giovedì 11 novembre 2010

La Carboneria, setta eretica e baluardo della Libertà


Intorno ad una importante società segreta


Carboneria setta eretica e baluardo di Libertà


Nel primo Ottocento molti patrioti vi aderirono, e diversi moti insurrezionali, anche in
Sicilia, furono dall’associazione ispirati – Verga e i Carbonari -

Tra il fiorire delle idealità che fecero seguito alla Restaurazione dei governi, dopo la caduta della stella napoleonica nel 1815, vi fu certamente il sorgere di società segrete le quali, segnatamente in Italia martoriata dalla occupazione dell’Austria la quale era in quegli anni la dominatrice dell’Europa, cercavano di sovvertire il giogo dello straniero, educando le classi sociali alla idea di Libertà ed autodeterminazione, i cui semi erano stati gettati dalle armate del grande Còrso. Vero è che tali gruppi occulti erano limitati a coloro che erano agevolati nella istruzione ed aventi sensibilità etica: nondimeno, la storiografia post risorgimentale ha accertato che questi han fornito importante contributo, per il trentennio che va dalla caduta del Murat ai moti del 1848, all’idea di indipendenza di quella che sarà la Patria italiana: con evidenti sfumature di carattere autonomistico e, per ciò che concerne la Sicilia in particolare, indipendentistico. La società segreta più importante di quegli anni, come è noto, è stata la cosiddetta Carboneria.
Mentre anche gli studiosi di parte frammassonica, han da tempo verificato ed accertato, pur nella similitudine dei rituali e di un certo compiuto stile di affiliazione, la diversità sostanziale fra la Massoneria –la quale rimaneva anzi assente, come organizzazione, nei fatti insurrezionali di quegli anni-, come varii studiosi indipendenti e magari avversi ai settarismi, non han mancato di precisare ("è da escludersi la tesi massonica che le sètte, pullulanti in Italia dopo il 1815, siano derivazioni o mascheramenti o economia della Massoneria. Poco conta che dei massoni affluirono tra i carbonari, e fra le due sètte vi siano rassomiglianze rituali… Lo spirito religioso e nazionale della Carboneria non quadra con l’internazionalismo e l’irreligiosità sostanziale della Massoneria", scrive A.Omodeo in Difesa del Risorgimento, Torino 1951), è assai probabile la nascita della Carboneria nel meridione d’Italia durante il periodo murattiano: "La Carboneria… fu un prodotto del tutto italiano e di natura contingente… ebbe contatti non con la Massoneria, ma coi singoli Massoni che ad essa si affiliarono, malcontenti della inattività in cui languivano le logge, ed ebbe invece con la Massoneria aspri contrasti soprattutto per i metodi di azione ripugnanti allo spirito ed alla tradizione massonica" (V.Francia, Il mito dell’empietà, Napoli 1946). Codesta diversità, come il fatto che la Massoneria in Italia, ma anche in Francia dopo la restaurazione, fosse svanita operativamente, è attestata dagli informatissimi rapporti della onnipresente Polizia austriaca, i cui importanti documenti così precisano: "… la vecchia setta dei Franco Muratori erasi già disciolta –intorno al 1817\18- e nuove società segrete s’andavano costituendo in Italia, fra le quali la più estesa era quella dei Carbonari" (Carte segrete ed atti della Polizia austriaca in Italia, Capolago 1851).
Per tratteggiare anche brevemente un quadro della idealità carbonara, si può affermare che l’associazione ebbe finalità nettamente politiche e velleità indipendentistiche dei popoli contro "i tiranni", da cui il gergo noto "purgare la foresta dai lupi", ed ostentò attaccamento filiale alla religione Cattolica, includendo i simbolismi della Croce, della corona di spine, ed altri nel proprio immaginario: e se Gesù Cristo era il primo Carbonaro dell’Universo, il Santo protettore della Carboneria era San Teobaldo, un nobile eremita che per puro misticismo nel secolo XI si fece legnajolo. Da qui tutte le derivazioni esoteriche della simbologia forestale, naturistica, la cosiddetta mistica del legno. Era una setta ben importante, se si considerano le affiliazioni: da Silvio Pellico (il quale pure non fu Massone, ma esclusivamente carbonaro), che la rese familiare anche nella vulgata post risorgimentale, con il libro-denuncia a moltissimi noto, "Le mie Prigioni", lettura esaltante e commovente ov’egli stigmatizza con la serenità tollerante dell’Adepto superiore, il fanatismo e la violenza feroce della repressione del governo oscurantista Austriaco (si può anzi definire tale libro il manifesto politico della Carboneria), al conte Federico Confalonieri (questi adepto della Massoneria regolare inglese, a cui affiliassi a Cambridge); dal Santarosa infelice artefice dei moti piemontesi del ’21 ai tenenti Morelli e Silvati e l’abate Minichini che imposero a Re Ferdinando la Costituzione spagnola, poi subito tradita. In Sicilia furono carbonari di ispirazione i moti che ebbero epicentro in Catania nel 1837, e propugnacolo di indipendentismo della Sicilia, così carbonari furono molti dei fucilati, dal Barbagallo Pittà al Pensabene, in seguito alla feroce repressione del Luogotenente borbonico Del Carretto. Persino Mazzini pare fosse passato attraverso la filiazione carbonara, prima di maturare la strategìa che lo trasporterà ad individuare, egli maestro di complotti e di congiure, nella struttura organizzativa da lui ideata, la Giovine Italia –che sarà pertanto della Carboneria antagonista feroce- il mezzo, quasi sempre inefficace nella pratica ma di notevole idealità, per scardinare il connubio allora esecrato fra Trono ed Altare.
La Chiesa si avvide subito del pericolo,e condannava la Carboneria come setta eretica con la enciclica "Ecclesiam a Jesu Chisto" il 13 settembre 1821: Pio VII scomunicando senza appello i Carbonari ed i fiancheggiatori loro, dopo aver ammesso che la setta "si vanti di esigere dai suoi seguaci che mantengano ed esercitino la carità ed ogni genere di virtù, e con la massima diligenza si astengano da ogni vizio", li accusa "di profanare e deturpare con certe loro sacrileghe cerimonie la Passione di Gesù Cristo, di farsi scherno degli stessi misteri della religione cattolica… di volere rovesciare la Sede Apostolica". Moltissimi sacerdoti erano affiliati, come Roma ben sapeva, alle "Vendite", ossia assemblee, carbonare, e, come ben scrive l’insigne studioso e sacerdote paolino R.Esposito nei suoi studii, "terminavano nelle Baracche le prediche iniziate nelle Chiese", ovvero era per loro consequenziale il messaggio di Libertà diramato dalla Carboneria, rendendosi ben conto del fanatismo abietto dell’allora potere costituito e laico ed ecclesiastico. Terribile è purtanto la dichiarazione della Penitenzieria Apostolica del novembre 1821, seguente "alcuni dubbi insorti" circa la bolla di scomunica, sollevati dalla Curia di Napoli: la Santa Sede autorizza, ad esplicita dimanda "se il figlio debba denunziare il padre, il fratello, la sorella", che "stabilito una volta che sia una Sertta eretica, il figlio è tenuto a denunziare il padre, ecc, il tutto però con gran prudenza e segretezza". L’ultima precisazione è quantomeno repellente: per fortuna anche la Chiesa ha riconosciuto in questo campo le sue colpe ed è rifiorita alla nuova primavera, come è stato notato: nella dichiarazione conciliare "Dignitatis humanae" del 1965 si esprime "un solennissimo ed esplicito mea culpa a proposito delle deviazioni commesse dal Popolo di Dio, la Chiesa, nei confronti della libertà di coscienza" (cfr.Esposito). E se finora la Chiesa, come è stato per la Massoneria, non ha implicitamente ‘revocato’ la scomunica ai Carbonari che esistono, in forme rinnovellate ma secondo la Tradizione, anche nel XXI secolo- , ciò sia sufficiente a tacere ogni eventuale polemica.
Il ventunenne Giovanni Verga da Catania (e Vizzini), il cui nonno era Carbonaro, stampava –a sue spese- nel 1861 ad Italia appena unificata dai gloriosi borghesi in camicia rossa di Garibaldi (il quale, simbolo della Massoneria italiana dell’Ottocento, venne elevato al grado di Maestro massone solo nel 1860, conquistata Palermo, a ben 53 anni… la precisazione è data per rendere l’idea di quanto la Massoneria, pur idealmente similare, era nella struttura e negli uomini lontana dalla Carboneria italiana) presso Crescenzio Galatola, il romanzo "I Carbonari della Montagna", il secondo suo e primo di un luminoso successo letterario. Questo libro è, con quello del Pellico, il manifesto letterario della Carboneria storica. E’ altresì importante poiché, seppure sotto le vesti della finzione scenica, chiarisce quel che poi la storiografìa preciserà (mai del tutto bene, a nostro parere), ossia la filiazione precipuamente inglese dei finanziamenti, e della ideazione quindi delle Vendite carbonare, durante il periodo della presenza inglese in Sicilia da parte di Lord W.Bentinck, l’autentico artefice e creatore della Carboneria meridionale anglo-calabro-meridionale, la cui figura ebbe ampio respiro pur nei tre anni del suo governo dell’Isola. Tale politica, in funzione naturalmente antifrancese, sarà continuata dall’Ammiraglio Sidney Smith, comandante in capo della Flotta Britannica nel Mediterraneo (e autorevole Frammassone): per cui se vi fu una filiazione Massoneria-Carboneria essa deve eventualmente ricercarsi oltreoceano, nelle brume londinesi e negli archivi di quella United Grand Lodge of England la quale, anche per impulso dello Smith, erasi riunificata, gli Ancient coi Moderns, con il noto ‘Act of Union’ del 1813, vera data di nascita della Massoneria moderna dalla ‘casa madre’ britannica.
"Mio Buon Cugino, di dove venite? –Dalla Foresta. –Che cosa ci arrecate? –Salute, Amicizia e Fratellanza. –Chi è vostro Padre? –(il Buon Cugino volge gli occhi al cielo) –Chi è vostra Madre? (il Buon Cugino guarda la Terra)". Questo stralcio da un rituale carbonaro, dona l’idea del misticismo preciso e diremmo pànico, naturistico della società carbonica, in linea del resto con tutte le confraternite iniziatiche del mondo antico, e di quello moderno. L’auspicio finale è che, come "quella croce dovea risplendere come l’occhio di Dio" (finale dei Carbonari della Montagna) nell’ideale della Carboneria, così il comune intendimento dei molti, già acclarato dalla storiografia, legga l’esperienza dei Carbonari dell’Ottocento come un sublime anelito, e spirito sempre rinnovato, di Indipendenza e di Libertà, dei popoli ma soprattutto dei cuori.

Francesco Giordano (Barone di Sealand)


Nella foto, il grembiule carbonaro appartenuto a Ciro Menotti

(pubblicato su Sicilia Sera n°333 del 3 novembre 2010)

lunedì 20 settembre 2010

Mostra e Seminario su Colera e rivoluzioni in Sicilia all'Archivio Storico Comunale di Catania, 25-26 settembre 2010






























Nell'ambito delle Giornate Europee del Patrimonio 2010 "Italia tesoro d'Europa" a cui partecipa il Comune di Catania, l'Archivio Storico Comunale di Catania organizza una mostra ed un seminario su "Colera e Rivoluzioni in Sicilia: due sciagure dentro e fuori i monasteri nelle lettere dei Verga (1854-1866)".
E' una laudevole iniziativa di cui è artefice primiera la Dott.ssa Marcella Minissale, direttrice dell'Archivio, affiancata dai solerti collaboratori. Con questi eventi la Luce intramontabile della Cultura splenderà sempre oscurando le tenebre dell'ignoranza.
Qui riportiamo la locandina dell'evento.

