimia" (euro 15). Autore è Salvatore Musumeci, il quale alla professione di insegnante negli istituti superiori e docente universitario, affianca l'impegno notevole di studioso nonchè di artista musicale, e anche la presenza nella politica (egli è il leader del rinnovato Movimento Indipendentista Siciliano, partito mai soppresso che con un gruppo di amici ha rinvigorito e vitalizzato nei primi anni del XX secolo).
Un libro di 330 pagine, la cui mole ponderosa è inversamente proporzionale alla facilità di lettura ed all'entusiasmo dell'Autore: come ben ha scritto nella nota introduttiva Raffaele Lombardo, già Presidente della Regione Siciliana, "un valido sussidio per docenti e studenti e per quanti hanno voglia di conoscere per riconoscersi", poichè "l'essere cittadini del mondo non significa rinunciare alla propria identità ma promuovere e coniugare positivamente le diversità". E' proprio la rinuncia, sottile, mellifua, forzata, a volte imposta con le armi e col sangue, alla identità di quella che noi preferiamo appellare la "Nazione Siciliana", l'oggetto di studio del presente libro avvincente, il quale riassume in alcuni densissimi capitoli le motivazioni, le strategie palesi e vergognose, le stragi dell'unitario stato italiano, vòlte a stringere in una morsa di sangue e a volte di odio fratricida le popolazioni di Sicilia, con un unico obiettivo: serbare al centralismo di Roma la governabilità su un'Isola riottosa e orgogliosa, indipendente per virtù naturali della sua gente, implacabile negli amori come negli odii, ma sempre discendente dalla Luce eterna.
Musumeci, non nuovo nelle sue scorribande storiografiche e giornalistiche (fummo in qualità di scrittori di storie, nella medesima scuola del periodico "Sicilia Sera", e ci onoriamo di averne l'amicizia) a codeste indagini attente e documentate, ha compiuto opera affatto meritoria, nel sintetizzare non solo gli anni post-unitarii che videro gli stati d'assedio imposti in Sicilia,  mezzi coercitivi di uno Stato il quale, se da una parte ebbe l'indubitabile merito di diffondere l'educazione pubblica con legge nazionale (ciò che il governo borboniano mai fece), dall'altro ci derubò nel bilancio economico statale (come del resto anche i Borboni avevano fatto sopprimendo l'indipendenza siciliana con il Regno delle due Sicilie nel 1816), a vantaggio delle industrie del nord e dello sviluppo dell'Italia settentrionale, costringendo letteralmente moltissimi nostri conterranei al lungo flusso delle migrazioni verso le Americhe, fra Ottocento e Novecento. Molti di quegli emigrati o figli di emigrati poi divennero famosi, e come Fratelli siciliani li ricorderemo sempre: Frank Sinatra the voice, il regista del new deal Frank Capra, Al Pacino, celebre attore.
Musumeci nondimeno esplora con dovizia di documenti, alcuni affatto inediti (come il biglietto del capo-mafia Don Calogero Vizzini che definitivamente chiarisce il suo ruolo centrale nella occupazione anglo-americana dell'Isola nell'estate del 1943), il ruolo del Movimento Indipendentista in Sicilia, che ebbe il consenso amplissimo della più gran parte del popolo, tra i giorni dell'AMGOT e le elezioni nazionali del 1946. In quel contesto magmatico per le sorti d'Europa, covarono gli avvenimenti che ebbero poi sviluppo nei decenni a seguire ed anche oggi sono importanti perchè se ne riverbera l'influenza: le decisioni della conferenza di Yalta, il ruolo della lotta armata dell'EVIS, esercito separatista guidato dalla leggendaria figura di guerriero e guerrigliero di Antonio Canepa (a lui certo si ispirò il Che Guevara, e anche Fidel Castro, nelle successive lotte per la liberazione dei popoli latino-americani), proditoriamente assassinato dal rinascente Stato nazionale, l'intreccio occulto fra il latifondismo siciliano e le organizzazioni delinquenziali (il termine "mafia" o "cosa nostra" non può dirsi ufficializzato, ed è ufficioso solo dagli anni Ottanta del XX secolo), nonchè le bande come la più celebre, quella di Salvatore "Turiddu" Giuliano, l'eroe per eccellenza di una certa idea di Libertà connessa alla purezza giovanile ed all'autodeterminazione mitica del nostro popolo.
Nel libro si indugia copiosamente verso queste figure oramai frammiste di storia ed aneddotica, cercando il bandolo non diremmo della verita (la quale, avrebbe detto il Voltaire della Storia di Jenni, è dal cielo come la legge morale), ma della comprensione. Se ciò viene raggiunto nella mente del lettore, è indubbio se codesto è nato o possiede il DNA dei Siciliani: non sappiamo se tali effetti possono essere ben intuiti all'estero, ma di questo poco cale. Risultò già all'epoca che il senso della lotta indipendentistica degli anni Quaranta, vera e propria guerra civile, fruttò in senso pattizio lo Statuto Speciale della Autonomia dell'Isola: questa carta che attende ancora i decreti attuativi, soffre della inaccettabile soppressione dell'Alta Corte, e se applicato rende, o renderà, la Sicilia a tutti gli effetti uno Stato federale che con l'Italia, pur considerata "sorella", ha eguali diritti e il minimo indispensabile di legami.  Notevole è l'orizzonte indicato dall'autore, specie ai più giovani, in ordine a quelle che è corretto definire "stragi di Stato" : dalla repressione sanguinosa della rivolta popolare di Bronte nel 1860, che macchiò d'infamia la purezza dell'ideale unitario garibaldino (attraverso il furore genocida di Bixio), ai fatti criminosi di Portella della Ginestra  (per cui ingiustamente Giuliano venne coinvolto e si autoaccusò di una vicenda avente implicazioni internazionali) alle morti collegate, la più eclatante delle quali, a nostro parere, fu quella del Procuratore di Palermo Pietro Scaglione, nel maggio 1971: un "filo della memoria" che nessuno deve o dovrebbe dimenticare.
In tale visione, ci è caro ricordare in questa sede il ruolo indispensabile che l'Autore assegna ad Andrea Finocchiaro Aprile, capo indubbiamente carismatico del MIS e fautore della indipendenza siciliana nel travagliato periodo 1943-46: e se egli ancora oggi (non possiamo dimenticare le recenti parole del Presidente della Repubblica che lo ricordano come mònito terribile di uno Stato che è sempre pronto a soffocare i conati di autodeterminazione dei popoli, i quali tuttavia fatalmente trionferanno) è visto come un uomo di illuminata Luce nel pelago dei grandi personaggi della Storia di Sicilia, gli è che negli anni gloriosi in cui guidò il Movimento, indicò a molti la via della autocoscienza in senso di Libertà, di Eguaglianza indefettibile di tutti i popoli, e di Fraternità universale di essi, nel seno dell'Unità umana ma nella diversità di stirpi e tradizioni, propriamente riferendosi alla storia siciliana, di cui egli indulgeva a rammentare la secolare indipendenza e la capacità dei Sovrani siciliani, dai normanni in poi, nel piegare all'interesse dell'Isola e Papi e altri Monarchi. La affiliazione massonica di Finocchiaro Aprile (che fu Sovrano Gran Commendatore 33° del Rito Scozzese A.A., anche Gran Maestro di un gruppo autonomo che propugnò l'emancipazione della donna, per poi confluire nel GOI: morirà nel 1964) fu un suo grande merito (in questo punto dissentiamo affettuosamente da Musumeci, che vede invece con spirito fortemente critico la visione della Massoneria nell'insieme del suo studio) e concorse alla emancipazione etica e intellettuale di molti esponenti giovani e adulti del mondo indipendentista (che erano parimenti frammassoni, come Rindone e altri lo sarebbero stati in seguito), nonchè servì anche se per breve tratto, la causa indipendentista perseguita dal MIS (la quale, se pur condivisa personalmente dal Fratello massone Churchill premier britannico, e dai FF. massoni Roosevelt e Truman, non potè avere seguito per causa, come spiegato nel libro, della dottrina Stalin e delle sfere d'influenza allora adottate). 
Tra le fonti citate con attenzione dall'autore, ci piace ricordare l'avvocato MIchele Papa, scomparso or è un decennio, che da giovane militò nell'Esercito Indipendentista e di cui scrisse la storia in un volume di ricordi: dalla passione di personaggi indubbiamente pittoreschi ma gagliardi come lui, molti di noi che gli fùmmo amici appresero ad  amare e lottare per la terra gloriosa di Sicilia.
Il volume si conclude con la ristampa del testo dello Statuto, che ogni siciliano dovrebbe conoscere per innamorarsene e chiederne l'applicazione, nonchè col "testamento spirituale" di Finocchiaro Aprile: "quello che noi creammo allora sarà destinato a fruttificare", disse l'illustre galantuomo, nel 1963. E' l'auspicio di ogni siciliano i cui destini sono indissolubilmente legati alla unica, ammaliante insularità della terra del Sole.
F.Gio

La serata su Domenico Tempio alla Società di Storia Patria di Catania



 
 



Il 5 dicembre nella sede prestigiosa della Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale di Catania, riaperta alla città dopo lungo oblìo, è stato presentato, nell'ambito delle manifestazioni "Dicembre a palazzo Tezzano", il libro "Domenico Tempio cantore della Libertà", di Francesco Giordano, Akkuaria Edizioni. Sono intervenuti Francesco Mannino (Società di Storia Patria), Vera Ambra (Editore), Santo Privitera (giornalista e scrittore). L'attrice Marta Limoli ha letto con fascinoso pathos, "La Libirtà" e "La Libraria", poesie tempiane. Ha relazionato l'Autore, intorno alla figura e l'opera del grande Poeta settecentesco della "Nazione Siciliana", illuminista e illuminato.

