mercoledì 28 gennaio 2009

Vittorio Emanuele III, un grande Re





La grandezza di taluni uomini straordinari, che in certi tempi della storia umana contribuirono a reggerne le sorti, scrivendo il destino della collettività, si misura certamente col trascorrere del tempo. E in questo frangente, cresce e si amplifica il sentimento del medesimo. Così viene pure accentuata, di molti, la solitudine, la fragilità, parimenti risaltate dalla fermezza e dalla risolutezza che seppero dimostrare nelle ore difficilissime.
E’ il caso del Re d’Italia Vittorio Emanuele III. Lo spunto, da noi preso a pretesto onde qui brevemente indagare su taluni aspetti della sua figura, è quello del sessantennio dalla morte (28 dicembre 1947, nell’esilio di Alessandria d’Egitto). Pare tuttavolta che la sua lunga vita, nei quarantasei anni di regno della Patria comune, voglia racchiudere molteplici significati, ancor oggi vivissimi nelle carni del popolo italico. Basti riflettere ad un solo dato, banalissimo ma inequivocabile: almeno il 30-40 per cento della attuale cittadinanza, oramai anziana, nacque sotto il suo regno. Si può da ciò arguire quanta influenza ebbe quel periodo, primo cinquantennio del secolo XX, la cui ombra sovrasta e copre la seconda metà, le cui conseguenze –quindi le rendite, in ogni senso inteso il termine- sono anche nel primo decennio del XXI secolo fonte di vita, come senza fallo lo saranno nel futuro.
Un uomo schivo e solitario, fermo e di grande carattere, è descritto il Re d’Italia da molti biografi. Se ci si limita alla pubblicistica quasi ufficiale: i diari e le memorie ne mostrano invece l’aspetto più umano, aperto a scatti a confidenze e riservatezze di carattere personale, alle quali la rigidissima educazione militare, l’aura degli anni in cui nacque, la consapevolezza del ruolo, quel nome che fu del ‘Re Galantuomo’, artefice dell’Unità della Nazione, gli imponevano ed a’ quali non poteva sottrarsi a nessun costo. Sebbene egli non desiderò regnare: vi fu costretto dalla sorte, tragica alfine: le recenti pubblicazioni hanno altresì dimostrato che financo il padre, quell’Umberto I che con giusta causa si è tramandato essere il ‘Re buono’, non amò regnare. Dovette nondimeno ascendere al trono, il che vide come una infausta fatalità, un fardello pesantissimo: infatti, dall’attentato di Passanante (1879) a quello risolutivo di Bresci (29 luglio 1900), fu per lui un percorso aspro. In questo clima, con l’Italia abbattuta dalle delusioni seguite all’entusiasmo risorgimentale (di cui è testimonianza eloquente, fra le altre, il romanzo "I vecchi e i giovani" di Luigi Pirandello), nasceva in Napoli, l’undici novembre del 1869, Vittorio Emanuele, che di Principe della capitale del Sud prendeva il titolo (così l’augusto nipote ed attuale capo di Casa Reale). Era allora la città del golfo, autenticamente la più dolce e bella città d’Italia, ancor splendente del fasto borboniano: i Savoja, recentemente ascesi al Trono della Patria mercé l’opera di unione autoritaria che ebbe in Garibaldi e Re Vittorio Emanuele II, complice silente l’Imperatore francese Napoleone III, i soli veri artefici, intesero così, e ben vi riuscirono, ingraziarsi le poetiche e mirabolanti popolazioni meridionali, da sempre affezionate all’istituto monarchico. Non poteva esservi scelta migliore. Il bimbo, poi ragazzo, crebbe negli agi della sua funzione, primariamente istruito nelle lettere e scienze e soprattutto nell’arte della guerra, come fu nelle tradizioni di una casata guerriera come la sabauda, ove padre (valoroso combattente nella guerra del 1866: il De Amicis ne delinea un ‘cammeo’ stupendo nel "Cuore", ove il papà del Coretti riesce a stringere la mano dell’antico commilitone del quadrato del 49°: pagine da far venire i ‘lucciconi’, ieri come oggi…) e nonno si fecero onore. Era affetto dal complesso della bassa statura, perciò nulla si poté fare, eredità materna: ma seppe, con l’inflessibile guida del precettore, Col.Osio, superare il complesso, seppur non totalmente, come sanno tutti coloro che ne hanno o credono di averne alcuno. Viaggiò per l’istruzione abituale nei quattro continenti, ed apprendeva una miriade di cognizioni, informandosi di tutto e tutto registrando nella sua memoria prodigiosa: fu davvero non un erudito, come alcuni scrissero, ma un autentico uomo còlto, di quella cultura solida e stabile che proviene dalla assimilazione e dalla pratica delle letture colle esperienze della quotidianità. Perciò, da giovine e da vecchio, disprezzava gentilmente i giornalisti, gente dal superficiale nozionismo: non ebbe –se si eccettuano Barzini, Ojetti ed altri pochissimi- certamente torto!
Comandante di corpo d’Armata di Fanteria a Napoli nel 1890, la Regina Margherita ed il Re, prima discretamente poi con insistenza, preoccupàronsi per il futuro della dinastìa, suggerendogli di ammogliarsi, tanto più che il cugino Emanuele Filiberto (alto, più belloccio di lui, mondano quanto egli era schivo da feste e danze) già iva all’altare con Elena di Orlèans, e due anni prima della fin del secolo aveva già Amedeo e Aimone, assicurando la eventuale successione al Trono pel ramo Aosta. Secondo la legge Salica in Italia infatti deve regnare un maschio. Ma il Principe di Napoli, di cui pure si scoprì (tacitato subito) un flirt coll’attrice Tina Di Lorenzo, non voleva ammogliarsi che per amore. Pretesa assurda per un Principe: la madre, cugina del padre, maritata come quasi tutti in famiglia per ragion di stato (infatti fu infelice matrimonio, preferendo a lei Umberto I la contessa Litta) non poteva considerare ciò. Fu il siciliano Crispi a suggerirle la giovine Elena, o Jelèna nella natìa lingua, figlia del re Nicola del Montenegro, educata al prestigioso collegio Smolsky di San Pietroburgo, figlioccia dello Czar Alessandro e di casa dai Romanoff, alta (un metro e ottanta), bella di quella bellezza dinarica che affascina e consola, da’ bruni capelli, raffinata e còlta (scrive poesie e dipinge), educata ai valori della casa e della famiglia tradizionale, ad esser preferita. Per un incontro, poiché il Principe non avrebbe voluto interferenze alcune. Fu davvero ‘colpo di fulmine’, a Venezia prima, alla Biennale d’Arte, poi a San Pietroburgo ove i giovini si rividero per l’incoronazione dello Czar Nicola II (cui Elena si era pensato dovesse andar sposa), poi a Cettigne, antica capitale dello stato dell’Adriatico, in idillio di fidanzamento per qualche mese. Le nozze, dopo l’abiura della Principessa dal cristianesimo ortodosso al cattolicesimo, avvennero a Roma, in Santa Maria degli Angeli, il 24 ottobre 1896, davvero un matrimonio d’amore, nella difficoltà del momento, dopo la disfatta di Adua (tanto che un caporione dei maligni scrisse che erano "nozze coi fichi secchi", non potendo comprenderne la poetica semplicità). Condividevano molto: la pesca, di cui lei era appassionata, la fotografia, collezionavano francobolli e monete: ognun sa quanto sian di gran valore tali affinità elettive. Furono tali, pochi, anni di libertà per la real coppia, sino all’assunzione al trono, che vide il Re asceso dal mare, poiché seppe sulla nave ove si trovava, dell’assassinio di Umberto I: egli venne dal mare per impalmare la bella Elena, come lei stessa scrisse in una sua poesia ("è venuto dal mare, è biondo come sua madre…", nell’entusiasmo di un vero amore) e dal mare ascese a regnare sul popolo d’Italia: D’Annunzio ne echeggiò i destini alti e supremi, subito vergando un carme in tal senso.