Relatori:
Prof. Antonio Di Silvestro, della Facoltà di Lettere dell'Università di Catania, sul tema "Momenti e temi della religiosità della famiglia Verga"
Dott. Francesco Giordano, giornalista pubblicista studioso di storia patria, sul tema: "Aspetti politico sociali del colera del 1837"
Dott. Giovanni Verga, giornalista pubblicista, pronipote dello scrittore
Leggerà alcuni brani delle lettere in esposizione l'attrice Agata Tarso, della compagnia "Amici del Teatro" di Nicolosi.




Ulteriori informazioni sull'iniziativa possono essere ottenute al seguente indirizzo:www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/default.aspx?news=16097, ove è la scheda storico tecnica della mostra.
L'esposizione permarrà sino a novembre. Aggiungiamo alcune foto della manifestazione, nonché l'articolo che il quotidiano "La Sicilia" ha dedicato all'evento, il 1° ottobre.


giovedì 12 agosto 2010

Sant’Euplio ricordato per la prima volta nel luogo del suo martirio: S.Messa nella piazza-cortile San Pantaleone a Catania







Come tutte le grandi e popolose città nel tempo della repubblica e poi dell’Impero di Roma, anche Catania ebbe la sua platea magna, la piazza grande ove si svolgevano i più importanti affari, s’ergeva il tempio, la Curia ove il senato civico riunivasi; ove s’apriano le botteghe importanti dei rinomati venditori, ove era l’erario, il carcere, la Basilica, i granai, le armerie, la zecca. Per almeno mille e cinquecento anni, fino alla conquista de’ Normanni, tale luogo –dispiace deludere i cultori di memorie artefatte, ma è così- non fu piazza del Duomo, laddove alcuni indotti strombazzano sia sempre stato il centro della città etnea, poiché sin dal 1091, per volere di Ruggero il Gran Conte s’innalza il tempio cristiano maior dedicato alla protomartire Agata, ma una oggi quasi anonima piazza (impropriamente dal secondo dopoguerra, la toponomastica la definisce cortile) appellata da secoli di San Pantaleone. Trovasi, in senso antiorario, di tra le vie Vittorio Emanuele, già strada reale o Corso, via SS.ma Trinità, via Garibaldi già strada Ferdinanda, via S.Giovanni, via Orfanelli e via Politi. In quella piazza a forma di parallelepipedo, disomogenea ed ornata di variegati edifizi sorti in maniera discontinua durante il XVIII e XIX secolo, in seguito al devastante terremoto del 1693 il quale distrusse tutto e costrinse alla rinascita settecentesca, era l’antico Foro romano, ovvero il cuore della città antica. Così il grande storico Francesco Ferrara: "Il Bolano dice che la fabbrica aveva la forma quadrata bislunga di 50 piedi. Mancava affatto il lato di occidente; quello a mezzogiorno mostrava ancora otto botteghe, quello ad oriente sette, quello di tramontana quattro. Oggi non restano che quelle ad oriente e tre a mezzogiorno attaccate alle prime ad angolo retto. Servono di moderne abitazioni, e formano all’intorno il cortile detto di S.Pantaleo. L’ordine inferiore è sotterra, del quale le scoverte si chiamano dal volgo le grotte di S.Pantaleo. Si osserva ancora un picciolo pavimento sotterraneo con due braccia opposte di scale che portavano nei diversi appartamenti, ed esistono due grandi archi, ora ripieni di moderna fabbrica che mostrano la robustezza, e la magnificenza dell’antica Piazza. Nel foro di Pompei sonosi trovati i resti di una fontana in mezzo, in quello di Catania vi colano ancora acque copiosissime che erano senza dubbio destinate allo stesso uso, onde il popolo lo crede un antico bagno, e con esso alcuni volgari scrittori" (In Storia di Catania sino alla fine del secolo XVIII, Catania 1829, pag. 308).
Nel Foro romano, i cui discavi furono iniziati dall’illuminato mecenate Principe Ignazio di Biscari, in qualità di Custode delle Antichità del Valdemone e Valdinoto, poi continuati dal medesimo abate Ferrara, che ebbe eguale incarico dal Re Ferdinando di Borbone, i quali ambienti visibili sono oggi –come documenta l’istantanea da noi scattata- lasciati, ad onta delle segnalazioni delle guide, nel più lercio abbandono dalla Sovrintendenza regionale ai Beni Archeologici di Catania (serrato da una porta di ferro sino a poche settimane fa inesistente, il cortile con gli avanzi è inaccessibile…), era la sede del Governatore romano: ivi il 12 agosto del 304, dopo un processo noto dagli Atti, venne martirizzato, perché orgogliosamente cristiano, il diacono catinense Euplo, ovvero Euplio. Sulla vicenda e le connessioni col vicino tempio dell’Ajuto, così come sul suo culto e la chiesa che nei paraggi sorgeva, leggasi il nostro intervento in questo blog riportato (http://letterecatinensi.blogspot.com/2010/05/santa-maria-dellaiuto-e-santeuplo-di.html).
La Chiesa di Catania è sempre attenta alle memorie antiche dei suoi illustri figli. Merito del Rettore del Santuario di S.Maria dell’Aiuto nonché Parroco, Mons. Carmelo Smedila, è stato l’undici agosto ricordare, per la prima volta nei luoghi del martirio, la vicenda umana e coraggiosa di codesto protomartire cristiano, nonché compatrono della città di Catania e protettore di Trevico, in quel di Avellino, ove sono serbate le spoglie (ivi si svolgono ogni anno grandi festeggiamenti per onorarne la memoria). Euplo è grandemente celebrato nel Cristianesimo ortodosso, che lo annovera tra i più antichi difensori della fede. E se per numerosi lustri le autorità catanesi –non il popolo, il quale ha sempre venerato con affetto uno dei suoi rappresentanti più sinceri: egli semplice cittadino, non sacerdote, rappresenta forse nell’ottica moderna meglio che jeri, la vivacità dell’etica dell’Unto di Galilea- hanno quasi dimenticato l’antico Santo (eccettuata la Messa che si celebra annualmente nella già prigione del martire, in piazza della Borsa), oggi tale lacuna è stata sanata, nella visione del recupero intelligente del comune passato, il quale costituisce enorme slancio per meglio vivere il presente, per massimamente costruire, con solide fondamenta, adoprando la calce dell’Amore, l’opus mixtum della Tolleranza e la cura della Fratellanza, il futuro. Ognuno di noi in tal senso fornisce il proprio contributo. Siamo pertanto lieti che anche questo blog abbia portato la sua levigata pietra a tale nobile scopo, ad maiorem Dei gloriam, della Theotokòs e del Santo Euplo.
Scrive il colto e noto studioso di temi religiosi prof. Antonino Blandini, sul quotidiano "La Sicilia" del 11 agosto 2010, nell'articolo titolato "Festa di S.Euplio, Messa della vigilia in piazza San Pantaleone": "Domani pomeriggio alle 18.30, il parroco-rettore del santuario Maria Santissima dell'Aiuto, celebrerà la s. messa vespertina nella vigilia della festa di sant'Euplio, diacono e martire catanese, compatrono principale della città e dell'arcidiocesi, in piazza San Pantaleone al Foro Romano (tra le vie Vittorio Emanuele, Santissima Trinità, Garibaldi e Orfanelli), 17 secoli fa la piazza cittadina più importante di Catania. Un'antichissima tradizione locale vi pone il sito in cui, la mattina di martedì 12 agosto 304, il giovane cristiano Euplio, dopo la condanna a morte da parte del correttore (governatore romano Calvisiano) e la traduzione in catene per le strade della città greco-romana con appeso al collo il libro dei Vangeli, motivo della sua condanna, fu decapitato davanti al popolo ivi convenuto. Il servizio liturgico sarà curato dal Collegio liturgico "Cardinale Giuseppe Francica Nava", diretto dal dr Piersanti Serrano e del quale S. Euplio, assieme a S. Agata, è l'eletto patrono. L'altare mobile per il sacrificio eucaristico sarà posto davanti ad una nuova edicola votiva di S. Euplio, contenente una piccola statua del venerato santo concittadino che sarà inaugurata per l'occasione ed è stata voluta dalla fervida devozione dei residenti di piazza San Pantaleone verso il grande martire della Chiesa antica delle persecuzioni anticristiane, che immolò la sua giovane vita per testimoniare la fedeltà a Cristo e al suo Vangelo. E' assai interessante considerare, come spiega Francesco Giordano in una delle "Lettere catinensi", che il Foro Romano in cui sarebbe avvenuta la decapitazione di Euplio corrisponderebbe all'attuale cortile San Pantaleo, dove anticamente era una chiesa a lui intitolata. Il corpo del martire sarebbe stato custodito a Catania fino al 975 e tempo dopo si venne a sapere che si trovava nella cattedrale della città di Trevico (Avellino), forse portato lì da un soldato normanno, originario dell'Irpinia al tempo della spedizione di Maniace nel tentativo di cacciare dall'Isola gli arabi. La contrada del Foro Romano dal IV al XV secolo divenne la Giudecca, il cui cuore era l'attuale via Pozzo Mulino, forse l'alveo dello Judicello (Amenano), delimitata da un pozzo a est e da un altro ad ovest. La chiesa sacramentale della contrada era intitolata a Santa Marina, già Sant'Anna dei Casalini, al cui ingresso si venerava un'icona della Madonna dell'Aiuto, nel 1641 traslata nella chiesa SS. Pietro e Paolo che assunse il nome della miracolosa immagine".
Al fine di illustrare la sacra cerimonia, inseriamo qui due brevi video -da noi girati- della S.Messa celebrata nella antica platea magna (in uno vi è la lettura del Vangelo di Luca, paragrafo delle beatitudini; nell’altro si narra il passaggio cruciale dell’interrogatorio del martire), ove la pietà del popolo ivi abitante ha deciso erigere una edicola votiva, altrimenti detta altarino, al Santo Euplo nella felice occasione. Si noti infine, che i paramenti di Mons.Smedila, il quale è da tempo promotore del culto delle patrie memorie, dai colori regolamentari secondo l'ufizio, sono anche quelli della bandiera della Sicilia. In tempi di rinnovato interesse per l’autonomismo, un particolare da far rilevare nel giusto modo.
(F.Gio)
Nota: Le istantanee ritraggono un frangente della S.Messa, l'ingresso -chiuso!- di alcuni resti del Foro romano, ed una immagine del Santo, gentilmente fornitaci dal prof.Blandini.

video video

martedì 6 luglio 2010

Benedettine dell'Adorazione perpetua: cento anni a Catania


Le celebrazioni giubilari


Cento anni delle Benedettine a Catania


Una presenza plurisecolare nel monastero di via Crociferi, ravvivata dal carisma dell’Adorazione Perpetua – La vita antica e nuova della Comunità -
 