Riportiamo di seguito l'attenta e sapiente cronaca dell'evento, scritta dalla brava giornalista Perla Maria Gubernale per CtZen http://ctzen.it/2012/12/09/micio-tempio-poesia-morale-e-versi-vastasi-un-rivoluzionario-della-liberta-dimenticato/ :

Micio Tempio, poesia morale e versi vastasi
 Un «rivoluzionario della libertà» dimenticato

Di Perla Maria Gubernale | 9 dicembre 2012
Conosciuto per i suoi componimenti erotici e per qualche storiella colorita, il catanese Domenico Tempio è stato il più grande poeta siciliano del Settecento, annoverato tra i migliori innovatori di sempre, maestro di rivolta letteraria, satira contro il potere e libertà linguistica. A quasi 200 anni dalla morte, un libro – scritto da Francesco Giordano – rivela gli aspetti sconosciuti del «Dante di Sicilia», nascosti da tempo, censure e pregiudizi

«Rivoluzionario della libertà, poeta della modernità, autore per eccellenza della lingua siciliana e cantore della nostra Catania». Così lo studioso catanese Francesco Giordano definisce Domenico Tempio, poeta etneo vissuto nella seconda metà del Settecento e oggi, dopo un lungo periodo di censura ed oblio, conosciuto per lo più per i suoi versi erotici e licenziosi in dialetto siciliano. Ma molti non sanno che Micio Tempio, così lo chiamano i suoi concittadini, insieme al palermitano Giovanni Meli, fu il più importante poeta siciliano del suo tempo, oltre ad essere considerato uno tra gli autori più riformatori e moderni di sempre. La sua penna, infatti, non tracciava sul foglio solo componimenti libertini, ma fustigava i costumi dell’epoca con la più pungente delle satire, analizzando e criticando la società e i suoi protagonisti, condannando falsità e ipocrisie. E che, per il suo capolavoro, La Carestia (un poemetto in venti canti pubblicato postumo), fu definito dalla critica moderna il «Dante di Sicilia».

Eppure, ancora oggi, per i catanesi Domenico Tempio è noto solo per le «poesie vastase», per qualche storiella dai toni coloriti e per un mezzo busto dal naso scalfito tra i vialetti del Giardino Bellini. Ma c’è molto di più. A fare emergere gli aspetti sconosciuti – o dimenticati – della figura tempiana, a quasi 200 anni dalla sua morte, un volume dal titolo Domenico Tempio cantore della libertà, scritto proprio dallo storico e studioso Francesco Giordano e presentato mercoledì pomeriggio nella sede della Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale. «Per molto tempo – spiega l’autore – Tempio fu definito un poeta pornografo, ma i versi licenziosi, mai fini a loro stessi, gli servivano in realtà a rompere gli schemi e ad incitare alla ribellione quella che allora era la borghesia nascente». Per sfatare luoghi comuni e non cedere a falsi moralismi, trattando anche «temi forti, con parole audaci ma che non denigrano», afferma. E che, nonostante le accuse che a lungo perseguitarono la sua poetica, non fu mai antimorale perché «non pubblicò mai gli scritti erotici di sua volontà».

Un «poeta della ragione» che non deve e non può essere «catalogato solo come un autore licenzioso», spiega Santo Privitera, scrittore e moderatore dell’incontro. Fama che gli si è attaccata addosso per quasi tutto l’Ottocento e metà del Novecento, periodo in cui parte delle sue opere subì la censura – per essere rivalutata solo dopo la seconda guerra mondiale – e lo scrittore catanese fu lentamente dimenticato. Eppure Tempio è stato un intellettuale molto apprezzato dai suoi contemporanei, che vide grande fama anche in vita. E che oggi, grazie alla sua concezione del rapporto con il potere, è moderno più che mai. «Tutto cambia per non cambiare nulla»: sembra scritto oggi, ma a vergare queste parole è stata la sua penna più di due secoli fa. Per questo, secondo Privitera, «la sua figura deve essere rivalutata e i suoi scritti diffusi a partire dall’insegnamento nelle scuole».

«Era un appassionato della vita e della poesia, per questo scriveva tutto quello che pensava», sottolinea Privitera. Senza contare che «per lui, la poesia erotica era solo un modo per tenersi in allenamento e far divertire gli amici. E invece si rivelò quella che il popolo leggeva di più». Forse anche per la sua scrittura libera e un linguaggio – un «dialetto ricercato» – diretto e vicino ai nobili – che all’epoca non parlavano italiano – ma sopratutto al popolo, di cui criticava ignoranza e mentalità, accostando, in alcune opere, i comportamenti umani a quelli di animali o oggetti. Un modo di scrivere, il suo, «naturale, fatto di libertà e di satira contro il potere». Con il quale fu «giacobino e rivoluzionario dal punto di vista letterario». Nel nome di ogni forma di libertà. Che però, come si legge in calce ad uno dei suoi manoscritti – pubblicati per la prima volta nel volume antologico di Giordano – considerava «un dono micidiale per chi non ha forze e qualità bastanti a poterla sostenere».

Fu proprio la libertà il fulcro della poetica tempiana, nutrita da passione per la poesia e dal pensiero illuministico e che in quel tempo si andava formando anche tra gli intellettuli etnei. E in cui si sviluppò la sua forma mentis. Tempio, infatti, nato nel 1750, «si formò nel pieno fervore di ricostruzione architettonica (la città esce da due catastrofi spaventose: l’eruzione dell’Etna nel 1669 e il terremoto del 1693) e culturale», spiega Giordano. Qui, Tempio, inizialmente indirizzato agli studi in seminario – che poi lascio per quelli umanistici – ebbe «insegnanti illuminati», entrando in contatto con l’allora vescovo Salvatore Ventimiglia - «uomo attento al risveglio intellettuale della città» – e i «salotti infiammati di cultura» del principe Ignazio Paternò Castello di Biscari, al centro delle «istanze giacobine della massoneria settecentesca, quando la Sicilia era terra di cospirazioini rivoluzionarie e una Catania illuminata faceva parte del circuito della grande cultura europea», sottolinea lo studioso.

Domenico Tempio, allora, fu un personaggio «sulfureo, peccaminoso, che cadde in miseria, visse con i sussidi degli amici e diede scandalo convivendo con la sua cameriera, Caterina, da cui ebbe anche un figlio», racconta Giordano. Con un percorso umano interessante, uno poetico fondamentale e uno «iniziatico molto importante, fatto di simboli massonici e significati occulti, anticlericali ed esoterici». Ancora oggi incompresi e sconosciuti. Ma che, contrariamente a quanto si crede, fu un «poeta morale», conclude l’autore. Perché, come diceva Voltaire, «la morale non sta nella superstizione, ma è la medesima in tutti gli uomini che fanno uso della ragione».


Qui il video della serata, pubblicato su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=oslsRpON490



lunedì 10 dicembre 2012

Presentazione del libro "Musica e musicisti minori catanesi", Catania 12 dicembre ore 16, Società di Storia Patria

 
 
Nella sede della Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale
 
piazza Stesicoro 29, palazzo Tezzano
 
verrà presentato il libro
 
 
"Musica e musicisti minori catanesi
 
tra Ottocento e Novecento
 
di Santo Privitera, Boemi Editore
 
 
12 dicembre 2012, ore 16
 
 
 
 
 
 
Relazionerà l'autore, interverranno Francesco Giordano (storico),
Maria Rosa De Luca (docente universitaria di Storia della Musica),
Angelo Boemi (Editore)

venerdì 30 novembre 2012

Presentazione del libro "Domenico Tempio cantore della Libertà", Società di Storia Patria, Catania 5 dicembre 2012 ore 17

 
 

La Società di Storia Patria
per la Sicilia Orientale
 
è lieta di invitare la S.V.
alla presentazione del libro

"Domenico Tempio, cantore della Libertà"
di Francesco Giordano, edizioni Akkuaria
 
5 dicembre 2012, ore 17
 
Relazionerà l'autore del libro, Francesco Giordano (Storico). Interverranno Santo Privitera (scrittore e giornalista), Vera Ambra (Editore, Presidente Associazione Akkuaria); brani dalle opere tempiane saranno letti dall'attrice Marta Limoli e dall'attore e regista Orazio Aricò
 

Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale
Palazzo Tezzano, piazza Stesicoro 29
95121 Catania, tel. 095316920
www.storiapatriacatania.it

La commemorazione di Mario Rapisardi alla Biblioteca Civica di Catania: il video



Riportiamo il link alla pagina di Youtube  http://www.youtube.com/watch?v=OWJWBZnugJc   ove è il video con alcuni passi salienti della della lectio magistralis su "La figura umana e poetica del professore Mario Rapisardi" (1844-1912), nel centenario della morte, svoltasi nel refettorio piccolo delle Biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero, Catania 23 novembre 2012, ore 17: la conferenza è stata anche di credito formativo per gli studenti della Facoltà di Lettere, co-organizzata dalla Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università di Catania, Fondazione Verga e Centro Culturale Paternò Tedeschi.
Santo Privitera, giornalista e scrittore nonché presidente del Centro culturale Paternò Tedeschi, introduce sulla personalità del Poeta catanese dell'Ottocento; Francesco Giordano, studioso rapisardiano e scrittore di storia patria, commemora il Vate parlando della illuminata sua opera e della grande importanza del personaggio nel XIX secolo, anche in riferimento alla Massoneria. Al centro Rita Carbonaro, direttrice della Biblioteca.
Sono anche intervenuti Francesco Mannino (Società di Storia Patria), Gabriella Alfieri (Fondazione Verga), Salvatore Camilleri (poeta e scrittore), che ha ricordato Rapisardi nelle alterne vicende che lo ebbero protagonista.
Sottofondi musicali: Beethoven, Sinfonia n 5 in do min, I tempo, diretta da Furtwàngler nel 1943; Mozart, Die Maurerfreude (la gioia massonica) k471, cantata.