Se i primi anni del suo regno furono improntati alla stabilizzazione del clima, dopo il tintinnìo delle sciabole e la carneficina del Pelloux nelle città e la repressione di Fasci socialisti, coi ministeri Zanardelli (durante il quale il Re approvò la discussione sul divorzio, per sfociare solo nel 1970 nella ‘legge Fortuna’) e soprattutto Giolitti, egli dimostrassi, come fu sempre, Re costituzionale, rispettosissimo delle prerogative reali come della lettera e dello spirito dello Statuto albertino, il quale dava la facoltà al Re di lasciar governare il Presidente del Consiglio, riservandosi però di intervenire nei momenti ove irrinunciabile sarebbe stato il suo augusto volere. Quei momenti ci furono, tragici, ed incisi a lettere di fuoco nella storia della nostra Patria. I mestatori, i sobillatori, i pescecani facinorosi, che in Italia sovrabbondano in ogni lustro, godono però nell’ammantare di tenebre quei frangenti che la triste circostanza del destino, le contingenze costrinsero ad assumere un aspetto di sofferenza collettiva: dimenticando artatamente i giorni della Luce, della concordia, dell’Unità nazionale che si compirono regnante Vittorio Emanuele III.
Per non dire dell’opere di beneficenza da lui, e più dalla Regina Elena, promosse e generosamente finanziate (la Sovrana di persona si prodigò nella pietosa opera di inumazione delle salme del terremoto di Messina del 1908, rimanendo giorni e giorni sul posto ad incitare, a confortare, ad asciugare lacrime: per queste ed altre meritevoli opere di carità, il Papa pio XI le consegnava la "rosa d’oro della cristianità", nel 1937: morta nel 1952, è in corso il processo per la sua beatificazione), è la grande guerra, codesto conflitto immenso e sanguinosissimo, le cui conseguenze infinite ancor si scontano fra i popoli d’Europa, che vide rifulgere il valore del Re, il quale da borghese, da autentico aristocratico, da uomo insomma profondamente fuso come l’acciajo de’ cannoni al suo popolo, al passo co’ tempi moderni ben oltre gli atteggiamenti dei predecessori, con uno slancio ed una sincerità che non si ebbero mai né prima, né dopo il suo regno, dichiarata la guerra il fatale 24 maggio del 1915, partiva subito pel fronte, colla semplice divisa grigioverde, le scarpe chiodate, la mantellina da ufficiale senza gradi, ogni dì sfangando tra le trincee, rischiando più volte di essere colpito dagli shrapnell austro-tedeschi. Aveva egli quarantasei anni e cinque figli, di cui uno, l’undicenne Umberto Principe di Piemonte, erede al Trono: un padre di famiglia co’ suoi soldati. Si creò, in quegli anni che erano senza radio, senza cinema se si eccettuano le pellicole del muto a temi ameni,solo colla propaganda dei giornali (si faccia oggi uno sforzo, per imaginarsi novant’anni fa privi delle comodità contemporanee: televisione, telefono, Internet… e si capirà meglio la grandezza del nostro popolo!) una autentica leggenda, di contro ai disfattisti che pure facevano sentire la canèa: il Re tra i soldati, il Re uno di noi. Quanto fosse egli amato, lo documenta un testimone di levatura rara, il letterato Giosuè Borsi: "Tu non vuoi obbedire", scrive al dubitoso amico Fioravanti il 30\8\1915, "al tuo Re, che rischia la vita in campo al tuo fianco, come l’ultimo dei soldati, e allora accetterai di soggiacere alla prepotenza brutale dei tedeschi?" Ed alla mamma, il 1°sett.1915: "I figli della Chiesa sono un esercito in battaglia. Nella stessa maniera noi siamo soldati della Patria; tutti i nostri sforzi, animati dall’amore della nostra terra, convergono a un unico scopo: la volontà del Re… Facciamo la volontà del Re, che è la nostra, condivisa pienamente e ardentemente da ciascuno di noi; ed egli è degno in tutto della nostra devozione obbediente, perché, come Gesù, dandoci per precetto di fare sempre la sua volontà, poi viene giù fino a noi, ci aiuta e soffre e combatte con noi, così il Re sta in mezzo ai suoi soldati, ne condivide i pericoli e i disagi, mettendosi alla pari col più umile di loro". Il Borsi morirà in combattimento il 10 nov.1915 a Plava, nell’alto Isonzo: disperso, si recuperò di lui unica reliquia, un libro della "Divina Commedia", intriso del suo sangue. Così i soldati d’Italia amavano il Re. Anni dopo, Piero Bargellini scriveva: "Il soldato del genio se lo vedeva a fianco nel lavoro; l’artigliere lo scorgeva a un tratto accanto al pezzo che sparava, il fante se lo trovava col viso vicino, a spiare dalla stessa feritoia. Molti non si accorgevano neppure chi fosse quel soldato, che all’improvviso appariva al loro fianco, li fissava coi suoi occhi acuti e irrequieti, chiedeva loro qualche notizia, distribuiva qualche sigaro, e spariva lungo un camminamento o dietro una fila di sacchetti di terra". La grande guerra, fonte di immani disastri ma anche di nuove aurore (nel suo diario, il 13 sett.1918, scriveva "Iddio però non distrugge se non per riedificare", il cappellano militare di Bergamo Don Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII) fu davvero una epopea, che affratellò come mai più avvenne, dal più umile al più grande, tutto il popolo italiano: ciò grazie anche all’esempio personale del Re Vittorio.
Il momento della sublime tragicità giunse a Caporetto: alle invettive dei traditori ("il prossimo inverno non più in trincea!") ed allo sfondamento del fronte, all’invasione, il Re rispondeva con risoluta, maschia virilità, assumendo direttamente il comando della situazione: rimosso Cadorna, un suo uomo, il Diaz, ebbe il bastone di capo delle operazioni militari: ma dietro le quinte, il Re dirigeva, con Vittorio Emanuele Orlando, il valoroso siciliano, a Capo del Governo. Nel convegno di Peschiera dell’otto novembre 1917 fu il Re personalmente che impose, ai capi alleati convenuti che intendevano, dando i rinforzi richiesti, retrocedere nelle linee al Mincio-Adige, la linea del Piave e del Grappa, oltre la quale non si doveva arretrare di un millimetro, e da cui sarebbe partita la riscossa. A Peschiera, scrive Bargellini, il Re precisò che "la vittoria avrebbe spiegato le ali dal Piave e dal Grappa e di lì sarebbe volata poi sugli eserciti alleati". Fu davvero così, e Vittorio Veneto, la presa di Trento e lo sbarco a Trieste, l’avanzata fino Fiume e Pola, compirono non solo l’ultimo atto dell’Unità nazionale contro il medesimo nemico del Risorgimento (come il Re scrisse nel memorabile proclama del novembre 1918) ma sancirono la verità assoluta della volontà del Re nell’avere la più cieca fiducia nel valore del soldato, indi del popolo italiano, in quel frangente storico ove anche i capi si mostravano dubitosi, paurosi, memori di antiche sconfitte. Il Primo Ministro inglese Lloyd Gorge scrisse nelle sue memorie, sul convegno di Peschiera: "rimasi impressionato dalla calma e dalla forza d’animo