Nel maggio del 1910 due suore Benedettine, della congregazione dell’Adorazione perpetua del SS.mo Sacramento, giungevano in Catania. Si stabilivano nel monastero di via dei Crociferi, angolante con via Teatro Greco, il quale, eretto nel XIV secolo e da allora sede delle monache figlie di San Benedetto, era languente e secondo le leggi di soppressione degli ordini ecclesiastici di quarant’anni prima, volute dal governo anticlericale (e rapace economicamente: era ministro delle Finanze, che approvò l’operazione, Quintino Sella: qualcuno può fare dei paralleli storici…), destinato a chiudere. Non fu così, e la luce del Sole di Giustizia del Redentore, per i moltissimi che la tengono da conto all’epoca, ed anche oggi, continua da un secolo pieno secondo la volontà di Nostra Signora, ad irradiarsi in Catania, attraverso la forma antica e rinnovata della mistica delle Benedettine dell’Adorazione. Si compiono infatti cento anni dalla rinnovata presenza delle monache figlie di S.Benedetto in città, e si concluse da poco l’anno giubilare, il quale ha veduto svolgersi, nella augusta e settecentesca chiesa che scenograficamente chiude la strada barocca fra le più famose al mondo per la sua unità e armonia architettonica, incontri di studio, seminarii, e di preghiera, a cura della fervente e fiorente comunità di ecclesiastiche, la quale oggi come jeri anima di afflato divino il vetusto luogo, ingrandito ed ampliato sin dai secoli passati e comprendente pure la cosiddetta badia piccola, che funge da novantacinque anni anche da scuola, od educandato, per fanciulle (dal 1986, per volontà della attuale Priora, sono ammessi anche i maschietti).
Proprio la scuola, ovvero il Pio Istituto Educativo San Benedetto, la prima realtà scolastica cattolica nata a Catania dall’Unità, svolgente la propria attività dal novembre 1915, è stata il riverbero illuminato di quel messaggio evangelico monastico e prettamente spirituale, lanciato con grande successo dalle Suore benedettine del Sacramento, sin dalla venuta delle Sorelle del Monastero di Ghiffa, fondatrici della nuova comunità. Bisogna aggiungere, come è stato detto e scritto non solo in questa occasione, ma anche negli anniversari passati (chi scrive ricorda con commozione l’ottantesimo, allorché l’illustre canonico della Cattedrale Mons. Nicolò Ciancio, ivi celebrò il fausto evento), che il merito della rinascita del monastero e della istituzione della scuola, si deve al noto e deciso Arcivescovo di Catania del tempo, Cardinale Francica Nava di Bondifè ed Asmundo. Egli, la cui famiglia abitava l’attiguo palazzo Asmundo nella piazzetta omonima (e la cui prima Abbadessa del Monastero ricostruito dal devastante terremoto del 1693, nel 1704 era una sua antenata, Suor Ignazia), fece in modo di riscattare, leggasi comperare, ex novo l’edificio dal demanio statale che lo aveva a sé avocato.
Disparvero nel 1867 i Benedettini in Catania soprattutto nel grandioso monastero maschile di San Nicolò de harenis; si estinsero le monache della SS.Trinità per far luogo all’educandato femminile e poi al Liceo scientifico; egualmente le benedettine di San Placido e della Badia di Sant’Agata: ma non quelle di via Crociferi, poiché rappresentavano anche il prestigio della secolare presenza della Chiesa nella città dell’Etna, l’avevano guidata sin dalla riconquista Normanna (benedettino era Ansgerio il primo vescovo, benedettini furono tanti altri) e non potevano essere impunemente ridotte al silenzio, in un momento di grande frattura per la coesione nazionale. E’ stato questo anche il tono degli interventi del convegno di studi svoltosi il 24 maggio, all’interno del tempio, alla presenza di molti qualificati relatori; per parte nostra, rileviamo l’intensa, appassionata disamina svolta dal Preside dello Studio Teologico San Paolo di Catania Mons. Gaetano Zito, il quale ha per grandi linee ma con l’acutezza che lo contraddistingue, tracciato il passato recente e suggerito interessanti spunti di riflessione storiografica, per la storia della comunità monastica e di quelle similari: chi infatti tien chiaro che in Catania, come egli ha detto, esistevano undici monasteri femminili a fronte di circa venticinquemila abitanti, prima del terremoto magno, può ben rendersi conto di quella che è stata definita una anomalìa sociale.
Parimenti interessante e dòtto, come nel suo stile, il saluto, mutatosi poi in illuminati e pregnanti suggerimenti, dell’Accademico dei Lincei e Preside onorario della Facoltà di Lettere, nonché storico insigne, Prof.Giuseppe Giarrizzo: il quale non ha nascosto la propria commozione, per la sua presenza in quel luogo antico, a cui lo legano antichi affetti. Chiarire ed interpretare i rapporti fra giurisdizionalismo e storiografia, nella consapevolezza –ha egli affermato- del "peccato originale della mancanza di una antropologia religiosa in Italia, come invece vi è in Francia", al fine di creare quel "libero circolo tra la storia della chiesa e la storia delle religioni": tale l’auspicio, in parte raccolto da alcuni dei relatori ma da ingrandire, approfondire e degnare di studi quanto più minuziosi sia possibile, del nostro grande storico della laicità europea, il quale non si è -come d’indole degli uomini di amplissimo sentire- fatto schermo a suggerire indagini anche in un campo, quello degli studi religiosi, che non è il esattamente il proprio.
Qualche cenno in fine bisogna tracciare della specifica mistica la quale da un centennio è impiantata a Catania, quella della fondatrice dell’Ordine delle Adoratrici: Mectilde de Bar, una suora lorenese che visse nel cosiddetto secolo d’oro della spritualità francese, il XVII. Ella era prima monaca delle Annunciate, di obbedienza francescana: ma solo dopo diverse vicissitudini anche personali, nel 1640 si faceva perpetuamente benedettina, e nel 1654 nasceva l’Ordine da lei fortemente voluto, e sostenuto dalla beneficenza di nobilissime dame, primariamente della Regina di Francia Anna d’Austria, in piena Guerra dei Trent’anni. L’Ordine fu sempre sostenuto dalla nobiltà, ma era anche un perfetto agente di coesione col popolo, poiché fu sempre desiderio di Madre Mectilde istituire educandati per fanciulle che erano inclini alla vita cristiana.
Anche in Catania, nei decenni trascorsi del secolo XX, l’istituzione monastica e la scuola, all’epoca solo femminile, delle Benedettine era sinonimo di prestigio e di orgoglio, per molti i quali inviavano le proprie figlie a studiare nell’Istituto; fra l’altro, per indicare quale ruolo ebbe la comunità, la chiesa di San Benedetto vide nel 1950 l’ordinazione sacerdotale di Padre Salvatore Pignataro, il ‘dominus’ del quartiere Tondicello della Plaja, rione che egli còlla forza di un carattere indomito, plasmò a novella vita riuscendo in molti casi a sconfiggere la povertà e la miseria degli abitanti del quartiere. Inoltre, negli anni Sessanta, insegnava all’Istituto San Benedetto materie classiche Antonio Corsaro, sacerdote che si diceva essere ‘eterodosso’ per i suoi multiformi interessi e gli studi di alto valore intellettuale: personalità carismatica per molti studiosi in città, ancor oggi da alcuni ricordato.
Il Monastero delle Suore Benedettine catinensi e la scuola, sono stati e sono ancora, mutatis mutandis, un essenziale ed alto punto di riferimento, per molti catanesi che intendono a quel luogo riferirsi, e tra quelle mura intrise di storia e di spiritualità affidare l’avvenire animistico e psicologico del frutto de’ loro lombi: merito della attuale Madre Priora Suon Giovanna Caracciolo, di origini catanesi, come delle sue collaboratrici (Suor Agata Fede la direttrice, Suor Anna Maria instancabile tessitrice di belle speranze e concrete attività, Suor Rosa fedelissima vigilante, nonché i docenti ed i collaboratori oblati) mantenere la guida sicura e prestigiosa di una istituzione la quale, se ha molto dato, ha anche molto ricevuto."Che cosa di più dolce per noi", dice San Benedetto, "di questa voce del Signore che ci invita… ci indica la via della Vita". E Madre Mectilde: "Dio ha delle voci ovunque: nelle fiamme, nelle acque, voce nella virtù, nella magnificenza…". Tornano spontanei al cuore i versi non dimenticati del Poeta romagnolo: "C’è una voce nella mia vita, \ che avverto nel punto che muore; \ voce stanca, voce smarrita, \ col tremito del batticuore, \\ voce d’una accorsa anelante, \ che al povero petto s’afferra \ per dir tante cose e poi tante, \ ma piena ha la bocca di terra…" (Pascoli, La voce). E’ quella voce, forse, la quale trasporta in un lungo percorso: "E tra un violetto ed un tuffo \ vanno le foglie morte \ e non tornano più" (Pascoli, Le foglie morte). L’enigma è forse qui, tra le tenebre e la luce, fra il bianco ed il nero.

Barone di Sealand (FGio)
Pubblicato su Sicilia Sera n° 330 del 4 luglio 2010

giovedì 24 giugno 2010

Una lettera di Finocchiaro Aprile a Giorgio VI ed un ricordo dell’illustre padre dell’autonomia della Sicilia


Cinque anni fa, nel giugno del 2005, ideammo e, in qualità di direttore responsabile, guidammo il mensile "Lo Spettatore", editore Boemi s.r.l. Fu una esperienza breve, ma esaltante ed interessante. In quel contesto, dappoiché si discuteva con rinnovata attenzione l’argomento dell’autonomìa della Sicilia, scegliemmo di pubblicare la seguente lettera dell’illustre padre nobile del movimento indipendentista poi sfociato nello Statuto siciliano, l’Onorevole Andrea Finocchiaro Aprile, al Re d’Inghilterra Giorgio VI, le cui implicazioni sono di seguito spiegate. Ad integrazione di quanto scritto allora nella nota introduttiva (Lo Spettatore anno I numero 1, giugno 2005, pagina 4), aggiungiamo che l’anticlericalismo di cui Andrea Finocchiaro Aprile fu corifeo nel secondo dopoguerra, si inserisce nello spirito del tempo, ed oggi appare evanescente ed affatto antistorico: nulla osta di rimarcare nondimeno la sua adamantina onestà intellettuale e limpidezza d’animo e d’intenti. Un nostro caro amico, da qualche anno involatosi nell’eternità dell’Oriente ove Colui che tutto muove tutti accoglie, l’avvocato Michele Papa di Catania, narràvaci di Finocchiaro Aprile con accenti di passione. Tale il ritratto di questo gentiluomo siciliano di vecchio stampo, che egli traccia nel volume che dedicò, avendone fatto parte, all’esercito indipendentista (M.Papa, "Storia dell’Evis", Clio-Brancato 1995, pag. 95\100).: "Finocchiaro Aprile era alto, armoniosamente robusto: testa leonina, capelli neri in età avanzata, riga sul lato sinistro: un bell’uomo. Portava occhiali a pince-nez che tirava fuori alla bisogna, con eleganza, dal taschino del gilet, e vestiva di grigio scuro con naturale signorilità: credo che nel primo dopoguerra non avesse un ricco guardaroba. Aveva sulla guancia sinistra una cicatrice, che forse testimoniava un duello, una shlande bruederschaft. Non ebbi mai il coraggio di chiedere notizie su quella ferita, sebbene ne fossi tentato durante le lunghe passeggiate in via Etnea: più volte l’accompagnai in casa Guzzardi, ove era di solito ospitato. Oratore elegante e raffinato, voce gradevolissima, avvinceva il pubblico con studiate pause. I suoi discorsi erano sempre ricchi di riferimenti storici su personaggi dell’intellighenzia internazionale che frequentava, sia quale giurista famoso che come Gran Maestro ai vertici della Massoneria, che allora aveva una enorme influenza avendo "muratori" tra i regnanti e i presidenti degli Stati Uniti. Lo rividi, per l’ultima volta, a Catania quando commemorò al Municipio la titanica figura di Giordano Bruno, che con il rogo pagò l’illusione di un confronto del libero pensiero con i dogmi della Chiesa. La sua oratoria travolgente ed appassionata aveva fatto rivivere le angosce del grande umanista del Rinascimento, coinvolgendo gli ascoltatori in un lirico inno alla libertà. La sera fummo a cena con pochi amici, tra cui Nino Velis e Pippo Amato, inebriati dal suo conversare brillante: con le signore, come al solito, era molto galante, ma non invadente: manifestava, anche avanti negli anni, una gran voglia di vivere: mai lo vidi adirato e mai alzò la voce, anche nei momenti drammatici… era ingenuo come un fanciullo ed al tempo stesso furbo come una volpe di fronte ad ogni insidia. Ricchissimo di umanità, il suo coraggio era immenso e totale, la sua onestà pura come un diamante. Non aveva dimestichezza alcuna con il denaro: vorrei dire che non lo conosceva. Non ne aveva, non ne voleva e non lo portava addosso… fu, senza alcun dubbio, il vero protagonista della storia della Sicilia nel dopoguerra".
(Fr.Giord.)
 