Hanno scritto cronache della conferenza il quotidiano La Sicilia di Catania del 26 novembre 2012, il quale ha pubblicato il seguente testo:

Mario Rapisardi: i cimeli, la vita e la poetica
Si è tenuta il 23 novembre presso le Biblioteche Riunite "Civica e Ursino Recupero" l'iniziativa "La figura umana e poetica del Professore Mario Rapisardi", organizzata dalla Società di storia patria per la Sicilia orientale, con la collaborazione del Dipartimento scienze umanistiche dell'Università di Catania, delle Biblioteche Riunite "Civica e Ursino Recupero", della Fondazione Verga, del Centro culturale "Vincenzo Paternò-Tedeschi". Nella mattina il pubblico ha potuto visitare il "Museo-Studiolo", di fronte la Biblioteca, dove sono custoditi i cimeli rapisardiani. Nel pomeriggio nel Refettorio Piccolo dei Benedettini, l'iniziativa è stata aperta dai saluti della dott. Carbonaro, direttrice della Biblioteca stessa, e del dott. Mannino, membro della Società. La prof. Alfieri, presidente del Consiglio scientifico della Fondazione Verga, ha detto di ritenere indispensabile il procedere sulla strada dello studio e dell'approfondimento degli intellettuali locali. L'iniziativa è proseguita in un gradevole alternarsi di interventi e di letture degli scritti di Mario Rapisardi, curate dagli attori Orazio Aricò e Marta Limoli. Così l'introduzione del dott. Santo Privitera, anche a nome del Centro Culturale "Vincenzo Paternò-Tedeschi", che ha sottolineato l'importanza di tale iniziativa nel contesto del centenario della scomparsa del poeta. Così anche l'intervento del prof. Salvatore Camilleri (poeta e scrittore), che ha messo in evidenza il nucleo del pensiero del maestro catanese. L'intervento del dott. Francesco Giordano ha concluso l'iniziativa, inquadrando Rapisardi nel suo tempo, quel fine secolo XIX e gli albori del nuovo, di cui tutto l'impegno culturale e sociale del poeta furono testimoni e ancora rappresentano un punto di vista illuminato e profondo dell'epoca.


nonchè il giornale online CtZen (http://ctzen.it/2012/11/23/mario-rapisardi-un-prof-prima-che-un-viale-dimenticato-per-damnatio-memoriae/), con una brillante e simpatica intervista a cura di Desireé Miranda:

Mario Rapisardi, un prof prima che un viale
 «Dimenticato per damnatio memoriae»

Di Desirée Miranda | 23 novembre 2012

Un evento per ricordare Mario Rapisardi, poeta e uomo di cultura nella Catania dell’Ottocento. Si terrà questo pomeriggio nel refettorio delle biblioteche riunite Ursino-Recupero, al monastero dei Benedettini, dove il professore Rapisardi ha insegnato per molto tempo. Bistrattato e dimenticato a lungo, per la maggior parte dei catanesi è solo uno dei viali cittadini, ma non per tutti. Vittima della critica e della sua timidezza, secondo gli studiosi o lo si ama o lo si odia

«La figura umana e poetica del professore Mario Rapisardi». È questo il titolo del convegno organizzato  dalla società di Storia patria per la Sicilia orientale nel refettorio piccolo delle Biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero dell’ex Monastero dei Benedettini per questo pomeriggio alle 17. Un’occasione per ricordare «quello che fu definito il poeta della giustizia e della libertà da Edmondo De Amicis», come dice lo studioso rapisardiano Francesco Giordano. Un evento per parlarne in occasione delle celebrazioni per il centenario della sua morte. Sono trascorsi infatti cento anni dal 4 gennaio del 1912, ma se la sua Catania non lo ha ricordato adducendo motivazioni pecuniarie e molti dei suoi concittadini lo conoscono solo come uno dei più grandi e importanti viali cittadini, altri hanno deciso di organizzare una serie di eventi dedicati.

«Se non lo facciamo noi chi dovrebbe?», afferma Francesco Mannino, coordinatore dell’iniziativa. «La nostra associazione, che è centenaria, nasce proprio con lo scopo di occuparsi di cultura e studiosi locali», aggiunge. L’obiettivo è chiaro: rinnovare l’interesse per lo studioso, «importante perché è stato osservatore del nostro territorio e ci aiuta a capire cosa accadeva in una Catania non troppo remota», dice ancora Mannino.

«Troppo spesso è stato bistrattato o dimenticato volutamente – spiega Giordano – eppure nell’Ottocento era considerato uno dei più grandi pensatori e scrittori europeo», continua. Con l’inizio del nuovo secolo però tutta cambia per almeno due motivi secondo lo studioso rapisardiano che parla di damnatio memoriae: «Da una parte una sorta di complotto contro di lui in quanto repubblicano anche dopo l’unità d’Italia, quindi non ebbe il supporto della critica. Dall’altro era timido di carattere e soccombette al’’attacco sia di Giosuè Carducci che da Benedetto Croce supportati dalla critica».

E quale miglior luogo per parlare di Mario Rapisardi se non il monastero dei Benedettini? Qui ha insegnato per molti anni e c’è anche un museo dedicato e visitabile ogni mattina, in cui c’è tutto ciò che era presente nel suo studio. «O lo si ama o lo si odia – dice Rita Carbonaro, direttrice delle biblioteche riunite –  La sua anima aleggia nel Monastero e punisce i suoi detrattori», conclude.


Infine una immagine dei 'rapisardiani': da sinistra a destra, Francesco Giordano, Salvatore Camilleri, Marta Limoli, Orazio Aricò, Santo Privitera e Rita Carbonaro.




sabato 24 novembre 2012

La conferenza su Mario Rapisardi nel primo centenario della scomparsa alla Biblioteca Civica ex benedettina di Catania

 
 
 




Riportiamo il comunicato stampa della Società di Storia Patria della Sicilia orientale, relativo alla conferenza sulla figura umana e poetica di Mario Rapisardi, tenutasi ieri alla Civica Biblioteca di Catania:

Si è tenuta il 23 novembre presso le Biblioteche  Riunite “Civica e Ursino Recupero” l’iniziativa “La figura  umana e poetica del Professore Mario Rapisardi”, organizzata dalla Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, con la  collaborazione del Dipartimento Scienze  Umanistiche dell’Università di Catania, delle Biblioteche Riunite “Civica e Ursino Recupero”, della Fondazione Verga, del Centro Culturale “Vincenzo Paternò-Tedeschi”.  Nella mattina il pubblico ha potuto visitare il “Museo-Studiolo”, di fronte la Biblioteca, dove sono custoditi i cimeli rapisardiani.

 Nel pomeriggio nel Refettorio Piccolo dei Benedettini, sala interna alla Biblioteca gremita di pubblico, l’iniziativa è stata aperta dai saluti del Senatore Fleres (Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Ursino-Recupero), riportati dalla dott.ssa Carbonaro, direttrice della Biblioteca stessa, e dei professori Iachello e Giarrizzo (rispettivamente presidente della Società di Storia Patria e accademico dei Lincei), portati al consesso dal dott. Mannino, membro della Società.

La prof.ssa Alfieri, Presidente del Consiglio Scientifico della Fondazione Verga, ha salutato con favore l’evento, ritenendo indispensabile il procedere sulla strada dello studio e dell’approfondimento degli intellettuali locali, figure fondamentali nel panorama culturale italiano e internazionale.

L’iniziativa è proseguita in un gradevole alternarsi di interventi appassionati e informati e di letture degli scritti di Mario Rapisardi, curate dagli attori Orazio Aricò e Marta Limoli. Così l’introduzione del dott. Santo Privitera, anche a nome del Centro Culturale “Vincenzo Paternò-Tedeschi”, che ha sottolineato l’importanza di tale iniziativa nel contesto del centenario della scomparsa del poeta.

Così anche l’intervento approfondito sulla poetica rapisardiana del prof. Salvatore Camilleri (poeta e scrittore), che in una coinvolgente disamina ha saputo mettere in evidenza ai giovani, agli studiosi e agli appassionati presenti il nucleo del pensiero del maestro catanese.

L’intervento del dott. Francesco Giordano ha concluso l’iniziativa, inquadrando Rapisardi nel suo tempo, quel fine secolo XIX e gli albori del nuovo, di cui tutto l’impegno culturale e sociale del poeta furono testimoni e ancora rappresentano un punto di vista illuminato e profondo dell’epoca.