che egli dimostrò in un momento in cui il suo Paese e la sua corona erano in giuoco: non diede alcun segno di timore o di stanchezza..". Lo stesso nemico, il Generale Conrad (comandante dell’Esercito austro ungarico, durissimo ufficiale), scriveva poi che "Vittorio Veneto ci ha spezzato le reni… è di là che ci è venuto il colpo mortale". Quale miglior esaltazione per le nostre truppe? Esse che morivano per il Re, da cui fior da fiore trascegliamo un solo esempio, tra le medaglie d’oro al valor militare: il capor. Giuseppe Silicani, del 69° regg. Brigata Ancona, "…mortalmente ferito, coll’addome squarciato da una scheggia di granata, incitava e incoraggiava i compagni; agonizzante… spirava dichiarandosi felice di dare la vita per il Re e per la Patria". Sappiamo che molti nelle retrovie piangevano allorché perfino i disertori e gli imboscati, dopo l’ottobre 1917, si presentavano in massa alle armi, per il Re, in nome del Re. Sappiamo che anche nella nostra famiglia, come in tutte le famiglie d’Italia, il nonno che fece ben sette volte alla bajonetta dalle trincee, l’assalto sulle pietraje del Carso, e tornava nel dopoguerra fortunato di non esser mùtilo nelle membra, piangeva nell’udire quella canzone bellissima la quale compendia tali momenti gloriosi, senza retorica e senza fronzoli ma con estrema concretezza: "La leggenda del Piave"; sempre in nome del Re, di quel Re! Le medaglie che furono "coniate nel bronzo nemico", recita la dicitura, portate con orgoglio dall’umile soldato sino al petto di Sua Maestà il Re, colla sua effige calzata dall’elmo e la vittoria sugli scudi, simboli preziosi di quella gloria, son segni infrangibili che non tramontano mai, come il sole dei chiari occhi di quel Sovrano, il quale negli anni seguenti dovette affrontare altre, più terribili prove. Sempre in solitudine, sempre nella correttezza formale della Costituzione. Sempre colla dirittura morale che lo caratterizzò in ogni istante della sua azione.
Il Presidente, oggi emerito, della Repubblica Carlo A. Ciampi, già suo sottotenente di artiglieria nel secondo conflitto, alla TV l’otto di settembre del 2003 spiegò che il trasferimento al sud nel pieno marasma dell’ultima guerra, da molti imputatogli a "fuga", salvò la continuità dello Stato e la costituzione del nuovo governo fu utile per risparmiare ulteriori tragedie alla Nazione. Miglior riscontro, da parte non benevola verso la sua memoria, non poteva rendergli il capo dello stato italiano.
Vogliamo ricordare così Vittorio Emanuele III: le scelte del Ventennio, per cui (dai memoriali dei suoi aiutanti di campo, lo Scaroni nel periodo 1933-35, ed il Puntoni negli ultimi sei anni di regno) il Duce, Benito Mussolini, è definito volta per volta, con acutezza, "uomo buono", "uomo di cuore", "una gran testa", spiegandone minuziosamente le ragioni, sono consegnate alla storia, obiettiva, che già sta facendo il suo dovere per far rifulgere la memoria del Re, nel suo giusto valore, riguardo quegli anni, comunque di grandezza per l’Italia, che vide la gran parte della cittadinanza migliorare socialmente, economicamente e nel prestigio interno ed internazionale, tanto che molti dei benefici effetti di quel periodo sono attuali oggi. Ma Vittorio Emanuele III fu solo a dirigere lo Stato, abbandonato da tutti coloro, specie gli antifascisti, poi lesti ad attaccarlo con inaudita ferocia: "Nei momenti difficili", diceva al Puntoni il 26\1\1941, "tutti sono capaci di criticare e soffiare sul fuoco: pochi o nessuno sono quelli che osano prendere decisioni nette e assumersi gravi responsabilità. Nel 1922 ho dovuto chiamare al governo ‘questa gente’ perché tutti gli altri, chi in un modo, chi in un altro, mi hanno abbandonato. Per 48 ore, io in persona ho dovuto dare ordini direttamente al questore ed al comandante del corpo d’armata perché gli italiani non si ammazzassero fra loro". Un intendimento dolorosissimo, quello di evitare il più possibile la guerra civile, che il Re mantenne due anni dopo: "la cobelligeranza ottenuta dal mio governo", disse nel 1944 al giornalista catanese Nino Bolla, "salvò parecchie cose, compresi gli interessi personali di molti antimonarchici, specie dell’ultima ora, che con il loro carico d’odio non sarebbero rientrati allora senza la cobelligeranza". Era nondimeno consapevole, gia anziano, che un’epoca eccezionale si chiudeva con lui: lo scrisse a futura memoria, nella lettera indirizzata il 21\10\1943 al generale McFarlane, capo della commissione Alleata, ove prospettava non solo la sua abdicazione, ma la libera scelta della forma istituzionale, quale il popolo avesse voluto. Si può quindi in qualche modo dire che fu Vittorio Emanuele III a ‘decidere’ anche la repubblica. Unicamente in base al suo dettame di Re costituzionale: "Io ho ubbidito unicamente e sempre alla volontà del Paese", ripetè sovente; anche se, affermò al figlio Umberto cui, con la Luogotenenza dopo la liberazione di Roma e poco prima dell’abdicazione, lasciava di scrivere l’ultima solenne pagina di quel periodo irripetibile, "posso aver sbagliato". Nessuno, si notò con oculatezza, allora dei coprotagonisti della scena storica, ammise alcun errore: poteva farlo solo un uomo dolce e sensibile, davvero simbiòtico col popolo italiano di cui fu il più amato Sovrano; colui che chiamava la Regina, semplicemente, "mia moglie", e per la quale raccoglieva violette e ciclamini sovente, agli angoli delle strade, in tenero affetto. Al molo di Posillipo, ore 19,40 del 9 maggio 1946, donde partì coll’incrociatore "Duca degli Abruzzi", v’erano a salutare il Re e la Regina pochissimi: tra questi, i marchesi Romeo delle Torrazze di Catania, fedelissimi dei Sovrani. Napoli lo vide nascere, Napoli lo vide partire. Chi si è staccato a sera da quel molo verso il mare, può forse comprendere la struggente malinconia delle ombre che calano sulle acque. Il Re "chinato verso ogni bella ferita \ ch’è rosa del suo regno; \ chinato verso il sorriso dei morti, \ verso il sorriso immortale dei morti, \ che è l’alba del suo regno" (cantava il D’Annunzio nel poema delle gesta della grande guerra), solo allora, pianse. In silenzio. Sul mare. Forse.
I Sovrani celebrarono le nozze d’oro in esilio, nella bella città egiziana ove nacque Ungaretti, anch’egli cantore della guerra sublime: "nell’aria spasimante \ involontaria rivolta \ dell’uomo presente alla sua \ fragilità" (Fratelli). In una poesia del vecchio Nicola del Montenegro, il padre della Regina Elena, v’ha un verso che pressappoco afferma: "non troverai la felicità sul Trono, ma in famiglia". Tornerà presto, colla Regina, il suo corpo dall’esiglio infausto, per riposare finalmente nel romano Pantheon assieme agli avi, nella riescita concordia nazionale per le patrie memorie? Lo crediamo, la storia rende giustizia ai giusti.
Egli, il Re Soldato –e rimarrà sempre tale nel cuore del popolo italiano- anche dal trono ebbe fonti di gran gioja: ma la felicità autentica, caso raro in ogni tempo, la còlse in famiglia, una felice famiglia, ove l’amore si coltivò con spontaneità e semplicità d’altri tempi. Amore all’antica. Anche per questo, fu un grande Re, un vero Re.