 
 
Siamo lieti di pubblicare un documento fondamentale per la storia dell’indipendentismo siciliano: la celebre ma poco conosciuta ai più lettera che il capo indiscusso del MIS, Onorevole Andrea Finocchiaro Aprile (1878-1963), inviava al Sovrano d’Inghilterra per illustrare il progetto di autogoverno dell’isola, in un momento particolarmente felice per la sua attuazione. E’ una lettera bellissima ed illuminante, densa di grandi ideali, di immensa passione, degna di un grande uomo libero quale il Finocchiaro Aprile fu. Contiene altresì suggerimenti ed intuizioni illuminanti, che in giorni di veri o presunti conati autonomistici di inizio millennio, par necessario rammentare. Infine è nostro intendimento rendere in tal guisa omaggio a questa fulgida figura di Siciliano integerrimo, oggi misconosciuta alle masse, che fra i molti meriti ebbe quello non ultimo di rifiutare, egli ex parlamentare prefascista, la nomina a Senatore da parte del governo unitario repubblicano.

A Sua Maestà Giorgio VI Re d’Inghilterra e Imperatore delle Indie, Londra

Palermo, 22 dicembre 1943

Sire,
Nel nome del popolo di Sicilia io rivolgo alla Vostra Maestà supremo appello perché voglia prestargli l’alto e magnanimo suo ausilio onde possa raggiungere finalmente la libertà e l’indipendenza che sono state sempre la sua aspirazione più viva e per le quali stiamo ora conducendo l’ultima battaglia. Vincere questa battaglia significherà assicurare l’avvenire ad un popolo generoso che non è a nessuno secondo nella volontà di progredire sulle vie della civiltà, ma che ne fu sempre ostacolato da tutti i governi succedutisi dopo la leggendaria impresa del 1860, dimentichi del grande contributo dato dalla Sicilia al risorgimento nazionale; popolo che l’iniquo regime fascista bersagliò ed oltraggiò in tutti i modi.
Il popolo siciliano, dopo l’infelice esperimento di circa un secolo di unione con l’Italia, si è convinto che esso non ha altra salvezza che quella di governarsi da sé, con i propri uomini, con la propria economia, scuotendo il servaggio che le classi politiche ed industriali del Nord gli hanno imposto, e che permarrebbe se noi ci lasciassimo adescare da troppo interessate e tardive profferte di autonomia o di decentramento, che ci si fanno di fronte al dilagare dell’idea dell’indipendenza, ma che sarebbero senz’altro dimenticate appena noi avessimo ancora aderito all’unità italiana. Nel 1860 ci fecero le stesse promesse e non furono mantenute; oggi non siamo disposti a farci tradire ancora una volta, e quelle profferte decisamente respingiamo.
Il nostro proposito, Maestà, è quello che si addivenga alla creazione di uno stato sovrano di Sicilia a regime repubblicano costituzionale. La Sicilia fu sempre un’entità organica a sé stante, fu il primo stato sorto nel Mediterraneo e fu di esempio a tutti gli altri. L’unione con l’Italia non fu il risultato di un reale e sentito desiderio del popolo, ma il prodotto dell’attività di uomini politici i quali, guidati da nobili intenti, credettero che attraverso l’unità, la Sicilia avrebbe potuto ottenere vantaggi maggiori che restando isolata. La triste esperienza degli ultimi 84 anni ha dimostrato la vanità di quella illusione e reso il concetto dell’indipendenza insostituibile nel pensiero di tutti coloro che sono guidati dall’amore per la loro terra e non dalla speranza di un personale tornaconto, di fronte al quale non si esiterebbe a sacrificare la patria siciliana.
Né è dubbio per chi abbia serenamente studiato l’argomento, che la Sicilia possa vivere da sé, con le sue imponenti risorse agricole e minerarie, sviluppando le industrie che essa, con i suoi prodotti, potrebbe alimentare. L’attuale situazione economica è soddisfacente, quella dell’avvenire non potrà essere che di gran lunga migliore. Così la bilancia commerciale, che dava prima della guerra un notevole eccesso delle esportazioni sulle importazioni, come la bilancia dei pagamenti sempre favorevole, si avvantaggeranno sensibilmente da una economia a carattere esclusivamente siciliano, svincolata dalle pastoie della prevalenza degli interessi continentali.
L’indirizzo della costituenda repubblica siciliana, che dovrà essere guidata da uomini particolarmente degni per riconosciuto patriottismo, per prudenza di consiglio e per saggezza di decisioni, sarà quello di contemperare equamente le esigenze delle varie classi sociali in modo che non derivino al paese agitazioni e disquilibri che turbino la pace pubblica; ma è necessario, tuttavia, ed urgente che siano riguardate con particolare cura le condizioni delle classi più umili, che sono il nerbo del popolo siciliano. Contadini ed operai dovranno avere dal nuovo stato tutti i maggiori aiuti che li mettano in grado di elevarsi moralmente ed economicamente. Come sono essi che hanno alimentato potentemente il movimento per l’indipendenza siciliana e che gli hanno dato e gli danno la passione della loro anima semplice e sana, così saranno essi che dovranno avere i veri vantaggi della situazione che verrà a crearsi, e contro la quale non resteranno che le esigue schiere dei profittatori del reazionarismo unitario o degli illusi circa la possibilità di penetrazione in Sicilia delle idee comuniste, oggi profondamente estranee alla coscienza delle nostre classi lavoratrici.
Ho già avuto occasione di significare al Governo di Vostra Maestà che, creato lo stato sovrano e indipendente di Sicilia, esso dovrebbe ottenere dall’Inghilterra o da un gruppo di stati ad essa associati la garenzia della propria sicurezza nel senso che si dovrebbe accorrere in difesa della Sicilia nel caso di aggressione di altro stato. Questo concetto mi onoro di confermare a Vostra Maestà. Così pure rinnovo la dichiarazione che noi non avremmo difficoltà, anzi ne saremmo lieti, di federare lo stato siciliano con la repubblica o le repubbliche che fossero per sorgere in Italia, naturalmente conformi nei loro principi e nelle loro finalità alla repubblica democratica siciliana. Se però dalla futura conferenza della pace dovesse nascere, come è stato preannunziato, una grande confederazione europea, è ovvio che a questa la repubblica siciliana dovrebbe essere chiamata a partecipare, come vivamente desidera, non occorrendo più la creazione di una confederazione di stati italiani, tutti potendo essere membri della grande confederazione europea. E fra questi stati, grandi e piccoli, potrebbe bene trovare posto la Sardegna, dove è andato determinandosi un forte movimento separatista a causa dell’abbandono, se non anche del disprezzo, del governo e del popolo italiano verso quell’isola di eroi, anelante, come la Sicilia, a risorgere a nuova e indipendente vita.
Rivolgo altresì a Vostra Maestà la preghiera di considerare sin d’ora l’opportunità di annettere al nuovo stato siciliano territori dell’Africa settentrionale. La vicinanza di essa alla Sicilia, la grande maggioranza siciliana degli abitanti in alcune zone, le affinità etniche, la necessità di un unico governo che disciplini le esigenze similari delle popolazione che sospinga queste verso il progresso, sono ragioni che suffragano i voti della nostra isola. Ma è necessario affrettare i tempi; è necessario che, intanto, sia costituito lo stato sovrano e indipendente di Sicilia onde questo possa partecipare alla conferenza della pace, quale amico ed alleato della Gran Bretagna. Il popolo siciliano ha chiesto di essere ammesso a dire con un plebiscito che desidera la sua indipendenza e la istituzione di una repubblica democratica. Questo plebiscito, in conformità del principio dell’autodecisione dei popoli, non potrà essere negato; ma è d’uopo ch’esso, perché risponda a verità, si svolga liberamente sotto il controllo internazionale, altrimenti il Governo italiano, al quale, per nostra sventura, la Sicilia sta per essere riconsegnata, falserebbe con ogni sorta di violenze la manifestazione della volontà popolare. Su ciò, che è essenziale, io mi permetto di richiamare in particolar modo l’augusta attenzione di Vostra Maestà. Né varrà il dire che il Governo di Badoglio come la Monarchia hanno oramai in Italia una vita del tutto effimera e che non v’è a preoccuparsene, dappoiché il governo e il regime che succederanno avranno anche loro interesse a soffocare l’espressione del pensiero e del sentimento del nostro popolo. Vero è che la guerra contro la Germania non è finita e che alla vittoria bisogna volgere tutti gli sforzi comuni. Ma la Sicilia, mentre si appresta a dare il suo maggior contributo materiale e morale agli Eserciti Alleati, pronta, se richiesta, a lanciare nella lotta i suoi battaglioni, è lontana ormai dal teatro della guerra e può, senza pericoli e disturbi di sorta, essere chiamata ad esprimere la sua volontà. E’ questa l’esortazione di tutto il popolo di Sicilia.
Alla Maestà Vostra certamente è noto che, nei giorni della liberazione, le truppe britanniche furono accolte con evidenti segni di soddisfazione e di gioia. Il comitato per l’indipendenza siciliana face tutto quello che era in suo potere perché l’accoglienza fosse calorosa e solenne a conferma della tradizionale, secolare amicizia del popolo siciliano verso il popolo inglese. A questa amicizia, Sire, io mi richiamo nella fiducia che durante il felice e glorioso regno della Maestà Vostra, la Sicilia possa vedere realizzato il suo grande ideale dell’indipendenza.
Voglia, Maestà, gradire il mio devoto e profondo ossequio.
Andrea Finocchiaro Aprile

venerdì 21 maggio 2010

L'Archivio Storico Comunale digitalizza i Riveli di Catania


L'Archivio Storico Comunale di Catania ha di recente digitalizzato i Riveli, importantissimi per conoscere la nostra storia passata, già microfilmati dopo il funesto incendio del 1944. Per gentile concessione della Direttrice dott.ssa Marcella Minissale, coadiuvata dai solerti collaboratori, di seguito pubblichiamo la nota esplicativa. L'immagine documenta una pagina del memoriale del 1584.