La Società di Storia Patria, istituzione che da più di un secolo è impegnata nella promozione degli studi della cultura siciliana, oltre che nella conservazione e divulgazione delle pubblicazioni e dei documenti ad essa relativi grazie anche alla sua biblioteca di piazza Stesicoro (palazzo Tezzano), procederà con nuove iniziative nelle prossime settimane.
(Nella foto di Gianni De Gregorio, il tavolo dei relatori)

sabato 3 novembre 2012

Dopo il voto in Sicilia: una autonomia indipendente, o il caos




Dopo il voto in Sicilia: una autonomia indipendente, o il caos

I dati delle recenti elezioni regionali in Sicilia non lasciano adito a dubbi: oltre il 52 % degli elettori ha rifiutato di recarsi alle urne, mai successo nella storia delle votazioni dalla fine della seconda guerra mondiale. Inoltre la "sirena incantatrice" del Movimento cinque stelle di Beppe Grillo, ha realizzato un ottimo punteggio, sommando il quale si ha circa il settanta per cento di "voti di protesta", come si afferma comunemente. La classe politica non è solo delegittimata, ma anche sfidicuata, perchè tale la percepiscono i siciliani i quali, più che altri popoli, hanno la serena consapevolezza dell'andazzo che è e che si profila.
E se noi siciliani, anche guardando alla Storia, ci comportiamo così, un significato c'è. Ed è molto serio. Vera è  la precisazione del Senatore Giovanni Pistorio segretario dell'MPA-PdS, congiunta a Grande Sud e Fli, che il "partito siciliano", ovvero quello schieramento (noi aggiungiamo i varii movimenti indipendentisti sul territorio dell'Isola, divisi ma convergenti nella visione di un autogoverno) il quale propugna l'applicazione in toto delle prerogative dello Statuto autonomista, oggi oggetto di ferocissimi attacchi da parte del governo nazionale, è maggioranza rilevante nella nuova ARS, è indiscutibile e se ne accorgerà presto il nuovo Presidente Crocetta, persona sulla cui correttezza non ci pare vi sia da eccepire alcunchè. Lo spartiacque a nostro sommesso parere è infatti il seguente: attendendo i risultati del'imminente referendum autoproclamato (e imposto) in Catalogna il 25 di questo novembre, nel quale la regione autonoma iberica si pronunzierà o meno a favore della indipendenza de facto politica dalla Spagna; nella consapevolezza che persino la Scozia, con la sigla dell'accordo fra il Premier britannico e l'omologo scozzese (esempio di grande civiltà democratica, a noi totalmente ignoto: inoltre le motivazioni della Scozia sono la gestione delle risorse petrolifere... e noi?), indirà il referendum per staccarsi dallo stato del Regno Unito nel 2014 (conservando però Sua Maestà Elisabetta II come sovrano, su questo non si discute): noi siciliani autorevolmente degni e consapevoli di essere la nazione col più antico istituto moderno del mondo, il Parlamento, che intenzioni abbiamo, in una situazione come l'attuale che vede il collasso di grandi realtà popolari come la Grecia, stritolate dalle politiche spietate della finanza capitalista di Brusselle? Dobbiamo difendere con le unghie e coi denti lo Statuto il quale, se applicato correttamente, ci dona una indipendenza finanziaria de facto (quella politica, a nostro parere assai auspicabile, è l'ultima spiaggia, ma a questo punto la si consideri con serietà), autonomia scerpata e violata costantemente dai governi degli ultimi anni e oggetto di critiche persino dai connazionali siciliani che non conoscono lo Statuto, soprattutto ne ignorano la genesi che promana dalla immensa, luminosa Carta Costituzionale "inglese" del 1812 e dalla Costituzione del 1848?
Le casse regionali sono vuote, ormai si sa: e saranno grane per Rosario Crocetta, che ha le stimmate (pure nel nome, come ha notato qualcuno: ma per noi ciò è un buon auspicio, filosofeggiando...) della rosa che nasce dalla croce. Una soluzione tra le non molte, è l'applicazione di un sistema monetario complementare, ad opera della Regione Siciliana attraverso apposito istituto bancario, complementare all'Euro, una moneta "salva economia" detta Grano: ne ha scritto l'amico imprenditore tessile Pippo Pizzino in un libro recentemente edito ("Progetto Sicilia", Armenio edizioni: sito http://www.armenioeditore.it/Dettaglio.asp?IdProdotto=144), al quale abbiamo per la parte storica felicemente collaborato, convinti che la condizione di apparente sudditanza economica della Sicilia, terra degli déi, possa volgersi se sapientemente governata, a nostro vantaggio. Ha avuto a nostro avviso ragione l'ex Presidente Raffaele Lombardo il quale, in uno dei suoi pochi discorsi in campagna elettorale, ha detto che "comunque siamo destinati a governare". Sulla sua persona ne abbiamo sentite, lette e ascoltate di tutti i colori: chiarendoci  nell'idea, consci del carattere siciliano, che egli è ben altro da quella figura che è stata dipinta. E possiamo dirlo senza alcun timore o critica da chicchessìa. Anzi siamo persuasi che nel futuro autonomista o indipendentista dell'Isola, ci sarà ancora la lungimirante, acuta sicilianità di "don Raffaele".   Altra soluzione decisa è, lo ha detto con stile il palermitano professor Costa, rimanere senza divisioni al fianco di quel Presidente della Regione Sicilia che si faccia sentire a Roma e pretenda l'applicazione delle norme statutarie, le quali dicono chiaramente che è la Capitale che ci deruba economicamente (vedasi le accise delle compagnie petrolifere che dovrebbero rimanere in Sicilia: basterebbero quelle per ribaltare la situazione economica e farci vivere tutti in solida situazione finanziaria).  Terza soluzione, più importante di tutte forse: i politici, autonomisti in primis e indipendentisti, cambino mentalità perchè l'effetto "grillini" vuole suggerire proprio questo. Escano fuori dalle vecchie logiche e diventino gente comune, che fa la spesa, che non si da arie (in siciliano diciamo "non si senta cacòcciula", che è un nostro difetto), si amalgami coi problemi sempre più pressanti dei siciliani che hanno, in gran parte, letteralmete bisogno. Ed il bisogno da noi, nell'Isola dal nero manto (i colori sono  allegoricamente all'interno, ma siamo sempre quelli di "Vitti na crozza") ha per nome lavoro, non sfruttamento: la differenza la conosciamo bene. Non solo: anche l'idea di abbattere o glissare la burocrazia soffocante (era una delle argomentazioni di Gianfranco Miccichè, ma non è stata molto compresa) è fondamentale per la sistemazione degli affari, a livello singolo come imprenditoriale, in Sicilia. L'importante è che circolino "i pìcciuli", e non altro, per far lavorare la gente, non a scopi illeciti, è chiaro: perchè di quelli già ne girano troppi. Negli anni successivi alla Unità italiana la Sicilia, ad opera anche di imprenditori illuminati locali e molti britannici, svizzeri e francesi, ebbe un vero e proprio rilancio (già avviato nel periodo borboniano) proprio perchè questi uomini di carattere e di polso se ne impipavano degli ostacoli burocratici, realizzando opere che intanto facevano lavorare operai e manovalanza. Poi venivano informati i Prefetti i quali, innanzi al fatto compiuto ed alla operosità dell'imprenditore, ma anche alla sua autorevolezza, prendevano atto e dopo, solo dopo, veniva considerata la burocrazia, le cosiddette "carte".  Non ci si ripeta il ritornello che i tempi erano diversi, perchè oggi più che mai, chi vuole fare, fa.
Emblematico il caso dell'inglese Roberto Trewhella, imprenditore e artefice in Sicilia di molte realtà lavorative, minierarie, zolfifere, e soprattutto ferroviarie: il tratto Palermo Corleone, la ferrovia Circumetnea di cui fu creatore, per realizzare la quale (nel 1895) costruiva prima ciò che vi era da fare, e poi affrontava gli antipatici politici e burocrati. Fu un grand'uomo, un vero illuminato: garibaldino giunto a Catania al seguito delle camicie rosse nel 1860, rimase nella città etnea che arricchì del suo genio: ancora il palazzo dove abitò al civico 97 di via Garibaldi è testimone di tanto prestigio.  Era senza dubbio un uomo di polso, di valore, e fu quasi certamente illustre esponente di quella istutuzione filantropica e sociale, la Massoneria, la quale ieri come oggi affratella gente che altrimenti non si sarebbe mai incontrata, perchè il fine è perfezionare e rendere felice, nei bisogni primari come nello spirito, l'Uomo. Come ben seppe Andrea Finocchiaro Aprile, fondatore del Movimento Indipendentista Siciliano e dignitario altissimo della confraternita latomistica.
Le possibilità per il risiorgimento della Sicilia ci sono: e però deve essere un risorgimento che tenga precipuo conto delle emergenze sociali, le quali solo la applicazione coerente dello Statuto può permettere (inutile polemizzare su chi ha speculato, "guardiamo a quel che unisce e non a ciò che divide", per usare una celebre frase del Beato Papa Giovanni XXIII). Altrimenti, non vi è soluzione differente dall'indipendenza, ora che anche il contesto internazionale potrebbe non ostacolarla (e, ci permettiamo di far osservare, anche in prospettiva di un interesse dei fondi sovrani cinesi per finanziamenti àtti alla costruzione del ponte sullo stretto di cui si scrive in questi giorni sui giornali del nord, bene sarebbe invece vincolare eventuali atti di indipendenza della Sicilia a documenti che ribadiscano l'indiscussa alleanza tradizionale e strategica con i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna, per motivi notissimi).
Scriveva Luigi Pirandello  in una sua lirica ("Andando"): "Nulla intanto hai davanti: un'ombra vana, \ un inganno mutevole, una meta \ che quanto più t'accosti, s'allontana. \ Ma non ancor per te scoccata è l'ora \ di volgerti a guardar dietro, nel breve \ cammin percorso, e innanzi si colora \ l'avvenir quanto più lieve \ è il passato che ancor non t'inquieta".
                                                                                                                            FGio

venerdì 19 ottobre 2012

Salvatore Camilleri poeta e filologo alla libreria Prampolini di Catania in ricordo di "Arte e Folklore di Sicilia", a cura del Circolo Paternò Tedeschi

 
 
       

Salvatore Camilleri poeta e filologo alla libreria Prampolini di Catania in ricordo di "Arte e Folklore di Sicilia", a cura del Circolo Paternò Tedeschi