Francesco Giordano

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Mario Rapisardi, Le Poesie Religiose





Edite da Filippo Tropea, Catania 1887.
L’edizione qui riportata è conforme a quella del Sonzogno, Milano 1908, approvata dall’Autore, di poco precedente alla definitiva del Sandron (Palermo, 1911), rispetto alla quale non v’ha quasi nessuna variante. Il manoscritto autentico fu da noi controllato nel 'fondo Rapisardi' ubicato nella sala a lui dedicata, sita nei locali delle Biblioteche riunite "Civica e Ursino Recupero", allogata nell'ex monastero benedettino di piazza Dante a Catania, ora sede delle facoltà universitare umanistiche.



Non riteniamo di aver smentita, se qui con orgoglio affermiamo di essere i primi a pubblicare per intiero, su Internet, una completa raccolta, la più bella forse, di poesie del Vate etnèo. Gli studi da noi stampati sulle sue opere e presenti nelle biblioteche, supportano codesta operazione.
(FGio)












Renovatio
I
Fuggon dagli occhi miei, fuggon dall'anima
Le illusioni della nova età:
Fosca la vita mia sotto a ciel rigido,
Siccome rupe solitaria, sta.
Torbido intorno all'aspra rocca intricasi
Fra canne e giunchi e fratte irte il pantan,
Su cui tra nubi di veleno gravide
Gitta la luna un bianco raggio invan;
Mentre per l'aure, che beffarde fischiano,
Vogan, quali migranti anatre, a stuol
I dolci sogni miei, l'auree fantasime
E le speranze dell'aereo vol.
Or sì, or no, per le fredde ombre lanciano
Un canto un grido, ahi, non più quel che un dì
Mosse la mente giovinetta, e a' fulgidi
Vaneggiamenti dell'amor l' aprì.
Fuggon dagli occhi miei, fuggon dall'anima
Le illusioni della nova età:
Fosca la vita mia sotto a ciel rigido,
Siccome rupe solitaria, sta.

II
Eppur, se a te mi volga, o sia che un gelido
Aere t'inceppi, o ti disciolga april,
Santa Natura, in te m'esalto, e all'anima
Un fremito mi passa alto e gentil.
Ecco, alla rupe derelitta un tenero
Verde si avvolge; il rinnovato crin
Piovon su la tersa acqua i giunchi; reduci
Cantan gli augelli un lieto inno al mattin.
Son tuo, son tuo, madre infinita: i palpiti
Dell'immensa tua vita io sento in me;
Sento che al foco della tua grande anima
Ardo, mi struggo e mi rinnovo in te.
Che val, se nelle morte ombre s'inseguano
L'inclite* larve che il pensier creò?
Se, guardiano della notte, l'odio
Ghigni alla fossa che l'amor cavò?
Che val, se al lato mio figga il suo cuneo
D'adamante la sorte? Io non son più
Mio, da che balenar bello e terribile
Vidi il tuo volto, e mi dicesti: In su!
Del piccioletto mio dolor la fievole
Voce spargere al vano aer che val,
Se, o terra, o vita, o gran Tutto, il tuo spasimo
Ulula per la vasta ombra feral?
Tu vivi, o eterna, o senza nome. Affidasi
All'onde tue l'impavido Pensier,
La vela a' venti, il remo al pugno, il vigile
Sguardo alla paurosa alba del Ver;
E voga, e canta: "Ebbro di te, su' lividi
Flutti balzo io tuo figlio e tuo signor,
E nelle fauci de' tuoi mostri onnivori
Sola ricchezza mia gitto l'amor.
Mutansi i mostri al novo cibo, e levansi
Quali raggianti arcangeli dal mar;
E fra le immensità cerule, simile
Ad igneo sole, la Giustizia appar.
Agita il legno mio, scatena gl'impeti
De' selvaggi e mortali odj su me:
Salve, o madre, dirò, fin che indomabile
Eroe dell'ideal naufraghi in te!"





Stelle cadenti
Strisciano pe 'l sereno
Di novembre i fugaci
Bolidi: e come un'aurea
Continua pioggia di morenti faci
Riga, riga a la notte umida il seno.
Mira da la casetta
Scura il villan stupito,
E, divine ire e flebili
Mostri leggendo, con pietoso rito
Segna la fronte, e il finimondo aspetta.
Cadete, ignei frantumi,
Per l'alte ombre; cadete
Negli obliosi baratri
Quanti ancor su le menti imperio avete,
O meteore di fosche anime, o numi!
A che le ciglia inarchi,
O turba rea, che invadi
Gli altari ultimi, e traffichi
La terra e il ciel? Tu pure, ecco, già cadi,
E il purpureo con te stuol de' monarchi.
Tutti voi preme, tutti
Eterno esizio, o biechi
Mostri d'error: precipita
Forza scossa di senno; e contro a' ciechi
Adamastorri il Ver lancia i suoi flutti!
Ma generosa e chiara
Vendetta, ancor che tardi,
Ma onor di non degenere
Prole e vittoria, o del pensier gagliardi
Martiri, a voi la nova età prepara.
Venite, aurei bagliori;
Cadete, idoli orrendi:
Il sole e il Ver trionfano.
Salve, o bel sole che le cose accendi;
Salve, o Scienza, che redimi i cori !