L’Archivio Storico Comunale digitalizza i riveli di Catania


Nel dicembre del ’44, il rogo del Palazzo Municipale, appiccato durante un tumulto popolare, cagionò la perdita della preziosa e cospicua documentazione cittadina prodotta a partire dal secolo XV. Il professore Guido Libertini, allora presidente della Deputazione di Storia Patria, recatosi sui luoghi nel Gennaio del 1945, osservò che: alcuni pavimenti erano precipitati e, in altre stanze, i volumi rovesciatisi con i palchetti giacevano per terra allineati ma carbonizzati o ridotti dalle sopravvenute piogge a una poltiglia fangosa.
Dieci anni dopo, per ricercare ed acquisire - presso archivi, biblioteche e antiquari - documenti e pubblicazioni concernenti la storia amministrativa di Catania, già custoditi nel vulnerato archivio, il sindaco Luigi La Ferlita, insediò una Commissione per la ricostituzione dell’Archivio Storico Comunaler in cui si avvicendarono, sino al 1974, eminenti studiosi, quali Matteo Gaudioso, Carmelina Naselli, Vito Librando, Giuseppe Giarrizzo. Presso l’Archivio di Stato di Palermo, si diede avvio alla selezione e microfilmatura di documenti riguardanti Catania, tratti dai registri della Real Cancelleria di Sicilia, competente, fin dall’epoca normanna, in materia di apposizione del sigillo, registrazione e tassazione degli atti, attiva fino al 1819.
Nella seduta del 15.02.1962, su proposta del Prof. Giuseppe Giarrizzo, il Consesso deliberò, inoltre, la microfilmatura dei Riveli di Catania consistenti nelle dichiarazioni sulle ricchezze delle famiglie e delle città, affidandone l’incarico al Prof. Vincenzo Caldarella, che già stava curando la selezione, regestazione e riproduzione della Real Cancelleria.
L’ufficio preposto alla periodica indizione dei Riveli, fu il Tribunale del Real Patrimonio dal 1505 al 1682, quando la competenza passò alla Deputazione del Regno di Sicilia che proseguì i censimenti sino al 1800.
L’identificazione dei contribuenti e delle loro capacità reddituali fu, all’inizio del ‘500, uno dei problemi che il Vicereame di Sicilia - dipendente dalla monarchia spagnola impegnata in guerre imperialistiche e alle prese con un endemico deficit di bilancio- si trovò ad affrontare per una più equa e veritiera ripartizione del carico tributario.
Nel 1505, le "multi quereli" - avanzate nei Parlamenti del Regno, ove si contrattavano i Donativi regi - indussero l’amministrazione centrale spagnola a una cherca, sorta di censimento de li habitacioni e facultati del regno, secondo modalità che nel corso del secolo si sarebbero perfezionate rimanendo immutate per tutto l’antico regime. Risale al medesimo anno il più antico censimento siciliano, condotto sistematicamente, di cui pochissimo si conserva. In tale circostanza, si ottenne la pubblica lettura e correzione dei relativi risultati custoditi dal Mastro Notario di ciascuna Università.
Dovevano rivelare tanto le città, riguardo alla specie e valore dei beni mobili e immobili posseduti ed all’ammontare dei debiti e dei crediti che i capifamiglia tenuti, inoltre, a dichiarare nome, età, e relazione di parentela di persona convivente in ciascun fuoco (gruppo familiare).
Tale procedura fu minutamente prescritta dalle Istruzioni per la numerazione di anime e beni, date a Messina il 9 Aprile del 1548 (sesta indizione) dal vicerè Giovanni De Vega per conto della Cesarea et Cattolica Maestà dell’imperatore Carlo V, affinché: si numerassiro li fochi et discrivissero li facultà di tutti li cità et terri del preditto Regno per poterse reformare la taxia di li colletti et donativi regii ordinarij e straordinarij, a talchè ogni cità, terra et loco habbi di pagari la ratha che debitamenti si competixe su la sua facultà et di sgravarsi o quelli che per tal censo si trovassiro gravati.
L’incarico di provvedere a tale descrizione, per le varie località dell’Isola, spettava a ventidue personi di qualità integri e virtuosi, ciascuno coadiuvato da una persona religiosa e da uno scrivano. Costoro dovevano investigari et sapere lo numero di li fochi et la qualità et quantità della facultà de la università come di particolari, dove li tenino et in che consistino senza exceptione di persona alcuna conforme a quillo che per nostre istrutioni vi è ordinato, usando forma et espediente tale che se ni sappia la verità, di sorte che nixuno in tutto oy in parte li possa occultare maliziosamente nè celeratamente.
Agli incaricati doveva essere prestato ogni aiuto dalle autorità locali: comandamo a tutti et singuli illustri spettabili et magnifici marchesi, conti, baruni, gubernaturi, capitanei d’armi, capitanei ordinarij, iurati et qualsivoglia altri personi et officiali di li ditti cità et terri , magiuri et minuri, presenti … che vi digiano prestare ogne honore, ajuto, favore et obediencia et darvi loro brachio et exequiri vostri comandamenti tanti volti quanti è del modo per voi sarrà ordinato, et provedendovi gratis di posata (soggiorno) commoda et conveniente…."
Ogni capofamiglia doveva compilare sotto giuramento un memoriale con l’indicazione di tucti soi beni debiti et crediti cum la summa di quello che veramente valissiru e di quello che duvissiro dari et richipiri.
Ciascun Rivelo, dovendo riportare il nome l’età e la provenienza del capofamiglia, nonché quelli della moglie, dei figli e di conviventi consanguinei, affini e non consanguinei (quali servitori ed altri) rappresenta una preziosa fonte di ricerca per la storia demografica, economica e sociale dei comuni siciliani, e per la genealogia di molte celebri casate integrando o sostituendo altre informazioni contenute in raccolte documentarie lacunose, non più esistenti per calamità (terremoti, incendi), o comunque non consultabili.
Di recente l’Archivio Storico Comunale, consapevole della importanza dei microfilm posseduti, ha utilizzato i contributi regionali concessi dalla L. R n°66/1975 e già impiegati, per l’acquisto di attrezzature, per la rilegatura e il restauro di registri e antiche edizioni, per riversare su formato digitale i fotogrammi concernenti la serie Riveli di Catania per il periodo compreso tra il 1548 al 1753, non più visionabili per l’obsoleto formato dei microfilm e la vetustà del lettore stampatore.
Si è, inoltre, elaborato uno specifico software per l’indicizzazione e la ricerca dei fotogrammi, tramite vari criteri, quali l’anno, la tipologia, il numero di bobina originale e l’ufficio emanante: è, anche, possibile ingrandire, stampare o salvare il fotogramma od i fotogrammi che interessano lo studioso.
Gli archivi, per sopravvivere quale scrigno della memoria, devono guardare al futuro, accogliendo le variegate opportunità offerte dalle nuove tecnologie di conservazione e fruizione, pur se connesse a, talora, sofferti cambiamenti di metodo e prospettiva.
Si auspica, quindi, che, in un prossimo futuro, possa essere portata a compimento la meritoria opera, a suo tempo intrapresa dalla Commissione per ricucire lo strappo sofferto dalla memoria civica, completando la ricerca e selezione degli atti della Real Cancelleria riguardanti la città di Catania fino al 1819 nonché, il riversamento dei microfilm della stessa Cancelleria e dei Riveli posseduti dall’archivio.