Una serata fra numerosi  amici in onore della poesia e della letteratura siciliana: può così definirsi l'incontro svoltosi il 19 ottobre, nei locali (rinnovati dai giovani della nuova gestione) della libreria Prampolini di Catania, antico luogo di ritrovo e tra le più vetuste rivendite di libri italiche. L'occasione, organizzata da quel poliedrico mecenate che è Santo Privitera, anima del circolo culturale "Paternò Tedeschi" il quale, da oltre un venticinquennio, persegue in modo coerente e sentito l'amore e la propagazione per la cultura siciliana e i suoi più celebri rappresentanti, fu la presentazione della raccolta in volume, edita da Angelo Boemi, eclettico editore-sognatore e 'discepolo' di Romeo Prampolini (anche 'raccontatore' di vicende patrie, vedasi l'appena edito libro "Storia di Catania"), della rivista "Arte e Folklore di Sicilia", stampata ai tempi a cura dell'omonimo circolo creato dal fu attore Alfredo Danese. E Danese venne ricordato, con la creatività poetica che seppe manifestare in multiformi modi, dalle parole appassionate di Gianni Sineri attore e capocomico (figlio dell'indimenticabile Ciccino e della moglie valentissima attrice, Sara Micalizzi). Ricordiamo bene il teatrino di via Feletti, 'covo' di Danese (che ivi si esibiva) e dei cultori della sua Associazione: molti nomi noti vi transitarono, fra cui ci piace ricordare quel nobiluomo che fu il sacerdote padre Antonio Corsaro, poeta e splendido intellettuale.
Fu dedicato ampio spazio, in una sorta di 'intervista verità' a cura di Santo Privitera, al professore Salvatore Camilleri, illustre filologo e studioso della lingua siciliana, saggista e poeta: con quest'ultimo termine, inteso nel senso di creatore di versi, egli preferisce essere appellato, nella freschezza invidiabile della favella che, ultra nonagenario, sciorina con ardore di ventenne ad ogni appuntamento lo si vuole rendere protagonista, riconoscendogli il ruolo importante che ha avuto e si è costruito negli ultimi sessanta anni quale assertore e difensore della cultura e della linguistica di Sicilia. A parte i saggi su Antonio Veneziano e Giovanni Meli, di Salvatore Camilleri, conosciuto urbi et orbi per la versione moderna del "cuntu" della "Barunissa di Carini", rimangono a parer nostro due libri fondamentali: il vocabolario Italiano-Siciliano, opera unica nel suo genere (edito da Greco), e la Grammatica siciliana (edita da Boemi), che dovrebbe come è auspicabile, essere adottata quale libro di testo nelle scuole a' fini di insegnamento della nostra lingua nativa, genitrice di quella italica.
Le note del violinista Pirrotta, del chitarrista Filogamo e del mandolino di Santo Privitera intonanti le melanconiche nènie della antica terra sicàna, conchiusero la serata, fòlta di partecipanti e appassionati, che riconferma la perenne vivacità intellettuale di Catania e la tradizione vivissima della nostra storia.
                                                                                         FGio

Nella foto: Santo Privitera e Salvatore Camilleri

martedì 2 ottobre 2012

Cotone e simbolismo a Gela, tradizione e futuro

 
 


          

  Cotone e simbolismo a Gela, tradizione e futuro

Siamo stati nei giorni scorsi nei campi di Gela, laddove si coltiva da mille anni il cotone; eravamo in compagnia dell'imprenditore tessile Giuseppe Pizzino, autore dell'imaginifico progetto "Cottonet" (vedi il sito http://www.cottonet.it/) e del prof.Carmelo Santonoceto dell'Università di Reggio Calabria, responsabile scientifico del medesimo studio. Se è vero che il futuro della Sicilia, presto o tardi sarà compreso anche dal popolo, è nell'agricoltura oltrechè nella valorizzazione delle risorse turistiche, la ripresa della coltivazione e del commercio del cotone è ottima via per la sviluppo delle nostre genti.
Giuseppe Pizzino è uomo concreto ed animato dal sacro fuoco della visione illuminata la quale, come in tutti i personaggi vulcanici, è foriera di entusiasmo quindi di creazioni grandi. Similmente alla millenaria fenice, egli sa risorgere dalle tempeste e,  marinajo che non perde mai la rotta, si getta in nuove avventure. Comune passione e illìmite amore per la terra di Sicilia, ci accomuna come Giasone e i compagni, verso la riconquista del Vello d'Oro.
Qui tratteggiamo, per i curiosi e gli studiosi di immagini allegoriche, alcune brevi considerazioni di carattere simbolico sul cotone. Emozionante fu la vista dei campi biancheggianti di filo purissimo, giustamente definito l'oro bianco sia a Sumer che in Sicilia, unica regione italiana a coltivare nel passato codesto tessuto, importato dagli Arabi in Europa proprio attraverso la presenza nell'isola nostra nei secoli IX-XI. Le capsule aperte formarono lo spettacolo il quale, si dice in zona, fece confondere alcuni militari americani di pelle nera appena sbarcati, nel luglio 1943, facendo credere loro di trovarsi nei campi della Virginia e della Pennsylvania e non rendendosi conto che anche in Sicilia il cotone era come negli USA, proficuamente coltivato.
La capsula aperta della pianta malvacea detta anche, in terminologìa latina, Gossypium (ivi è coltivata la qualità americana Upland) contiene cinque scomparti, chiamati anche logge (nome comune sia di costruzioni architettoniche che di gruppi latomistici) dai quali si manifesta come latte puro, il filato che esplode letteralmente nel caldo afoso dell'inoltrato settembre siciliano, il mese della vendemmia e della maturazione delle olive. I semi che sono intrecciati nei batuffoli di cotone grezzo sono circa sei, sette o più (ci indica l'attento professor Santonoceto, con prudenza). La pianta è annuale, si semina ad aprile-maggio ed a settembre-ottobre completa il ciclo di maturazione dei frutti e del raccolto, indi muore. Sono circa cinque mesi. Pure le foglie (almeno in questa varietà), sono a cinque punte,  simili a prima vista a quelle dell'edera.
Predomina dunque il numero cinque, che nella simbolica di tutti i tempi è il pentalfa o la stella fiammeggiante del microcosmo, l'Uomo assoluto che intende il dominio dell'universo a lui soggetto, la Terra. Un messaggio dal Dio che donò la pianta, proveniente, come pare, da Oriente (India e paesi della fertile mezzaluna)? Non il solo. I libri della religione ebraica che formano la Torah sono cinque, il Pentateuco; medesimamente il Maestro Gesù con cinque pani sfamò migliaia di persone, e le cinque sue piaghe sono note a molti. Per l'Islàm  il cinque è numero fausto, il Corano si interpreta in cinque veli e cinque dita ha la famosa mano di Fatima, amuleto importante.  L'uomo vitruviano dal perfetto senso umanistico e scientifico, il quale vediamo nella moneta da un Euro, è circoscritto nella sezione aurea e contornato da stelle pentalfiche, comunemente simbolo di molti stati, tra cui la Repubblica Italiana.
Ma è la stella che si delinea massimamente, osservando la capsula aperta: come un abbraccio dello spirito alla natura, come una mano aperta in senso di fratellanza, mòstra senza niun pudore i cinque segni del divino concerto. E la stella, nel Cristianesimo, è una sola: Maria, o Myria. Una pianta 'mariana', il cotone? Forse, se si nota che il segno liturgico della Vergine è il bianco nelle feste a lei dedicate, come anche che sia la semina della pianta, sia la raccolta e maturazione avvengono nei mesi sacri alla Madonna: il maggio, il settembre e l'ottobre, che coincide coll'apoteosi del Rosario. E se si aggiunge che l'azzurro manto della Madre del Mondo copre perennemente i cieli tersi della Sicilia in generale e della piana di Gela in particolare, attingendo altresì alle acque dense di salsedine e verdeggiando le foglie della pianta (il verde è anche il colore della Madonna, stella maris; e l'abbeverata dei campi gode di forte salinità delle acque), non si può che chiudere il circolo nella consapevolezza che l'occhio della turris eburnea è compartecipe della rinascenza! La Madonna Odigitria (cioè che indica la via), protettrice della Sicilia,  propizia l'impresa.
Osservando la stella del frutto del cotone e la nivea purezza di esso, ritornano alla mente le parole di San Bernardo: "O tu che nell'instabilità continua della vita presente, t'accorgi di essere sballottato tra le tempeste senza punto sicuro dove appoggiarti, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella se non vuoi essere spazzato via dagli uragani. Se insorgono i venti delle tentazioni e t'incagli tra gli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria!" (Per le feste della Madonna, omelia II, cap.16).  E un delicatissimo scrittore del novecento, Nino Salvaneschi, vergava: "Quando tutto passa, tu sola resti. Quando tutto fugge tu sola ritorni. Quando tutto muore tu sola vivi. Quando tutto tramonta tu sola risorgi" ("Un fiore a Maria", 1950, pag.144).
I semi nascosti nel cotone (si distaccano con un procedimento ormai meccanico detto 'sgranatura') sono come si cennàva, sei o sette. E se il numero sei rimanda ai giorni della Creazione secondo il Libro Sacro, poichè tali furono, nonché alle punte del sigillo di Salomone, la stella onniveggente che racchiude in ogni tradizione esoterica l'unione del macrocosmo con il microcosmo e rappresenta la sintesi della sapienza universale, il sette è numero della sacralità assoluta e segreta, della totalità: l'arcobaleno ha sei colori più il bianco, il settimo. Nell'Islam ismailita, quindi esoterico, il cubo è perfezione poichè ha sei lati più la totalità interiore. Gli Arcangeli biblici sono sette, così i "santi immortali" dell'Avesta zoroastriano. Per non dire della menorah, il candelabro ebraico, e delle volte che Cristo ripete nel Vangelo: "io Sono", proprio sette. E' infine Hiram, il numero del Maestro che muore per poi risorgere, all'ombra della pianta che non tramonta. Ma ciò è sia palese che occulto, per chi ha bevuto del vino e mangiato del pane con autentico Amore, in agàpe. Il frutto racchiuso nel filato ci tramanda messaggi di autentica virtù.
Il cotone, nato e fruttificato nella terra unica e santissima di Sicilia, è àlbo di purezza e denso di immortalità, che è Luce. Così il Salmista: "Nella tua Luce vedremo la Luce".