Conforto

S'io precipiti o poggi
Per l'alta ombra non so:
So che com'ieri ed oggi
Devoto al Ver vivrò.
Chiede la terra ignara:
Figlio, che vuoi da me?
Fuor che una fredda bara
Nulla offrir posso a te.
Madre, il tuo freddo ostello
il mio crogiuol sarà:
L'anima mia novello
Stato e sembiante avrà.
D'eterni stami ordita
La rivedrai nuotar
Dell'inesausta vita
Nel fortunoso mar.
Per le raggianti rive
Dell'isole del ciel,
Tutto che sente e vive,
O madre, è mio fratel.
Le stelle al mio passaggio
Bisbigliano fra lor:
Il nostro etereo raggio
Splende a costui nel cor.
Per te, mi dice il sole,
Sempre al meriggio è il dì:
Vivi, o miglior mia prole;
Ama, il tuo regno è qui.
O legge alta, o misura
Dell'essere immortal,
Nume della Natura,
Indomito Ideal;
O amor dell'universo,
Luce onde tutto è pien,
Come ch'io sia disperso,
T'accorrò sempre in sen.
Sento nel cor profondo,
Ch'io son del tempo il re
In me palpita il mondo;
Si specchia Iside in me






Nomos
Se co' volubili soli le floride
Tempie si fecero brulle, se gl'idoli
Rosei bruciàr le piume
Di verità nel lume;
Se le ingannevoli reti, cui tesero
Al core improvvido gli Amori aligeri,
Rompe, o con vol prudente
Schiva la conscia mente;
Non però, torbido fantasma, aggirasi
Il lamentevole spirto fra' ruderi
Di giovinezza, o giace
Di affetti orbo e di pace.
Ma, quale ad euro fecondo, sgombrano
Dall'etra i grigj giganti, e niveo
Quinci Etna e quindi appare
L'azzurro ampio del mare;
Tal, vinti al soffio degli anni, i pallidi
Sogni, che l'animo d'error fasciarono,
Tu splendi, o Vero, e lieta
Di te, l'anima s'acqueta.
Ecco, e pe' nitidi tempj dell'essere
Non Dei, non idoli: sta sopra a ferreo
Trono la Legge eterna,
Che terra e ciel governa.
Lei non di cembali fragor, non d'ostie
Sangue sollecita, non voti e lagrime
Di madri, non amori
Di pargoli e di fiori.
All'adamantino suo sguardo l'agile
Vita gli spazj ridendo semina;
Sorgon come faville
Popoli e mondi a mille.
Sorgon, ma rigida passa una vergine
Bianca: si piegano, com'erbe, al murmure
Dell'ale i tremebondi
i popoli ed i mondi.
O indeprecabile Forza, a te il fatuo
Gregge, che d'arbitro voler pompeggiasi,
Superbamente stolto,
Volga ribelle il volto,
Non io: tra bronzei fini tu l'anime
Serri, tu all'essere tutto con gemino
Vallo, onde viva e regni,
Campo infallibil segni.
Quivi alla provvida luce s'ingemmano
Dell'alma i vividi fiori; sorridono
Feconde all'aure amiche
Le indomite fatiche.
Ma se de' claustri dovuti il limite
Tu sforzi, oh flebili sconfitte, oh inutili
Vanti, oh pensier smarrito
Nel baratro infinito!
Dove, o terribile Còrso, i tuoi fulmini?
Dove gl'innumeri serti? Qual popolo
Di tua virtù superba
Un frutto, un'aura serba?
Suonano al vacuo étera, a' secoli
Suonan, quai gemiti, le tue vittorie:
Tra sanguinosi mari
Tu, bieco astro, scompari.
Ma bello e giovine sempre dall'umile
Bottega affacciasi Franklin: irradia
La veneranda testa
L'accorta indole onesta.
A lui non aurea sorte, non impeto
D'armi, non furie civili accrebbero
Lo stato; a lui non fiero
Studio acuì il pensiero;
Ma con longanime cura i selvatici
Germi dall'animo sterpando, e d'utili
Veri arricchendo il petto
Solo al Dover soggetto,
Di virtù all'ultime cime il più candido
Fior colse; e libero poi ch'ebbe l'animo,
E sè in sè stesso vinse,
Gli altri a francar si accinse.
Oh veglie, oh strenue lotte, oh magnanimi
Sensi e in detti umili saggezza altissima,
Oh magnanimo core,
A cui fu tutto amore!
Ecco, al tuo provvido venir si arretrano
Dell'aria i fumidi mostri: precipita
Sotto al tuo piè ruina
La folgore divina.
Conquise cadono l'armi e l' insidie
De' re al tuo semplice consiglio: un libero
Popolo a tanto ingegno
E' monumento degno.



Rose d'inverno

Tu, caro cespo, or ch'ogni ramo intorno
Vedovo stride al nembo,
E, come in pio soggiorno,
S'asconde il seme della terra in grembo,
Tu, non già sordo all'invernal tormento,
Ma generoso e pago,
Gitti al nemico vento
La fragranza de' fiori, onde sei vago.
Non dissimile io son: contro al cor mio
Scocca l'odio gli strali
Avvelenati, ed io
Lieto di mia virtù rido a' miei mali.
E in ogni piaga mia rosseggia un fiore;
E per ogni saetta
Fiorisce un verso. O amore,
E' questa, e tu te 'l sai, la mia vendetta.