lunedì 17 maggio 2010

Santa Maria dell’Aiuto e Sant’Euplo di Catania: fra storia e simboli








Santa Maria dell’Aiuto e Sant’Euplo di Catania: fra storia e simboli
 
Una attenta quaestio di storia patria, formulataci dall’eminentissimo Rettore Monsignor Carmelo Smedila del Santuario di Santa Maria dell’Ajuto in Catania, di antica venerazione, è la scaturigine di codeste note, vergate ad uso e decoro della città e di tutti coloro che con cuore sincero, mòndo da interessi veniali, la amano. Pare affatto notevole, ove sino ad oggi non ci risulta sia stato ne’ dettagli indagato, illuminare i rapporti storici che intercorsero fra la venerata tela della Madonna dell’Ajuto, assai amata dal popolo "per la frequenza delli Miracoli" (afferma il cronista secentesco Privitera), ed i luoghi del martirio di Sant’Euplo (ovvero Euplio), diacono e compatrono di Catania assieme alla Vergine Sant’Agata. Questo giovane zelatore dell’Evangelo, della buona novella del Risorto, come molti sanno patì sotto Diocleziano persecuzione e martirio proprio a causa del voler manifestare apertis verbis, in tempi di fanatismo, il suo credo. Rileggiamo la cronaca dei fatti dall’insigne testo di Storia Ecclesiastica di Monsignore Antonio Godeau (tomo III, Venezia 1762, pag. 188-192): "In Catania Euplo Diacono restò sorpreso nel tempo, che leggeva il Vangelo ad alcuni Cristiani. I Soldati lo condussero dinanzi a Calvisiano. Per la strada gridava: io son Cristiano, e dïsidero di morire per lo nome di Gesù Cristo. Il Giudice lo interrogo, onde avesse avuto quel Libro, e se lo avesse portato seco dalla sua casa. Il Diácono rispose : Non ho casa come è ben noto al mio Dio, Signore Gesù Cristo. Calvisiano aperse il Libro dei Sacrosanti Ecc.mi Vangelj , e gli venne dinanzi agli occhi quel passo ; Beati sono coloro, i quali soffrono persecuzione per la giustizia , perché di essi è il Regno de' Cieli. Continuando a volgere il Libro lesse quell' altro ; E chi vuol venir dietro a me, prenda la sua croce, e mi segua. Cosi divine parole parvero molto stravaganti al Giudice accecato da Idolatría, e diede ordine, che Euplo messo fosse alla tortura. I carnefici gliela diedero asprissima ; ma nella violenza de' tormenti il Diácono null' altro disse se non: Grazie, o mio Dio, ti rendo: ed abbi pietà di me, che per amor tuo tali cose patisco. Calvisiano comandò, che si desistesse alquanto dal tormentarlo, e prese quello tempo per esortarlo a sacrificare agli Dei, al fine di liberarsi. Rispose Euplo io adesso sacrifico me stesso a Dio, ne mi rimane altro da fare ; invano ti affatichi di spaventarmi; sono Cristiano. Si fatta risposta vieppiù accrescendo la collera di Calvisiano, lo condannö egli ad esser decapitato. Gli fu appeso il Libro degli Evangelj al collo, ed incontrö con tanto coraggio la morte, quanto ne avea dimostrato nel combattere per la sua difesa".
Il luogo dove il cristiano battezzato Euplo, il quale non essendo un sacerdote –nel senso che oggi si intende- è tanto più meritevole di lode in quanto può essere considerato, specie alla luce degli insegnamenti dottrinali del Concilio Ecumenico Vaticano II, un preclaro esempio di quei figli prediletti che nell’assemblea divina non di rado si manifestano (fra l’altro è importante rammentare che gli atti del suo processo sono pressoché gli unici a esserci giunti in versione completa nella nobile, ed ancora ufficiale oggi nella Chiesa, lingua latina), è noto, ossia il Cortile di San Pantaleone, il quale in epoca romana era l’antico Foro, la platea magna della città. Ivi si concentravano tutti gli edifizi più importanti della Catina risorta a novella vita mercé la volontà di Augusto primo Imperatore, nonché (cfr. F.Giordano, "L’anfiteatro romano di Catania", Catania 2002) costruttore del grandioso, ed unico dopo il Flavio di Roma per la sua bellezza e maestosità, anfiteatro romano il quale, dai discavi del 1906, è visibile in piazza Stesicorea. Il nostro illuminato storico Francesco Ferrara, abate e letterato e scienziato di cui è bene far grata citazione, citando il Bolano, così descrive il Foro: "la fabbrica aveva forma quadrata bislunga di 50 piedi. Mancava affatto il lato di occidente; quello a mezzogiorno mostrava ancora otto botteghe, quello ad oriente sette, quello di tramontana quattro. Oggi non restano che quelle ad oriente e tre a mezzogiorno attaccate alle prime ad angolo retto. Servono di moderne abitazioni, e formano all’intorno il cortile detto di S.Pantaleo" (in "Storia di Catania…", Catania 1829, pag.308). Nel Foro pertanto la decollazione di Euplo, speculum di quella del Battista (non casuale accostamento, come vedremo in appresso), si svolse sotto il concorso di molti catanesi, come precisa lo studioso patrio Sac. Giuseppe Consoli "La sentenza pare venisse eseguita nel centro della città, attuale cortile San Pantaleone, dove anticamente era una chiesa a lui dedicata. Il suo corpo fu custodito con venerazione a Catania nel 975, poi non se ne ebbe notizia alcuna. Dopo qualche tempo si seppe che si trovava a Trivico (provincia di Avellino, Diocesi di Lacedonia), dove è sommamente venerato da quella popolazione. Si crede che sia stato involato dall'isola assieme ai corpi di altri martiri (S.Agata, S.Lucia, i santi catanesi, ecc.) e per vicende a noi ignote, lasciato in quella cittadina" (ne "Catania, Il Duomo", 1950, pag.88). Le vicende del trafugamento del corpo sono tuttavolta ricostruibili: a Catania gli arabi entrarono (ad opera dell’Emiro Abd el Kassem, afferma il Ferrara) nell’878, quindi cinquant’anni ed oltre dopo lo sbarco di Asad ibn Al Furat a Mazara del Vallo, nel giugno dell’827. Le consuetudini cristiane si mantennero intatte, se si eccettua il pagamento della tassa, per il secolo X ("c’è lu Gaitu, e gran pìna ‘nnì dùna: vòli arrinùnziu a la fidi Cristiana", cantava il popolo che non voleva pagar né dazio né mutar religione): ma era all’orizzonte Maniace ed i suoi epigoni, per trasportare in luoghi liberi "dagli infedeli" le reliquie dei Santi protettori, in primis Agata. Pertanto alcuni valorosi, i cui nomi ci son rimasti ignoti, evidentemente trafugarono il corpo del martire Euplo, trasferendolo in quel di Trivico, o Trevico, di dove forse uno di costoro, normanno, era originario. Era allora Vescovo e Metropolita di Catania Eutimio; che fu a Costantinopoli disputando con Fozio.
Per meglio precisare la toponomastica del luogo del martirio del Santo (cella di detenzione fu invece la grotta ancor visitabile, in piazza oggi della Borsa, ove egli fu rinchiuso: antico carcere e, con maggior certezza, necroterio civico), si tenga ben presente che esso è il cuore di quel quartiere che, sin dal IV secolo e per tutto il XVII secolo, fu la Giudecca: divisa in due grandi rioni, "judeca soprana e judeca suttana" o "di susu e di jùsu", secondo l’antico vernacolo, attraversata dal sempiterno e fondamentale (per l’approvvigionamento idrico della città) fiume Amenano (il quale infatti veniva anche appellato Judicello, o fiume de’ giudei). Il cuore della Giudecca, l’intersezione dei due quartieri, era la via Pozzo Mulino, così denominata da due pozzi pòsti al limitare della strada, l’uno ad est l’altro ad ovest (per tutta l’indagine sul luogo, cfr. F.Giordano, "La Giudecca di Catania", ne "La Fenice" n°25\26 ott.dic. 2003). La chiesa di riferimento era quella di Santa Marina (in ebraico antico la radice màr vale amaro, ma anche splendente): la nota della storia del Santuario dell’Ajuto precisa che "nel 1635 vi era una Congregazione sacerdotale che zelava il culto della Madre di Dio nella chiesa di Santa Marina sita all'epoca nell'attuale via Pozzo Mulino. Nel 1641, il 3 novembre, la Congregazione sopracitata portò solennemente nella chiesa di SS.Pietro e Paolo una preziosa tela della Vergine che per i miracoli fatti al popolo,dalla pubblica icone dove si trovava venne invocata col titolo di Madonna dell'Aiuto". Quindi proprio la chiesa di Santa Marina e la sua Congregazione fomentavano il culto della immagine sacra della Vergine Madre, esposta nella pubblica via: essendo i fautori del trasporto nel tempio attuale. Il collegamento con Sant’Euplo è palese allorché si precisa che la dietro la chiesa di S.Marina, già S.Anna dei Casalini, "era quella di S.Giovanni della judeca, dedicata poi a S.Euplo" (G.Policastro, Catania prima del 1693, Catania 1952, pag.208). Codesta dedicazione della chiesa di S.Giovanni, evidentemente il decollato, a Sant’Euplo avvenne, aggiunge sempre il preciso ed informatissimo Policastro, nel 1486, per la tradizione del capo mozzato del santo, per cui ivi fu collocata una sua testa marmorea. (ibidem, pag.213). Altra tradizione, raccolta dal Pirro, vuole che proprio nel "puteo de Ugolino" (Ugolino era l’antico proprietario della casa che inglobava il pozzo ed altri casaleni, dònde il nome della via che per corruzione fonetica assunse poi quello di "pozzo mulino") venisse gettato il capo mòzzo del diacono martire. La chiesa di San Giovanni Battista quindi, tempio ove si venerava particolarmente Sant’Euplo, rammenta il parallelismo mistico fra i due campioni della religione rivelata (pare inoltre che all’ingresso ovest del cortile San Pantaleone esistesse un quadro, oggi occupato dall’immagine di San Giuseppe col Bambinello, proprio del Precursore decollato: vox populi intende che tale piccolo altarino fu la fonte della ispirazione, pel commediografo e giornalista d’assalto, Nino Martoglio, per la celeberrima commedia "San Giovanni decollato": evidentemente in zona il fantasma di mastr’Agostino Miciacio non cèssa di manifestarsi…).
Se la chiesa di S.Giovanni alla Giudecca ebbe forse un ideale continuum –ma la toponomastica, sia pur confusa, asserisce che furono edifizi diversi- con la pur assai vicina chiesa di San Giovanni Battista, la quale serbava decorazioni templari e dell’Ordine di Malta (era in via Garibaldi all’angolo della via San Giovanni, distrutta dal bombardamento aereo dei "liberatori", nel maggio 1943) e se il luogo preciso della decollazione di Euplo ancor si cela sotto i passi di tutti coloro che transitano in que’ luoghi densi di patrie memorie, il legame con la chiesa di Santa Marina (a cui verisimilmente fecero riferimento tutti i numerosi ebrei, convertiti dopo l’editto di Granata, che rimasero abitanti del quartiere) e quindi con la venerata immagine della Madonna dell’Ajuto, appare pertanto di evidente limpidezza. Peraltro, perfezionando qui un aspetto del sopra citato nostro studio di anni or sono, abbiamo rinvenuto –e siamo in grado di disvelare, come documenta l’istantanea allegata- quella che, probabilmente, fu l’antichissima chiesa di S.Marina (secondo una indicazione del Policastro), esattamente a sud di via Pozzo mulino, caratterizzata da una finestra a lunetta la quale tradisce l’originaria destinazione; pare altresì che ivi sino agli anni Trenta del secolo XX vi fossero degli affreschi descriventi il martirio di Euplo: da lunghissimo tempo è abitazione privata, trasformata forse nel secondo Ottocento. Evidentemente era stata ricostruita dopo il terremoto del 1693, ma il centro del culto era oramai trasferito a S.Maria dell’Ajuto, già SS.Pietro e Paolo: od era forse codesta la chiesa di S.Giovanni alla giudecca, ove si venerava il capo di Euplo? In ogni caso, il passeggiere può ben accorgersi dei vetusti avanzi, anche se mistificati artatamente dalle successive destinazioni d’uso.
Sulla tela della Vergine Madre e del Divin Figlio, ci sia permessa qualche precisazione. Le fonti ne parlano dal XVII secolo, ma è evidente, da una analisi anche superficiale senza scendere ne’ meandri della storia dell’Arte moderna, che le fattezze delle due figure, lo stile ed i colori sfumati, la collocano cronologicamente attorno alla metà del secolo XVI: tempi di grande tribolazione per Catania, anni di pestilenze, carestie e sommovimenti guerreschi. La zona detta della Giudecca era già dai secoli precedenti in buona parte proprietà del gran condottiero Artale Alagona e del di lui padre Don Blasco, Gran Cancelliere del Regno di Trinacria (nei secoli XIV e XV i Re di Sicilia dimoravano in Catania, e la loro sede era il castello Ursino). Fra l’altro Artale Alagona aveva una particolare predilezione per la Madre di Dio (cfr. F.Giordano, "La Rotonda…", Catania 1997), per cui si può supporre con un certo margine di approssimazione ragionevole, che la committenza la quale vòlle la realizzazione della tela, assecondando anche la pietà popolare, sia stata della famiglia magniloquente e benemerita della città, degli ultimi Alagona, grandi di Sicilia e d’Ispagna. In ogni caso, ad una analisi mistico-esoterica del quadro, saltano all’indagatore che si avventura "oltre il velame de li versi strani", secondo l’adagio del gran Poeta, alcune considerazioni.
La Madonna "auxilium Christianorum" è evidentemente bruna: non nera come quella della Santa Casa di Loreto (altra coincidenza non casuale: il Santuario Mariano dell’Ajuto custodisce, come è noto, la riproduzione della Santa Casa Lauretana, eseguita nel XVIII secolo in modo pressoché perfetto), e però secondante il verso del Cantico: "nigra sunt sed formosa". Si sa che il culto delle Madonne nere, come assevera la storia oramai acclarata, ha le radici nell’antica devozione isiaca che i popoli d’Oriente e di Occidente tributarono, prima del Cristianesimo, alla Magna Mater: da Chartres alle Vergini nere de’ Templari, da Tindari a Chestokowa sino alla Madonna nera del villaggio bavarese di Altòtting (molto cara all’attuale Santo Padre Benedetto XVI), il patrimonio mistico e storico della Chiesa ha nel bimillennio di feconda vitalità, tramandato un culto perenne e sempiterno di poesia arcana e di intenso, indistruttibile amore. La luna a’ piedi ideali della Gran Madre, rappresenta la Chiesa, secondo la lectio di San Bernardo di Clairvaux (colui che fu tra l’altro il ‘fondatore’ dei Templari e il redattore della Regola loro), il massimo studioso di mariologìa dell’evo antico: le stelle in numero di dodici che la attorniano, simbolicamente rammentano il collegio Apostolico. E tuttavia, il numero delle punte delle stelle è otto: l’otto è numero dell’equilibrio cosmico, della rigenerazione e della purificazione risuscitatrice (le fonti battesimali medievali hanno forma ottagona: lì l’iniziato sorge a nuova aurora); l’otto è mediatore fra quadrato e cerchio, e quale mediazione più perfetta della Vergine Madre, fra il Figlio suo ed il popolo di coloro che la vòcano, con estrema semplicità e sincero afflato?
Le mani della Madre di Dio sostengono il Bambino Gesù in modo preciso: la destra tiene la spalla, la sinistra poggia sulla coscia. Significato simbolico della spalla, è la potenza: secondo Ireneo, "la potenza " di Cristo "è sulle sue spalle"; mentre Dionigi l’Areopagita aggiunge: "le spalle rappresentano il potere di fare, di agire, di operare". La coscia è invece la rappresentazione della forza; secondo la Cabala, essa è analoga per importanza alla colonna. Forza e potenza di Cristo bimbo quindi, possiamo affermare, coadiuvate gestite e mediate dalla Grande Vergine Madre, nel nostro antico quadro.
V’ha infine un riferimento a nostro parere, nascosto, che l’autore –o la committenza- suggerirono nel pìngere le stelle ad otto punte: il Salmo numero otto -secondo la antica numerazione- ad una attenta lettura, laddove narra di stelle, della luna e del resto, si adatta mirabilmente ad una precipua meditazione in senso mistico intorno alla sacra immagine: lo trascriviamo nel suo puro linguaggio latino (segue una nostra versione italiana):
Dòmine, Dòminus noster, quam admiràbile est
nomen tuum in univèrsa terra !
Quoniàm elevata est magnificèntia tua, super caelos.
Ex ore infantium et lactèntium perfecìsti làudem propter inimicos tuos,
ut dèstruas inimìcum ed ultòrem.
Quòniam vidèbo caelos tuos, opera digitòrum tuòrum:
lunam et stellas, quae tu fundàsti.
Quid est homo, quod memor es ejus ?
Aut filius hòminis, quòniam vìsitas eum ?
Minuìsti eum pàulo minus ab Angelis, glòria et honòre coronàsti eum:
Et constituisti eum super òpera mànuum tuàrum.
Omnia subjecìsti sub pèdibus ejus, oves et boves univèrsas:
Insuper et pècora campi.
Vòlucres caeli, et pisces maris, qui peràmbulant sèmitas maris.
Dòmine, Dòminus noster, quam admiràbile est
nomen tuum in univèrsa terra !
(Signore, Signore nostro, quanto è ammirabile il tuo nome nell’universa terra! Poiché la tua magnificenza si leva al di sopra de’ cieli. Dalla bocca dei bimbi e dei lattanti ti procacciasti lode, ad onta dei nemici, per distruggere il nemico e l’avversario. Poiché contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita: la luna e le stelle che vi disponesti. Che è l’uomo, che memoria di lui? O il figlio dell’uomo, perché tu lo visiti? Lo facesti di poco inferiore agli Angeli, di gloria e di onore lo incoronasti: e lo costituisti alle opere delle tue mani. Tutto facesti soggiacere ai suoi piedi, pecore e buoi tutti: e le bestie della campagna. Gli uccelli del cielo ed i pesci del mare, che nei flutti marini guizzano. Signore, nostro Signore: quanto è ammirabile il tuo nome nella terra universa!)
Inno alla Natura alma Mater, alla terra universa creatrice di concezione divina e pertanto immacolata, il Salmo (che echeggia reminiscenze egizie: confrontisi coll’inno ad Aton del faraone ‘monoteista’ Akhenaton, ovvero Amenonfi IV) parrebbe mirabile corona alle dodici stelle che fan da ideale raggiera alla Vergine: è una ogdoade che si ripete indefinitamente nella ideale concatenazione degli specchi (le otto punte per il numero di dodici fan novantasei, che è il tre ripetuto tre volte e due, ovvero la perfezione celeste che racchiude il pentalfa, l’Uomo perfetto e sempiterno, l’Adamo immortale, Gesù Alfa ed Omega), laddove si vince la Morte (nove più sei crea il quindici, che negli Arcani maggiori è il Diavolo: distruzione) con la Vita universa, nel più profondo mysterium fidei, arcana arcanorum della mistica di Colui il quale, spezzato il pane, disse: "Prendete, questo è il mio corpo" (Mc. 14, 22) ; ed anche "Un poco e non mi vedrete più e ancora un poco e mi vedrete" (Gv. 16,16).
Su l’altar maggiore del tempio della Madonna dell’Ajuto, affacciato graziosamente sulla strada Ferdinanda oggi via Garibaldi, sfolgorante delle dieci colonne barocche (anche l’incompiuta facciata della chiesa maestosa de’ Benedettini di San Nicolò la Rena ha dieci colonne: seppure moltissimi studiosi dicono -a torto poiché sovente non si ha l’umiltà di transìre lento pede ed osservare silenter- che siano otto), incastonate nella facciata di Antonino Battaglia, cèppo della famiglia di maestri costruttori della Catania post terremoto, Dio Padre adagia la mano sinistra sul mondo -la destra va verso l’alto- : il Delta trinitario è dietro il capo suo; un superbo compasso, simbolo della creazione perfetta ab origine, della Aequitas come della fraternità universale delle genti, sovrasta la terracquea sfera , nella certa consapevolezza che l’amore de’ puri, spalanca le porte del Regno a chi ha occhi per vedere, ed orecchie per sentire.
 