F.Gio

(Le immagini sono state da noi scattate)

martedì 25 settembre 2012

Ricordando Vincenzo Bellini



      

    Ricordando Vincenzo Bellini

A Catania la primavera è eterna, come l'autunno. Estate è vaghezza di sàlse acque, di immemorabili ombre; ma le stagioni gentili sono uniche. E doveva essere continua la primavera nell'anima di quel fanciullo biondo, se è vero come affermò il siciliano Empedocle, che il sangue è sede dell'anima, rispondente al nome di Vincenzo Bellini.   Occhi come il cielo, riccioli del colore d'Iperione, carnato candido, non si poteva non amarlo, il figlio del maestro di musica Don Rosario, e di Donna Agata dei Ferlito. Il nonno lo accoglieva quindicenne in casa sua (era numerosa la prole in casa Bellini), ed avevano mutato dimora un pajo di volte: sempre rimanendo però intorno al Corso, la strada Reale che fu il fulcro di ogni vicenda cittadina. Vincenzo, o meglio 'Nzuddu come lo appellavano, viveva col nonno, noto musico di casa Biscari e di altre comunità religiose: in via Santa Barbara alta, a ridosso del muro della 'reggia', del Monastero dei Padri Benedettini. Sovente il fanciullo, che tutta Catania amava poichè era già noto sia per arie in forma d'orchestra (Ombre pacifiche, per nozze, la scriveva allora), sia per composizioni religiose vergate sin dall'età di sette anni, sia per alcune Messe che andava componendo, si recava col papà o coll'avo a Santa Nicola, nella chiesa dei monaci, per suonare l'organo maestoso a cinque tastiere e quasi tremila canne. Donato Del piano il costrutore, sepolto sotto, ne fremeva d'orgoglio.
Ogni tanto saliva in sull'erta del Monastero, attraverso i 120 gradini della scaletta a chiocciola, e contemplava la città tutta, il mare l'Etna e l'orizzonte: sentiva il profumo della gloria. Scrisse anche musica per organo, infatti, seppure oggi poco nota. Anche dalle Suore del vicino Convento delle Benedettine di via Crociferi egli si recava, insieme con i genitori; e pure alla Trinità, dalle altre Benedettine: tutte committenze utili e che colmavano il ragazzo di piacevoli diletti e dolci.   Gli spazi del fanciullo e del ragazzo erano tutti lì, in quelle vie barocche e a notte, buje: tra la 'vanella dello spirdo' e le chiese numerose, silenti, dense di religiosità autentica. Anche nella via che oggi si chiama Politi, sede del primo amore del nostro, la dolce Marianna, figlia del notaio: per lei il dodicenne scriveva la didascalica 'farfalletta'. L'abate Ferrara, insigne storico, guardava il ragazzo con l'occhio benevolo del precettore. Quando egli lo portava con sé nella Biblioteca benedettina, a sfogliare le carte musicali dei religiosi, Vincenzo sentiva l'afflato, immettendosi nel piccolo refettorio e poi nella sala Vaccarini, del tempo immemorabile: dentro l'animo muto, si commuoveva.
Nella primavera di 'Nzuddu c'era l'Amore, Sant'Agata, la mamma e la famiglia: non lo si dimentichi mai. Nelle sue lettere egli torna spesso su una parola che nel secolo XX seconda parte, assunse brutta significanza, ma che all'epoca era orgoglio pròfferire: "L'onore, l'onore... l'onore siciliano". Questo biondo genio che si avviava a riassumere in sè i caratteri del romanticismo e della perfezione, che la morte stroncava nel pieno del successo e che gli ideali innalzarono con la purezza delle note, nell'olimpo della gloria, era orgoglioso di essere siciliano e di cotanto onore. "In pochi artisti potremmo trovare così ben definita l'impronta della razza e della terra nativa, come in questo catanese", ha scritto nella celebre biografia, Luisa Cambi. E se egli col passare degli anni vòlse al pratico ciò che sapeva essere una dote divina, gli è che la famiglia era il suo primo pensiero, così la consapevolezza di essere di cèppo umile, per cui doveva provvedere, come le formiche, alla bisogna. I principi del Pardo, i Sammartino che primieri lo ajutarono con la sovvenzione del Comune che gli diede la possibilità di studiare al San Sebastiano di Napoli, facevano parte di quella eletta schiera (estinta dopo l'Unità) di nobiltà che era tutt'uno col popolo. Ed erano anche Frammassoni, come lo era quasi certamente il nonno Vincenzo Tobia, sodale dei Biscari: il ragazzo meritava anche per riguardo all'avo.  Infatti poco dopo a Napoli, ancorchè poi se ne sciogliesse in una uscita concertata col direttore del Conservatorio, Bellini si affiliò alla Carbonerìa: 'peccato' che comunque, se si riflette sulla natura politica e spirituale della liberalità del suo animo, rimase nella storia umana del nostro come segno di amore fraterno per la libertà. Non era Bellini persona da dimenticare i giuramenti prestati all'ombra delle 'vendite', nè sul Vangelo. Cattolicissimo, la sera di quella primavera prima di partire per Napoli, nel 1819, piangeva con stretta l'immagine di Sant'Agata: così lo trovava la 'mammuzza'. E con l'immagine della nostra vergine sempiterna in cuore, certamente egli s'involava nella tragica sera del 23 settembre 1835: "sempre ritornante in terra come la primavera...in una sola forma di bellezza giovenile" (G.D'Annunzio).
Catania lo ricorda ogni anno: premio a lui intitolato, opere notevoli (Wagner diceva che solo Bellini e la sua Norma lo facevano fremere e nessun'altra opera italiana...). A noi piace pensare a 'Nzuddu come allora, fanciullo vagante nella notte tra il profumo de' gelsomini ed i barocchi palazzi della Strada Reale (ora via Vittorio Emanuele); lo rivediamo spesso, chiudendo gli occhi ed anche passando  le mani su le pietre antiche, che egli calcò; il corpo giace poco distante, in Duomo, la cara decorazione della Legion d'Onore francese è addosso alla splendida Sant'Agata; col cuore gònfio di quella "Ninfa gentile", la malinconìa, che accompagnò sempre l'anima sua per l'etere, e rimane come soffio intramontabile.
F.Gio