Ai volontarj della carità

Te, cui non regio fasto o plauso infido
Di servi abjetti il mite animo ha domo,
Te, che sul trono, ove ogni vizio ha nido,
Osi esser uomo,
Io che tutta donai la mente al vero,
Nè più mi tocca il cor biasimo o lode,
Io che nulla da l'uom temo nè spero,
Te ammiro, o prode,
Più d'allor che fra l'armi un empio gioco
Ti rapì giovinetto (ahi bieche trame
Di perfidi potenti, ahi mozza in poco
Sul campo infame
Itala fede!) or qui dove con certa
Ugna ed abominose ali ruina
La morte, e le incantate aure diserta
Di Mergellina.
Ma non di voi, se dietro al fragoroso
Cocchio intronando il servil inno echeggi,
E al lato augusto il furbo vecchio esoso
Più si pompeggi,
Mentre che Roscio, al cerretan di piazza
Tolto il tamburo <>,
Non di voi tacerà chi con sereno
Occhio guardi le umane opre, di voi
Che sol di carità l'animo pieno,
Umili eroi,
Le dolci madri abbandonando e i figli,
Di voi stessi obliosi, ove più miete
La morte, e ciechi bollono i perigli,
Primi accorrete.
V'immergete per torti antri nel fondo
Di covi atri e di sozzi anditi strani,
Tombe di fango, in cui brulica un mondo
Di vermi umani,
Vivi sempre alla fame, a' morbi, al pianto;
Al sole, al vero, alla giustizia morti:
Oh vana e fiera civiltà, se tanto
Strazio comporti!
O del dover candidi alunni, o chiara
Falange di modeste anime, a cui
Grato è più d'ogni ben tòrre alla bara
La vita altrui,
Voi non aurea mercè, voi non promessa
Giova o desio di stabili corone:
Pietose anime, a voi l'opera istessa
E guiderdone.
Da qual sia loco, in qual sia nome o segno
Vi aduni amore all'alta impresa, noi,
Salve, diremo, o generoso, o degno
Stuolo d'eroi!
Salve, o tu primo, onde ancor vive intera
Del nolano pensier tra noi la face,
Inaccesso intelletto, anima austera,
Labbro verace.
E tu salve con lui, caro e temuto
Guerriero e vate di giustizia amico,
Sia che il verso o la spada o il motto acuto
Vibri al nemico.
Per voi l'arte e il sapere, ond'uom dimacra,
Non è fatuo pensier, vacua parola,
Ma campo di gagliardi atti, ma sacra
Di virtù scuola.
Tal corse un giorno al torbido Acragante,
Cui funesto rendean l'aure maligne,
Il puro sofo agrigentin, di sante
Infole insigne.
A lui le avare leggi Iside e i bui
Chiostri del bello i templi aurei dischiuse,
Per che, scese dal ciel, parvero in lui
Tutte le muse.
Derelitti giacean sotto a' cocenti
Strali del morbo i popol malvivi,
Di conforto orbi, di speranza spenti,
Di senno privi;
Ma poi che all'egre menti e a' corpi frali
Benigno ei porse e farmaci ed avvisi,
E intorno a lui, qual per incanto, i mali
Cadean conquisi,
Mutati in breve i tetri affanni e il lutto,
Fiori gioja e salute il suol natìo;
Ed ei parve a' redenti uomini in tutto
Simile a un dio.







Vetuste

Perchè vigore attinga
A voli alti il pensiero,
Uopo non è che il pinga
Nel lubrico sentiero,
Ove trescando impazza
La bieca umana razza.
Di vili objetti schivo,
E però in odio al volgo,
Da' turpi anni in che vivo
Disdegnoso mi tolgo,
Chiedendo ad altri tempi
Luce d'egregj esempi.
Ecco, si schiude intorno
Questo, ove cheto io penso,
Recondito soggiorno;
E accolti in tempio immenso,
Anzi in raggiante empiro,
Gli antichi saggi io miro.
O gravi aspetti, impressi
D'onesti, ardui pensieri,
O in detti umili espressi
Profondi, utili veri,
Intento io con immoto
Ciglio nel cor vi noto.
Per voi più non m'adonto
Esser nato mortale;
Più vigorose al pronto
Pensier crescono l'ale:
Già già tocco, in sublime
Volo, del ver le cime.
Allor sì, che munito
Di salde armi la mente,
Solo prorompo e ardito
Contro l'obliqua gente,
Ch'ebbra d'errori ed orba
Le terre itale ammorba.
E sia ch'irta fra ignave
Plebi la colpa treschi,
O con voce soave
Ricchi e potenti inveschi,
Il suo vigor funesto
Con pari impeto investo.
Impallidisce al suono
Della parola austera
Chi su l'ara o sul trono
Tramando inganni impera;
Ma l'innocenza ascosa
Leva la fronte, ed osa.
Così non fra codarde
Fole o tra sozzi affetti,
Ond'ora occupa ed arde
Lascivia insania i petti,
Ma in nobile palestra
La nova arte s'addestra







Al Lavoro

O buon gigante dalle industri mani,
Che il foco asservi e il metal domi e foggi,
E al tuo carro aggiogati i mostri immani
Della terra e del mare agli astri or poggi;
Mago debellator d'orridi arcani
Che in mille guise al dì l'opre tue sfoggi,
E con l'occhio al domani, il piè su l'oggi,
in fraterna armonia stringi gli umani;
Provvido agitator, cui di monarchi
Violenza selvaggia o lega astuta
Di gnomi avari invan contende il volo,
Te di popoli padre onesti e parchi,
Moderator d'alte energie, te solo
Signor del mondo l'avvenir saluta.







Comizio di pace

Quieta alla riva del fervido mare
L'immensa pianura nel vespro si stende;
Nel ciel di viole vermiglia si accende
A specchio dell'onde la faccia lunare.
Dai fiori di loto socchiusi alla brezza
Vaporano brame di mondi ignorati;
Siccome compresi d'un intima ebbrezza
Nell'ampio silenzio s'addormono i prati.
Ed ecco dai flutti che lividi e torti,
Quasi mucchi di serpj, tormentan la riva,
Su fragili barche molteplice arriva
Con lieto susurro la turba dei morti.
Da ville fastose, da inospiti glebe,
Di voci diversa, d'età, di sembiante,
Mancipj e tiranni, filosofi e plebe,
Qui tutta conviene la folla esulante.
Non cupida sete, non fame delira,
Non ansia sleale di acquisti maligni,
Ma un émpito strano di sensi benigni,
Ma un acre bisogno di pace li attira.
Concordi nel vago pensiere, le membra
Diafane adagian su l'erbe odorose,
E intonano un canto, che il fremito sembra
Che al torbido Enigma sollevan le cose:
<>







Martirio

Nella vasta pianura, incatenato
Supino ad una croce,
L'han gli avari mercanti abbandonato
Là sotto il sol feroce
D'Africa. Troppo, come spada dritto,
Mettea lampi e terrore
Quell'animo d'asceta: in fronte scritto
Avea l'odio e l'amore.
E l'han tradito. Gli sfilar daccanto
Con barzellette gaje
Tutti; ma non gli videro di pianto
Inumidir le occhiaje.
E quando al fardel pingue ognun di loro
La schiena umile doma,
Bieco sbirciando chi maggior tesoro
Stipato ha nella soma,
Ei che del sole nel fulgore intenso
I sensi tutti annega,
Rapito in un pensier lucido, immenso
Come il deserto, prega:
<>
Così pregò. Ma l'amorose brame
La dea non cura, o finge.
Tace la sera, e d'un color di rame
La terra arida tinge;
Mentre un leon ruggendo, impaziente
Della luce odiosa.
Lento s'appressa al giovane morente,
E accanto a lui si posa.