Francesco Giordano
 



(Nelle foto: S.Maria dell'Ajuto, la 'ritrovata' chiesa di S.Marina in via pozzo mulino, e Sant'Euplo)
 
 

martedì 11 maggio 2010

Langue moribonda la Biblioteca Civica ex benedettina di Catania






Nel menefreghismo dell’amministrazione comunale

Langue moribonda la Biblioteca civica ex benedettina

Personale assolutamente carente, nonostante la buona volontà della Direzione, è di gravissimo nocumento per i lettori – Inutili ed offensivi gli "stagisti" -
 
 
Più volte da queste colonne abbiamo riportato i piacevoli eventi culturali che si sono svolti, e continuano ad attuarsi, nei saloni augusti della vetusta biblioteca Civica allocata nell’ex monastero benedettino: ente morale dagli anni Trenta, le Biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero raccolgono preziosissimo patrimonio librario e documentario dal Settecento a tutto il XX secolo fino ad oggi, costituendo una fra le istituzioni più prestigiose, nel panorama bibliotecario, in tutta Europa. Basti pensare, per dare anche solo una vaga idea del prestigio del luogo, concepito da uno di quegli uomini intelligenti e creativi che ebbe Catania in dono per la rinascita dopo l’immane tremuoto, alla solenne sala Vaccarini –nome di colui che la ideò-, conchiglia meravigliosa racchiudente il millenario sapere de’ benedettini espresso in manoscritti, erbarii e rari volumi dei secoli passati.
Tutto questo patrimonio, che era stato valorizzato, dopo la soppressione delle corporazioni religiose successiva all’Unità italiana, per l’intiero secolo ventesimo, attraverso una attività di promozione del sapere che si è concretata nella presenza viva del personale il quale è assolutamente indispensabile per il funzionamento di una biblioteca, langue da tempo, ed in particolare da almeno un anno, nella morìa più abietta. La colpa è, sarebbe semplice affermarlo, non già degli stranoti problemi finanziarii dell’amministrazione comunale attuale, ma della ignavia di essa: il Sindaco Stancanelli in primis, quale responsabile del CdA dell’Ente biblioteca, ha evidentemente sottovalutato con grave nocumento per il lettore e per lo studioso, il fatto incontrovertibile e da tutti verificabile che, dall’aprile 2009 (data del pensionamento dell’ultimo bibliotecario, che ivi lavorava da quarant’anni, persona esperta come i colleghi predecessori), la Biblioteca Civica è del tutto priva di personale addetto a prelevare i libri ed altro materiale, onde fornirlo al pubblico studioso. Sola e unica rimane la direttrice, tale dal 1998, Rita Carbonaro. Alla quale pure non si può far colpa dello stato di decadimento assoluto in cui versa l’ente da lei diretto, poiché non le compete stornare del personale quantomeno minimamente qualificato, al fine di destinarlo alle funzioni di reperimento bibliografico, che sono vitali per un simil luogo. Tanto per dare una immagine plastica, si può affermare che la biblioteca che fu di Guttadauro, dell’abate Recupero e del cardinale Dusmet, è un corpo senza braccia e senza mani, con solamente gli occhi: rivolti nondimeno al passato.
Ed è al passato che il lettore studioso –come ci è personalmente capitato di constatare- vòlge il nostalgico pensiere, ove gli occorra, richieste alcune pubblicazioni, di trovarne a stento una: quindi nella scelta di rinunziare alla propria ricerca, o recarsi in altre biblioteche si spera parimenti fornite. Sempre per l’assenza di personale: e se la Facoltà di Lettere, con una soluzione concordata còlla direttrice non molto tempo fa, invero macchinosa e pittorica (ove non si configuri un danno etico all’immagine del lavoratore tout court), sta offrendo degli studenti a modo di ‘stagisti’ (termine che rimanda ad altre e tristi situazioni… e forse nasconde ben altro…) onde svolgere funzioni di mera guardia dei locali, recentemente visitati da tipi male intenzionati, con anche piccoli ruoli collaborativi (è chiaro che costoro non hanno niuna competenza per rilevare e portare al pubblico i libri, né si può inferire un futuro ruolo per tale mansione, constatato il termine di cinquanta ore per ciascuno), e stazionanti in quelle sale a titolo assolutamente 'gratuito' (è soprattutto questo aspetto, a fronte delle migliaja di Euro che il Comune, vedasi le delibere dell’attuale Sindaco per esempio a proposito del dottor Lanza, il cui compenso mensile è di dodicimila Euro, sperpera in eccesso, a suscitare indignazione e conati di disgusto…), mentre la Facoltà di Lettere li remunera: tutta questa situazione ha del paradossale e del vergognoso. Le cui scaturigini stanno nella psicologìa del profondo della civitas catanese, in parte indolente per antica genìa, ma artatamente ‘silenziata’ dalle trame dei politicanti, come nella ignavia dei cosiddetti intellettuali, almeno di taluni, che mentre ne’ chiusi delle stanze o nei corridoj blaterano verbalmente, poi sfuggono per variegati motivi da azioni od anche solo denunce coraggiose, in nome dell’adagio antico "amicus Plato, sed magis amica veritas". E la verità è codesta: che una biblioteca, la cui ossatura vitale per coloro che ne usufruiscono, è costituita dal personale, e personale qualificato ovvero esperto quindi a conoscenza dei meandri del luogo, laddove questo personale sia mancante, è moribonda ed, a lungo andare e pur nelle migliori intenzioni di chi la dirige (che non può svolgere mansioni multiformi…), muore.
Se è questo che il Comune desidera, se è ciò nelle mire occulte di qualcuno, lo si dica senza remore. Dal 1867, da quando cioè l’Abate Dusmet fu presente alla consegna del Monastero ai funzionarii dello stato, quei luoghi sacri ne han viste di ogni genere. Anzi, è proprio in anni di languente abbandono e di vincitrice polvere, allor che Federico de Roberto, direttore Lucio Finocchiaro, era bibliotecario ivi, che si scrissero entro quelle sale Pagine de "I Viceré"; e Giuseppe Villaroel narrava della immensa aquila che rifugiatasi nelle silenziose sale… Ma dagli anni Trenta, tutto rinnovellasi a vita gorgogliante: Orazio Viola che ivi diresse sino alla morte, nel 1950, già direttore alla Universitaria, compilava schede ed ammanniva prestigio; poi vi furono gli anni di Di Benedetto ed Elvira Ursino (discendente da quel mecenate che ha dato anche il nome suo all’ente, per aver donato la più completa collezione di periodici siculi che vi sia), ed il trentennio magistrale di Maria Salmeri, esperta d’arte e donna d’ingegno (nipote del celebre pittore Alessandro Abate): sino al 1998 la gestione, con finanziamenti anche regionali per l’acquisto dei libri e di fondi (quello Granata, quello Savasta quello Vigo Fazio, quello Santonocito, ossia uno spaccato notevolissimo del nostro patrimonio artistico) di Maria Salmeri era un autentico modello di virtù bibliotecarie, in Sicilia ed in tutta l’Italia. E la Biblioteca funzionava egregiamente, in pochi minuti potevi avere sugli antichi tavoli settecenteschi il libro o la pubblicazione richiesta: magari accanto al proprio scranno notavasi l’allora Preside ed insigne storico Giuseppe Giarrizzo, lo studioso Sebastiano Catalano, la docente Giovanna Finocchiaro Chimirri, ed altri. L’attuale direttrice ha rilanciato nell’ultimo decennio la Biblioteca come luogo di multiformi attività culturali: un merito che le è ampiamente riconosciuto, del resto al passo con i tempi. Ma è assaj triste costatare che, nelle settimane in cui il governo s’accorda col colosso di Internet Google e le due massime biblioteche italiane, Firenze e Roma, decidono di mettere online un milione di antichi volumi, creando così quella biblioteca mondiale da molti sognata, la nostra Civica si avvii, se il Comune non stòrna del personale in modo definitivo (non cenniamo neppure alla possibilità di concorsi all’uopo: nel 1998 erano stati previsti quattro posti, ma il bando non si fece mai…) da altri uffici alla Biblioteca, consentendo al pubblico di usufruirne adeguatamente ed in modo civile, all’ente di continuare a vivere. Perché non saranno le mostre, le esposizioni pur bellissime ed entusiasmanti che ne potranno impedire la morte, se l’andazzo così continua. Vestite a festa un cadavere: potrà essere superbo, ma è corpo inerte, senza vita.E sopra tutto, senza anima. La quale, suggeriva in epoche felici quella grande donna che fu Matilde Serao, come nei fiori è silenziosa, fuggevole e proprio per questo, estremamente concreta e dènsa di autentica poesia.