martedì 14 agosto 2012

Un imprenditore illuminato in Sicilia: Giuseppe Pizzino di Brolo






Ci sono incontri che si scrivono con il dito su la rena del tempo; altri che sembrano segnati dal movimento delle onde, increspato e preciso e però fluente; altri ancora, hanno un passato, pur nel futuro ignoto: quel passato è la storia che ritorna, il mito che rivive nel presente, la linfa che abbevera le terre emerse dopo la distruzione e il rinnovellamento dei mondi. Possono darsi molte spiegazioni, ma la realtà, come la Luce, è una solamente.
Abbiamo ri-conosciuto l'imprenditore Giuseppe Pizzino, siciliano di Brolo. Diciamo ri-conosciuto poichè era a noi noto da diversi anni, quale artefice della impresa camiciaria e di vario abbigliamento "Castello" che è stata all'inizio del XXI secolo nell'isola nostra notissima per aver diffuso, esportato nel continente italiano e poi nel mondo, il marchio "made in Sicily" attraverso le famose camicie costruite, intessute e compiute in quel del paesino dei Nebrodi, affacciato sul Tirreno mare e noto per il maniero dei Lancia. Come sanno coloro i quali hanno intelletto d'amore, indossare una camicia può anche avere una valenza mistica: e si sente la differenza, se essa è confezionata sotto il sole di Sciangài, di Nuova Dehli o di Sicilia.   Si sente e si percepisce sulla propria pelle, la nostra 'carta d'indentità' biologica reagisce nel bene e nel male. E' un dato di fatto incontrovertibile, che solo coloro i quali sono privi di cèrebro possono mettere in dubbio, che la traspirazione dipende dalla qualità della fibra e dalla psicologìa di colui che la indossa, oltre ai fattori fisici. E se il cotone o il lino vengono trattati in ambienti privi di salubrità o lontani da fonti ove regna il sublime, anche l'oggetto si impregna di energìe, negative e positive laddove ve ne sono le condizioni.   Così è stato per le camicie "Castello" di Giuseppe Pizzino. Il lettore ricorderà la nota vicenda la quale vide l'imprenditore, in sul finire dell'anno 2009, prima protestare clamorosamente per il mancato finanziamento della Unicredit che avrebbe permesso di salvare l'azienda, poi la chiusura di essa (il marchio modificato esiste ancora ma ha altra proprietà), con la dismissione del ramo da parte di Pizzino, che si è dedicato alle altre sue 'creature' aziendali ed ultimamente alla progettualità.
Egli ha un debole per l'agricoltura ed avendo sempre in mente l'eccellenza del tessile (i negozi Castello camicie erano diffusi in tutta Italia ed all'estero, il gruppo aveva ottenuto riconoscimenti importanti e ramificazioni internazionali), ha costruito ultimamente un progetto legato alla rinascita del cotone in Sicilia, molto articolato e serio: lo si può leggere nel sito  http://www.cottonet.it/  . Pizzino continua inoltre ad operare nel campo delle telecomunicazioni, impiegando molte donne, il che è particolarmente laudevole, nell'isola nostra dove le attività femminili non sono mai abbastanza valorizzate.  Ciò dimostra che l'imprenditore, quando è illuminato, non si arrende innanzi alle evidenti ed imponderabili difficoltà che lo fermano in apparenza, ma con spirito indomito e destinazione ferrea verso la mèta prefissa, continua il cammino sacro, certo che la Divinità accondiscende a' suoi destini. Pizzino è un entusiàsta, nel concreto ed etimologicamente, ispirato dal divino. Ha delle intuizioni originali e utilissime, che gioveranno al comune interesse, se rettamente applicate da chi di competenza. Queste persone debbono essere ai posti di manovra, in momenti cruciali della storia dei popoli.
E' un innamorato della Sicilia, Giuseppe Pizzino. Un amore autentico, che lo ha "radicato in questa terra", come dice lui, mentre avrebbe potuto levar via armi e bagagli e migrare altrove: come hanno fatto molti, come continuano a fare parecchi giovani, come sin dall'Unità masse popolari (allora incolte, adesso intellettualmente preparate, ma la disdetta è medesima) scelgono la via dell'emigrazione, poichè in Sicilia manca il lavoro per la gente onesta, ossia le possibilità occupazionali che non siano preda di clientelismo, assistenzialismo, rapacità degli sfruttatori, delle sanguisughe del popolo.   L'amore per la nostra patria, che ci ha fatto incrociare la stessa via, è un sentimento quasi di fede, una "terribile insularità d'animo" (scrisse il Tomasi di Lampedusa) unita alla mistica della terra del sole e del mare, ove "ferma è l'antica voce... oblìo di piena notte \ nell'acqua stellata. \\ Dal fuoco celeste \ nasce l'isola di Ulisse. \ Fiumi lenti portano alberi e cieli \ nel rombo di rive lunari. \\ Le api, amata, ci recano l'oro: \ tempo delle mutazioni, segreto" (Quasimodo, l'Isola di Ulisse).     Queste mutazioni segrete noi riscontriamo nel profondo del tempo, mentre si discute del presente e del futuro della Sicilia con Pizzino, mentre il suo atteggiamento franco e sincero denota la tradizione dell'uomo che sa il significato dei termini antichi e nuovi di onore, famiglia, fedeltà.  Per i siciliani degni di essere così appellati certe parole sono sacre, e "Verbum erat apud Deum: et Deus erat Verbum" (Gv. 1,2). Tutta la storia degli ultimi mille anni della Sicilia può scorrere, per chi la rammenta, in mezz'ora od in mille giorni, ciò poco cale: esiste in occulta tenebra come alla Luce delle stelle.
Quella storia attesta che dalla nascita del moderno Regno di Sicilia, nel Natale del 1130 allorchè Ruggero II veniva incoronato nella capitale Palermo ("La Sicilia è il centro del regno...", nel diploma papale), il suo destino si perpetua non già nella città, ma nell'entroterra; che se era il granajo di Roma l'isola Trinakìa duemila anni or sono, e per codeste ragioni l'imperialismo della repubblica la conquistò manu militari non senza perdite sanguinose, il destino della produttività alberga nell'agricoltura. Lo compresero bene gli Arabi, che in Sicilia innovarono il desueto sistema agricolo e ne importarono diverse colture, oltre a strutturarlo secondo criteri ancor oggi validissimi: così la lungimiranza Normanna fece in modo di lasciar convivere genti diverse, accomunate dal credo nell'Unico Dio e dalla libertà sostanziale nei comportamenti, ben più ampia (parrèbbe paradossale, ma è così) di quella odierna.
E se dal secolo XVIII in sul finire, mercè l'influenza decisiva della Gran Bretagna, in Sicilia nasceva quella classe media imprenditoriale che fu la fortuna e la rinascita del commercio e della prosperità isolana, fondamentalmente sanzionata dalla preziosissima Costituzione del 1812, fulgido esempio di modernità, alla nobiltà poco oculata si sostituiva il moderno imprenditore: il Florio ne è l'esempio più evidente, nella Sicilia occidentale. E mentre alcuni pochi nobili animati dalla Luce Vera, quali il Principe di Biscari a Catania, il Principe di Torremuzza a Palermo ed il Pennisi di Floristella ad Acireale, diffondevano il sapere in modo alto e magniloquente, mentre costruivano senza sosta e garantivano le attività lavorative a centinaja, anche migliaja, di operaj falegnami scalpellini marmorari, architetti musici scritturali e famigli, secondo la visione del mondo improntata alla Fraternità universale, tale intendimento sarà poi ereditato dalla nascente classe imprenditoriale siciliana: in minima parte invero, ma sarà così.
Questo il passato: al presente, se non può dirsi che il sipario è calato (per fortuna) neppure, platonicamente (nel Fedone) che "il sole è ancora alto sui monti": ovvero, non esiste quasi più l'imprenditore che sia amato dai suoi dipendenti, si sbracci le maniche come uno di loro e sia davvero e non a parole il pater familias dei tempi andati, nel senso cristiano e di autentica fratellanza umana.  Giuseppe Pizzino ha invece quella visione: se si chiede in giro, le parole che circolano su di lui sono buone, anzi più che buone. E si sa che in Sicilia, ci insegnò Gorgia, se la "malafama è un morbo che rimane per sempre", avere buona reputazione val più che miliardi di monete d'oro racchiuse in fatati scrigni.  Le parole si basano, per noi come per i molti, sui fatti: questa è la differenza tra un artefice ed un falsario, questo il motivo per cui anticamente, alla porta dei templi iniziatici, si respingeva chi non fosse "libero e di buoni costumi", ossia universalmente reputato degno di accedere alla Conoscenza.  La visione della spiga di Grano, ad Eleusi come nei santuari demetriaci di Sicilia, patria della dèa, era riservata agli iniziati dal cuore puro.
Ed è così ancora. A Tindari, narrano le antiche cronache che la Madonna nera ("nigra sum sed formosa") veniva trasportata dai Templari, fiera cavalleria iniziatica fondata da Bernardo di Chiaravalle, il mistico predicatore: durante il regno Normanno ebbero molte balìe in Sicilia. Per noi cristiani è oggi la Magna Mater che regge e governa i destini dell'Universo. Non casualmente, Isis ebbe due aspetti, e non casualmente la Vergine Madre di Tindari poggia i sacri piedi su una antica pòlla d'acqua.    I simboli sono fortemente identificativi non solo di un territorio e di una storia, ma eternamente validi e pregnanti: narrano di vite che non hano confini spazio-temporali.  Quando abbiamo incontrato Giuseppe Pizzino, di cui sappiamo la costruttività indomita e il coraggio umano ed imprenditoriale con cui quotidianamente continua la buona battaglia per creare produttività, lavoro onesto e trasparente in Sicilia, laddove sfruttatori e delinquenti senza scrupoli continuano a corrompere le genti danneggiandole psicologicamente ben più che in campo economico,  tali argomenti erano dintorno, come i Cavalieri della Tavola Rotonda sedevano armati prima della sacra pugna, illuminati dalla luce del Graal.  Ed il comune Graal, è la Sicilia.
"Una rotante in giro come sfera celeste, di cui vedi fisso l'asse, mentre essa agitata si muove; \ alimentata di chicchi di grano, fornisce nutrimento, adempiendo come si deve alla buona opera; \ ti pare che getti a noi sabbia d'argento, quando in lei di continuo, si versa ghiaia d'oro". Così Ibn Hamdis, il siciliano esule, descriveva la macina del mulino che crea il pane della vita, e tale è per noi la Sicilia degli uomini liberi e creativi come Giuseppe Pizzino: datrice di oro, per chi lo sa trasmutare.

F.Gio

martedì 31 luglio 2012

L'Anfiteatro di Catania chiuso da tre mesi al pubblico: vergogna!






Come altre poche città al mondo, la nostra Catania ha la fortuna di possedere tesori architettonici di unicità mondiale; e in quanto inimitabile comunità civica, in essa accade che detti monumenti, i quali son patrimonio dell’umanità, debbano a volte essere sottratti alla pubblica visibilità per imperscrutabili, ma palesi, volontà di chi li gestisce. Così accade all’Anfiteatro romano di piazza Stesicoro, insigne opera del periodo augusteo, risorto a novella Luce nel XX secolo mercé l’opera di menti illuminate da sapienza: la mala segnorìa di dantesca memoria forse vuole che esso sia afflitto da destini tristi, per esser caduto in mani non capaci di amministrarlo? L’osservazione è d’obbligo.

Ad aprile di quest’anno, come ampiamente documentammo nel nostro blog “Lettere Catinensi”, la Sovrintendenza regionale che ha l’affidamento dei monumenti di Catania, quindi anche dell’Anfiteatro, ha svolto la lodevole manifestazione detta anche “Settimana della Cultura”: con le sue luci ed ombre, che abbiamo evidenziato in quella sede. Tra le note positive una indagine prospettica dell’Anfiteatro frutto di studio di giovine entusiasta; partecipammo agli incontri anche perchè parte in causa, ossia autore chi scrive codeste noterelle, dell’unica monografia sul vetusto monumento mai pubblicata, edita da Boemi nel 2002 (poi prestamente seguita da altre similari opere).  Ebbene proprio in quei giorni che dovevano segnare, come in effetti accadde,un flusso maggiore dei già moltissimi turisti italiani e stranieri i quali si fermano a Catania quel tanto che basta per visitare i monumenti dell’antichità classica e del barocco, l’anfiteatro venne chiuso al pubblico (prima è stato aperto con ingresso gratuito e vigilato da un custode appositamente alloggiato nella baracchetta di metallo all’interno del sito), con la seguente spiegazione: un pezzetto della cornice d’ingresso ha ceduto, e la giustificazione data fu gli “accertamenti tecnici”, come documenta la nostra foto di allora. Lo facemmo presente, attendendo altresì gli eventi.