All'Etna

Or che il florido maggio i campi tiene,
E si destano al sol fragranze e canti,
Poggi nitido il capo alle serene
Di luce e di salute aure festanti.
Trescano a' piedi tuoi silfi e sirene;
Fremon dentro di te sofi e giganti;
E tu tranquillo di vermiglie arene
E di colti e di boschi ampio t'ammanti.
Muto io ti guardo dal campestre nido
Propizio all'arte e alle memorie care;
E azzurreggia lontano il mare immenso.
E se alle vostre picciolette gare
E agli odj vostri, alme rissose, io penso,
Più che di sdegno, di pietà sorrido.







Foco di Sant'Elmo

Il mio cuore è un ampio mare,
Ciel profondo è il mio cervel:
Mugghia il nembo aquilonare,
L'onde arruffa, annera il ciel.
Rotte prue, spezzate sarte
Preda al turbo errando van:
Fede, Gloria, Amore ed Arte
Ansj lottano, ma invan.
Ecco, un fatuo foco lento
Lambe il fior dell'acque, e sta:
Corre un rabbrividimento
Per l'immane oscurità.
Ecco, in fondo all'aria scura,
Sopra i gorghi avidi appar
Una candida figura,
Ch'agil scivola sul mar.
Cade il turbine e s'addorme
Sotto al suo magico vol;
Su le fosche aeree torme
Posa un raggio ultimo il Sol.
Una immensa iri s'inarca
Su la vergine fatal,
Che impassibile il mar varca
Sotto l'arco trionfal.







Dura progenies

Lascia a' tardivi roseti i languidi
Fiori che il niveo dicembre odorano,
Quali amorose memorie ad anima,
Cui non più tenere speranze infiorano.
Lascia, che molli, come favonj
Nel novilunio su l'onde cerule,
Del Catanese divino agli animi
Pacati scendano le note querule.
Non rose o dolce-spiranti flauti
A solitario scoglio, non tiepido
Lume di sogni, non baci addiconsi
A un cor, ch'ai démoni si attesta intrepido
Ma fieri aspetti d'ombre, me giovano
Mortali aneliti per aspri culmini,
Me pugne immani d'onde e di naufraghi
E strida d'aquile fosche tra' fulmini.
Chi di procaci fantasme cipre
Sognando popola l'ardente spazio?
Chi muta l'acre vergin d'Empedocle
Con le multivole putte d'Orazio?
Altrove, o gregge sozzo: te il lubrico
Romagnol fauno conduca a' pascoli,
Te alletti a' cozzi lascivi, a all'aure
Ruttando infamie ti munga e smascoli.
Qui di gagliardi stirpe a' Celicoli
Insegnò l'algide paure: suonano
Battaglia i vasti antri, cui Stérope
E Tifeo d'empie minaccie intronano
Su l'etnea porta, grave Stesicoro
Arma di bronzei nervi la cetera;
Vibra dal pieno petto la dorica
Musa il molteplice poema all'étera.







Sera d'agosto

Sorge dal plumbeo mar, come sanguigno
Scudo nel vaporoso aer la luna;
E qui fra gialle sabbie, ove le aguzze
Foglie l'aloe scontorce, apresi il golfo
Silenzioso, là fra picee lave
Da' rosseggianti vertici le irsute
Macchie il tenace fico d'India assiepa.
Non rumor d'opre alla pescosa rada,
Non suon di giochi fanciulleschi o voce
Di remator: solo da lungi il sordo
Rombo della città, stesa, qual mostro
Da' mille occhi, nell'ombre; a me da presso
Il sonnolento murmure dell'onde;
E su tutte le cose un vapor greve,
Un torpore affannoso, un tedio immenso.
Di questo eguale avvicendar di giorni,
Di sembianze, di vita ancor non sei
Stanca, o Natura? Ancor gran tempo immote
Dureranno le leggi, onde si avviva
Quest'universo? Eppur di novi objetti
Vaga sempre s'affanna e si consuma
La smaniosa umana stirpe, e quasi
Tutti avesse i terrestri uberi emunti,
Di miglior cibo e d'altre sfere in traccia,
Te pigra ancella o rea matrigna accusa.
Misera, e dove nell'ambiguo volo
Alcun raggio del vero, un sol barlume
Dell'eterna sua luce a te sorrida,
Il suo tempo mortale ecco e l'oscuro
Fato e il dolor che le asserpenta il petto
Cader si lascia dalla mente, e in sogno
Beata alle ragioni ultime aspira.
Tal, fanciulletto fuggitivo piange
Per l'ombre, e più non sa d'onde qui venne,
O qual sentiero al tetto amico il guidi;
Smarrito vaga, ma se gli occhi a la sorte
In te sollevi, o sorridente luna,
Dal lacrimato suo dolor l'incerta
Anima toglie un qualche istante, e l'ora
Fosca e la madre derelitta oblia.







Alla virtù

Giacchè di voi, fantastiche
Parvenze, libero si aggira il polo,
E ferrea legge è all'anime
D'un'idea fulgida seguire il volo,
Qual delle grate immagini,
Ond'han le tenebre vitali un raggio,
Perseguirem con l'ansia
Mente fra' dubbj del reo viaggio?
Non te certo, sollecita
Forza, anzi furia, che ingombri i cori
Del volgo, aperti al fascino
Di conquiste auree, di vitrei onori;
Non te, sirena perfida,
Che un serto in premio offri a' tuoi fidi,
E dando baci all'algide
Tombe, la smania de' vivi irridi.
Troppo, o circée fantasime,
Già bevve l'animo de' vostri inganni:
Lungi da voi, più nobile
Meta m'insegnano saggezza ed anni.
Santa virtù, presidio
D'infaticabili petti, sovrana
Fiamma che scaldi e illumini
Per l'erta gelida la stirpe umana,
E tua quest'incolpabile
Vita; propizia tu a noi riguarda,
Or che fra scede e còmputi
Ghignando imbestia l'età codarda.
Tu la titania fiaccola
Rapisti all'ardue case di Giove,
Ond'arti industri ed utili
Norme conobbero le genti nuove;
E tu sotto al vulcanio
Martel, tra' fulmini del nume irato,
Temprasti al fiero urànide
L'acciar dell'animo maggior del fato:
Si ch'ei fitto alla scitica
Balza, il dir tumido dell'argicida
Sprezzando, al divin despota
Lanciò ne' secoli la prima sfida.
Per te, ch'austera moderi
I selvaggi impeti, gl'iniqui ingegni,
Vien che tremenda ai reprobi,
Ai buoni provvida, giustizia regni.
Per te, madre a vittoria,
Degli ebbri eserciti nell'ignea festa
Libertà scende, e barbari
Vessilli e porpore di re calpesta:
Onde poi grata all'opere
Ride la copia sul suol ferace,
Mentre dell'arte i candidi
Còri in dotti éduca ozj la pace.
Volge fortuna i torbidi
Flutti, e con mobile talento opprime
Ne' gorghi atri le specie,
Ch'or or dell'essere toccàr le cime;
Vinte dal moto assiduo,
Che tutto esercita con leggi ascose,
In terra, in mar, nell'etere
Sembianza assumono varia le cose:
Ma tu, fra scille rabide
E lusinghevoli sirene, squassi
La face, e invitta a' secoli,
Sempre a te simile, pugnando passi.
Felici, o voi che vigili
Nell'ombre, al fulgere del roseo lume
Sorgete, e di lei, fausta
Solo a' magnanimi, vi fate un nume!
Voi stringerà con ferrea
Tanaglia il macero bisogno; in voi
La regnatrice invidia
Proverà il tossico de' dardi suoi;
Ma sia che alfin tra' i cantici,
Orrendi al tracio domato orgoglio,
Voi chiami, augusti indigeti,
La gloria al vertice del Campidoglio;
O sia che ne' maliaci
Varchi, o nel tessalo scompiglio, i vostri
Capi col pugno bronzeo
Su le macerie la morte prostri,
A voi supremo gaudio
Sgorga dal candido dover compiuto;
Ed all'ematia polvere
La tua bestemmia si sperde, o Bruto