Bar.Sea. (Francesco Giordano)

Pubblicato su Sicilia Sera n°328 del 9 maggio 2010

Giacomo Sacchero, librettista catanese






Un apprezzabile libro

Giacomo Sacchero, non più ignoto librettista catanese

Il saggio di Giovani Pasqualino ha il merito di far scoprire al grande pubblico l’opera di un
catanese illustre – Suoi libretti per Donizetti e Pacini-

Per una di quelle congiunture favorevoli le quali, a volte, illuminano senza soluzione di continuità i momenti anche buj della storia delle comunità civiche, negli ultimi anni Catania si ritrova circondata, come altezzosa dama settecentesca, di validi studiosi, non molti ma di costante ingegno, i quali con dignità la onorano, sceverandone i patrii giojelli. Un di costoro è il musicologo Giovanni Pasqualino, noto a molti nel consesso culturale per le numerose pubblicazioni di saggistica ispirate a pagine poco conosciute della poetica musicale del gran Cigno etnèo, e di musici coevi. Stavolta il nostro studioso, fra l’altro meritevole di lode poiché con garbo sa trattare i suoi numerosi interessi (dote dalle nostre parti poco diffusa), disvela al grande pubblico, attraverso un volume di 112 pagine edito pe’ tipi della casa editrice foggiana Bastogi, la figura misconosciuta, se non ai musicologi addetti ai lavori (come ben definisce la prefazione di Giuseppe Montemagno), di Giacomo Sacchero, "un librettista catanese alla Scala di Milano". E che costui sia in città, almeno sino ad oggi, un vero e proprio "siculo fantasma dell’Opera" (felice definizione di Pasqualino), è documentato non solo da niuna traccia che dell’opera sua vi è nei volumi di civica storia (per tutti si rammenta la celebre Enciclopedia di Catania, impresa per molti aspetti fondamentale), ma anche, se si eccettua una via nel centro storico, la equivocità della figura del Sacchero, persino scisso in due persone distinte le quali non si riuniscono che nella medesima. A tale guazzabuglio, scaturito più da manchevolezza superficiale che da malafede, ha pòsto il fine il libro di Giovanni Pasqualino, definendo correttamente la storia terrena di un catanese illustre, il quale se non eccelse in ogni modo nella temperie culturale dell’Ottocento, il secol suo, è nondimeno da ricordare per aver contribuito alla unità culturale d’Italia con il contributo librettistico unito ai famosi maestri Donizetti e Pacini, ed attraverso l’azione politica esplicata in Sicilia, svolto un ruolo non secondario in anni decisivi per il perfezionamento della compagine nazionale.
Si scopre che persino la nascita di questo uomo di cultura era data per "probably" a Catania, dai dizionarii musicologici di lingua inglese recentemente editi: mentre il nostro autore disvela l’atto di battesimo, che vede Giacomo Sacchero nascere nella etnèa città il 14 gennaio del 1813, "l’anno di nascita di Verdi e Wagner", si precisa, con un certo auspicio per i desiderii del personaggio. Emigra infatti a Venezia e poi a Milano ventenne circa, per far parte di quel mondo letterario, egli figlio di proprietari terrieri, che evidentemente lo aveva affascinato anche mercé le lezioni che nella città nativa, pedagoghi intrisi di liberali studii, magari nascosti sotto berciate tonache (come accadrà per il concittadino e più celebre Vate Mario Rapisardi), avévangli ammannito. Altro merito di Giovanni Pasqualino è di aver unito le ipotetiche fantasime del Sacchero librettista musicale e del Sacchero cultore di botanica, in unica figura: ritrovando, attraverso pazienti ricerche, l’elogio che di lui, morto sette anni prima, pubblicava negli Atti dell’Accademia Gioenia (di cui Sacchero fece parte) tale G.Leonardi: autentica, ed unica, miniera di precise informazioni sul nostro. La celebrità del quale si deve, dopo aver egli scritto circa una trentina di libretti d’opera per musicisti celebri e non (tra cui si può rammentare il Corrado d’Altamura su musiche di Federico Ricci, del 1841, di ambientazione siciliana), alla nota tragedia Caterina Cornaro, musicata da Gaetano Donizetti e data in prima al San Carlo di Napoli nel gennaio 1844, e l’Ebrea, dramma su musica di Giovanni Pacini, data alla meneghina Scala nel febbraio del medesimo 1844. Furono infatti il maestro bergamasco ed il lucchese, ma catanese di nascita, i celebri musicisti con i quali Giacomo Sacchero ebbe più amicizia e dimestichezza, e che massimamente valorizzarono i frutti del suo estro creativo.
E se dall’amore di Donizetti non v’era da aver paura, dall’abbraccio ‘mortale’ del catanese ‘per caso’ Giovanni Pacini (ognun sa come la sua presenza in Catania nei primi tre anni di vita, nato da genitori toscani, fu tanto fugace quanto deleteria per ciò che poscia accadde) Giacomo Sacchero, in virtù dell’arcobaleno di colori rappresentato da quell’autentico genio e nume mondiale dell’arte musicale, che fu Vincenzo Bellini, dovette certamente pagare, con i contemporanei ed i posteri, le conseguenze. E’ infatti perfettamente nota la perfidia e la corruttela del Pacini, scaturite da una invidia senza pari, verso il nostro carissimo Vincenzo Bellini: il cigno catinense già lo avverte, scrivendo al Florimo dopo il trionfo del Pirata: "il signor Pacini non si contenta di macchinare degl’intrighi costà, ma manovra ancor qui…" (2\1\1828), arrivando fino a copiare la partitura del Pirata , ed anche a peggio, come si sa.
Giacomo Sacchero, che del Pacini, come Giovanni Pasqualino documenta attraverso la pubblicazione di alcune inedite epistole, rimase amico sino alla morte, fu in certo senso ‘punito’ con un postumo oblìo dalla inflessibile anima dei catanesi, attaccatissima e gelosissima al suo Bellini come pervicacemente feroce ed implacabile contro tutti coloro che parteggiarono coi nemici suoi, Pacini in primis. Questa riflessione l’amico Pasqualino evita, e ben si comprende: mentre pone in rilievo il fatto che Giacomo Sacchero, tornato definitivamente in Catania dopo l’Unità nazionale e spenti gli ardori letterarii –egli aveva già avuto esperienze patriottiche durante l’anno e mezzo della autoproclamata indipendenza della Sicilia dal dominio borboniano nel 1848-49, ma era andato poi esule in Parigi, approfondendo gli studi di botanica verso cui, per interessi personali, era attratto-, componente della giunta comunale del Sindaco Alonzo (1863\66) nonché deputato al Parlamento nazionale (ma eletto a Castroreale: comunicazione orale dell’autore del libro), fu tra coloro che propugnarono il ritorno delle ceneri di Bellini dal cimitero parigino a Catania. Postumo riscatto di un uomo avviato a sereno tramonto!
Giacché il Sacchero, mediocre poeta (Pasqualino ha rintracciato, nei fondi bibliotecarii, suoi libretti di versi che non brillano certo per originalità), preferì alfine, confortato dall’amore per la moglie di origine milanese –era moda nel secondo Ottocento ‘trapiantare’, nella borghesia catanese, la compagna dal Continente, come allora si diceva: con esiti a volte non proprio felici…- dedicarsi ai personali interessi agricoli. Di qui le pubblicazioni di botanica, tra cui l’autore rammenta quelle sugli Eucalyptus e sugli agrumi, di cui la famiglia possedeva un fondo in contrada Acquicella, ed al cui padre –come apprendiamo, e non a lui- è stata all’epoca intitolata la via Sacchero, che conserva l’originaria porta detta del fortino, nel quartiere omonimo (e non di San Cristoforo, come Pasqualino afferma): come la via Sacchero non è "tetra viuzza", secondo l’affermazione dell’autore, ma ampia e luminosa strada, sebbene abitata da ceto prevalentemente popolare: e cosa vi è di più orgogliosamente autentico e sincero se non il volto vero del nostro popolo? Inoltre, il Sacchero (ci informa similmente l’autore), nelle vicinanze abita e muore: viene infatti annotata la dipartita il 16 settembre del 1875 nel palazzo, ancor oggi di estrema dignità, di via Garibaldi 154 (vedasi la qui acclusa istantanea): un quartiere, quello compreso fra le vie Garibaldi e Vittorio Emanuele, che sino al secondo dopoguerra vide la felice commistione di elementi della più alta nobiltà e del popolo, armonicamente conviventi còlla nascente, e feroce (si pensi ai Viceré…) borghesìa che spezzava l’idillio e guidava i tempi nuovi.
Non più un carneade qualunque Giacomo Sacchero dunque, dal lodevole lavoro di Giovani Pasqualino: ma neppure una splendida cima. Senza dubbio una cittadino che meritava il dovuto ricordo, vieppiù apprezzabile in un retroterra a volte sì distratto, ma non tanto da dimenticarsi di tutto. Sotterraneamente, visitando l’interno della terra, si risorge a nuova vita. Laddove si sappia discernere il retto cammino.

Barone di Sealand (Francesco Giordano)

pubblicato su Sicilia Sera n° 328 del 9 maggio 2010

(Nella istantanea, la casa di via Garibaldi 154 a Catania dove visse e morì Giacomo Sacchero, ed una foto del librettista, dalla copertina del libro)