Son passati tre mesi, durante i quali uomini dal carattere forte conquistarono intere nazioni d’Europa nel corso del secondo conflitto mondiale; tre mesi in cui la vita dell’uomo nel singolo aspetto può avere mutazioni immense, ma non per i gerenti, o gerònti, della Soprintendenza regionale ai monumenti sezione di Catania. Un cambiamento c’è stato,  lo si può notare raffrontando le due immagini da noi scattate: l’avviso a stampa appeso provvisoriamente alle transenne, per le intemperie dei giorni, cadde e volò.   Solo questo.   Le decine di migliaja di turisti che si affacciano dalle cancellate artistiche di piazza Stesicoro rimangono solinghi, muti e attoniti innanzi alla panoramica bellezza del lacerto di teatro antico visibile, unico nel suo genere dopo il Flavio della città eterna, ma non possono accedervi poiché sinora permane, inspiegabilmente, la chiusura.

Come ogni cronista che si rispetti, della vecchia scuola di coloro che camminano lento pede, ci recammo il 24 luglio u.s. nei locali di via Vittorio Emanuele ove si accede al Teatro greco-romano, quello sempre aperto e visitabile, per chiedere lumi.  All’allargare le braccia dei quattro custodi ci venne indicato il dirigente che poteva informarci, nella persona del dottor Chiavetta. Alla nostra domanda, egli si mostra subito con fare nervoso, e ci fornisce la spiegazione di tre mesi prima: il danno ad uno dei capitelli non permette l’accesso al pubblico, è stata stilata una perizia tecnica. Tutto qui. Nessun problema se i turisti, o il cittadino comune, rimangono impediti alla visita. Si fece cenno da parte nostra che, data la tenue entità del danno la cui criticità minima è visibile ad ognuno, il problema poteva essere risolto in pochissimi giorni con semplici interventi di muratura: irritazione dell’interlocutore. Al nostro sollevare la questione volterriana, se cioè la grande creatrice di verità sia la menzogna, il predetto funzionario si altera alquanto e tronca la conversazione non volendo più “discutere con lei”, come se avessimo toccato il classico nervo scoperto della situazione.  Il cronista, vigilante in nome del sovrano popolo, saluta rispettosamente e va via, non dimenticando di avvertire che ciò sarà debitamente riportato per iscritto. Come qui accade.
Il lettore sappia che la vox populi, ossia le suggeriture le quali al viandante che raccoglie informazioni giungono da fonti interne ed esterne agli addetti ai lavori, nàrrano di problemi notevoli tra la dirigenza della Sovrintendenza ed il personale di custodia ai monumenti, di liti intestine che han portato alla situazione di cui sopra. Ma anche non volendo far dietrologìa occulta, la soluzione potrebbe essere semplice, preso per vero ciò che il funzionario ha comunicato non a noi, ma all’umanità: conoscendo lo stato delle cose e la recente istituzione del cosiddetto “Parco Archeologico” in cui l’Anfiteatro è incluso, potrebbe anche darsi che per un intervento riparatorio che abbisogna al massimo di un muratore esperto, dopo la perizia tecnica si attenda il relativo finanziamento da parte della Regione Siciliana, poi vedremo di che entità esso possa essere se ci sarà e questa non si riveli soltanto una ipotesi campata in aria, il quale sblocchi finalmente l’impasse e consenta l’uso di un monumento che non è proprietà di pochi plutocrati, ma di tutto il mondo, màssime dei cittadini di Catania che duemila anni fa lo costrùssero.  Non si dimentichi che siamo già in campagna elettorale per le elezioni regionali siciliane, forse ciò ha qualche significato in merito ai fatti narrati. Questa la vicenda.

La quale noi garbatamente riassumiamo con un solo termine, che non usa più poiché desueto e però efficacissimo un tempo come oggi, facendolo veleggiare qual bandiera trista su le cervìci di chi dovrebbe essere al servizio della cittadinanza che paga le tasse regionali, quindi gli stipendi sovente abbondanti, di lorsignori e dei politici: vergogna, vergogna… vergogna.

Francesco Giordano

Pubblicato su: http://www.ilcorrieredicatania.it/?p=2207

venerdì 22 giugno 2012

Abbandonata da anni la porta Ferdinanda o "del fortino"





Abbandonata da anni la porta Ferdinanda o "del fortino"

Quando la città di Catania era governata da coloro che oramai vengono appellati come epigoni del vituperato pentapartito, e da noi partito unico (cioè la Democrazia Cristiana), vero è che specie negli ultimi decenni, imperava la corruzione (specie nel partito di sostegno, che fu il PSI): è anche vero che al timone, sovente, si incontravano amministratori probi, i quali cresciuti con un altro e più sostanziale concetto della vita pubblica, concepivano la politica come servizio alla collettività, non a soli fini di lucro. Non erano tutti, ma una parte consistente: il cittadino sapeva da chi andare, i nomi li rammentiamo ancora. era gente di antico stampo, alla quale se segnalavi un problema, un malfunzionamento di comune servizio, non ponèvasi la dimanda degli ultimi vent'anni, sugli occhi e su le labbra dell'amministrsatore pubblico catanese ("a mìa cchì mmi nni veni, di soldi?"), ma s'adoprava immediatamente poiché riteneva il suo ufizio un dovere, un obbligo etico, essere investito di carica pubblica in nome dei cittadini. Come ben si sa, ad onta dei pur laudevoli sforzi di quanti fanno formazione politica, adesso la musica è altra.
Segnaliamo al riguardo un caso emblematico, pòsto all'attenzione del viandante: la porta Ferdinanda, arco di trionfo eretto nel 1769 in occasione del matriminio di Ferdinando (IV di Napoli e III di Sicilia) con maria Carolina d'Austria: è un monumento caro da oltre due secoli ai catanesi che erroneamente lo appellano 'porta del fortino' (quella autentica è in fondo alla vicina via Sacchero), è opera di quel genio dell'architettura, a parer nostro poco valorizzato, che fu Stefano Ittar Cavaliere di Malta (autore anche della maestosa cupola di San Nicolò la Rena, oltreché del Palazzo Magistrale a La Valletta), in pietra calcarea bianca siracusana e nera lavica dell'Etna. Chiude scenograficamente la via Garibaldi, abbellisce la piazza Palestro ove sorge (piazza tra l'altro risistemata quattro anni fa a cura dell'allora Assessore Orazio D'antoni), e ha diversi pregi anche di ordine esoterico, tra cui la celebre fenice col motto catinense "Melior de cinere surgo" e gli altri, bellissimi, che fanno di Catania (come disse bene il compianto professor Santi Correnti, nostro amico) città sempre rifiorente, ovvero "Litteris armatur, armis decoratur", armata di Lettere per la sua dottrina, decorata di armi della cui violenza non ha bisogno poiché, come Cristo, si difende con la Parola.
Ebbene si sappia che codesto monumento versa in istato di miserevole abandono: a parte l'orologio il quale non funziona da anni, è l'interno che deve essere ristrutturato: la tabella in metallo avverte, anzi avvertiva, che ivi dovrebbe trovarsi un presidio distaccato della Polizia Municipale, fra l'altro utile a sorvegliare la zona. Chiunque vi transiti sotto si rende conto da quanti anni il luogo è desolatamente abbandonato. Sappiamo che nel secondo dopoguerra l'interno, piccoli vani, divenne casa di abitazione di un 'custode' il quale almeno provvedeva alla manutenzione del sito; morto costui, la presenza dei VV.UU: ma da anni nessuno se ne cura. Strafottenza verso gli abitanti del quartiere, che pure 'servono' alla bisogna per le tornate elettorali? Atteggiamento di superiorità verso una zona sì in parte popolare, ma ricchissima di edifici settecenteschi e già nobiliari, ovvero l'autentico nucleo fondativo della antica città? Semplice mancanza di segnalazioni adeguate? Non ci è dato di sapere. Una affermazione tuttavolta possiamo formularla: se ci projettiamo venticinque anni addietro e 'immaginiamo' di andare, da operatori dell'informazione, personalmente dall'Assessore al ramo oppure dal comandante dei Vigili Urbani, avremmo trovato gente garbata, attenta e disponibile ad agire immediatamente, poiché teneva al lustro e decoro della comunità, specie nei quartieri cosiddetti popolari (il cui concetto è molto opinabile ultimamente). Qualcuno può pensare che similmente possa succedere oggi: tenti l'esperienza, non siamo supponenti ma conosciamo, come usa dirsi, quel che basta i nostri 'polli' sino a tratteggiarne gli atteggiamenti. Poiché, inutile negarlo anche ad onta di personali odierne disponibilità, è la forma mentis che è cambiata, politicamente parlando.
Quali rimedi? Tanti ve ne sarebbero, e però nell'attesa dei salvatori della patria civica, l'illustre monumento (il quale ogni anno, la notte del 4 febbrajo, vede innanzi a sè per la gioja dei convenuti, il fercolo della Vergine Agata fermarsi in loco) rimane moribondo, senza cura, senza riattivare il presidio dei Vigili Urbani, senza nessuna manutenzione della parte concernente l'orologio (per gli aspetti architettonici è competente la Soprintendenza, o almeno dovrebbe). Una idea è darlo in 'gestione' a cooperative di giovani del quartiere, i quali -come già accade in altri luoghi della città- se ne prendano amorevolmente cura, e rendano la porta Ferdinanda un simbolo vivo dell'antica a nuova Catania. La gente c'è, l'entusiasmo pure, la disponibilità non manca. Tornasi alfine alla dimanda di sempre: agli amministratori comunali d'oggi, ciò importa? Smuoviamo le acque paludose, in attesa di eventi.
F.Gio
(Le immagini fotografiche sono scattate dall'autore dell'articolo)
Pubblicato su http://www.ilcorrieredicatania.it/?p=788