Encelade

Cadde il saturnio re; fredda è la mano
Che infranse ai figli della terra il petto;
Ma senza tempo all'alta pena addetto
Giace il Titano.
E non l'ira celeste e dei captivi
Fratelli il fato e il sovrapposto monte
Premon così l'indomita sua fronte,
Come dei vivi
La Miseria e l'Error, furie gemelle
Per cui tanta di mali ombra s'addensa,
E di gelido oblio serra un'immensa
Onda il ribelle.
Dunque mai non sarà chi dall'indegno
Strazio il redima, e la solfurea mole
Spezzando il tragga a riveder del sole
Splendido il regno?
Pur ei sotto al tormento immane, quale
Granitica ruina immoto resta,
Se non che a quando a quando ansa, e la testa
Leva immortale.
E se strider quassù nella marea
Degli umani conflitti oda un'audace
Sfida, o contro un poter bieco e tenace
S'armi un'Idea;
O desto a un punto in generosa lotta
Arda un popol che ignavo e morto parve,
E di preti e di re squallide larve
Urlino in rotta;
Fervido allor su la tartarea polve
Torcesi il fiero, e dall'etnee fornaci
La speranza aspirando, al ciel minaci
Fiamme rivolve.







Dopo il temporale

Romba il mare da lungi, e all'aria greve
Pe' monti in fuga il temporal volteggia,
Mentre fosco di nubi, alto di neve
Sopra i grigj oliveti Etna fiammeggia.
Qui intorno a me, nella frondosa reggia,
Ove asilo ed altar l'arte riceve,
Dolce odorano i cedri, e su tra 'l leve
Fogliame azzurra la pervinca occhieggia.
O amore, ecco tu passi; ecco la stolta
Milizia tua disfreni in fortunosa
Pugna: munito io guardo entro la folta,
E de' miei falli e degli altrui pietosa,
Vinta non già, ma lacida e raccolta
In un mesto pensier l'anima posa.







Felicitas

In cima a un granitico scoglio,
Cui batte l'eterna marea,
Troneggia su nitido soglio
La bianca, impassibile dea.
Sul mare purpureo s'aggrava
Il cielo qual vòlta di piombo;
Da' flutti bollenti qual lava
Perpetuo diffondesi un rombo.
Non l'orrida notte solenne
Per astro novello si frange:
Nell'ombra perenne, perenne
La voce dell'Essere piange.
E il mare con fremito alterno
Di scherno ripete all'immane
Scogliera: io mi nutro in eterno
Di sangue e di lagrime umane.
E assiduo rompendosi il vento,
Al nume rimugola in giro:
Dei popoli io sono il lamento,
Dei secoli io sono il sospiro.
E tutto che palpita ed ama
Nel ciel, nella terra, nell'onda,
In suon lamentevole esclama,
Perduto nell'ombra profonda:
Ahi, sempre sul monte starai
Col guardo su' naufraghi, o diva ?
Nessuno, nessun potrà mai
Baciar la tua magica riva ?
Se vano miraggio tu sei,
Se vuoto fantasma di sogno,
Perchè più del ver tu mi bèi ?
Perchè più di tutto io ti agogno ?
O Sfinge indomabile, o Idea
Che tacita splendi lassù,
O bianca impassibile dea,
Non forse la Morte sei tu ?








Ex umbra in solem

Uom ch'ai precetti di Sofia la rude
Orecchia a tempo e il fiero animo inchini,
Non armi, o Trezza, di celeste incude,
Non rei destini
Premono o congiurata ira; ma solo
Che un raggio amico gli consenta il vero
Poi che 'l tenebroso essere a volo
Spinse il pensiero,
Pago riposa: dal guernito loco
Guarda le procellose onde e le infide
Fortune, e di Natura al vario gioco
Mesto sorride.
Ma nel vulgo errabondo, a cui di mali
Falange iniqua il buon sentier contende,
Pigra, qual raggio in tenebre invernali,
Verità scende:
Chè dove, incerto ognor de la dimane,
Bisogno acre assaetta i cori, e lenta
Fame, cui, più del vero, uopo è di pane,
L'anime addenta;
E dove atroce sopra il collo incombe
Tirannia che d'uman sangue s'impolpa,
E, scelerando le fraterne tombe,
Regna la colpa,
Chara non già ne' torbidi intelletti
Suona, o rigido Ver, la tua parola,
Non il tuo cibo leonino i petti
Egri consola.
A loro idoli inani ed aurea plebe
Di sogni, onde s'ingemmano le amate
Ombre, e su fuor dalle percosse glebe
Speranze alate
Giovano; a loro odj segreti e aprici
Tumulti e amor ch'ai dolci inganni alletta,
E tu, nume d'ignari e d'infelici,
Sacra vendetta.
Pur fra l'ombre affannose, ove le incerte
Stirpi con legge indeprecata incalza
Némesi, come face in su deserte
Macerie, s'alza
La Coscienza; e quanto più il conflitto
Si propaga degli anni, essa più splende,
Cresce all'aure nemiche, e al ciel con dritto
Vertice tende.
Salve, o del tempo e della pena figlia,
Faticosa possanza, intimo sole
Che per l'onde e la notte, in cui periglia
La mortal prole,
Fughi gli errori serpentosi e l'adre
Furie veglianti alle cercate rive,
Per te, di generose opere madre,
Carità vive;
Per te il diritto e la giustizia, tua
Gemina stirpe, in fra' mortali ha voce;
L'acre umano pensier, poi che s'intua,
Gitta la croce,
E per la gloriosa erta alle cime
Dell'ideal, che in te s'accende e spira,
Ansando assorge, e alle ragioni prime
Giungere aspira.








Per una medaglia di Gerone

Lungi a quest'ibridi regni, alla fatua
Stirpe, o non docile mio cor: son queste
Di Geron l'inclite sembianze: un'aura
Della sua gemina gloria m'investe.
Ecco, o un insolito miraggio illudemi,
Le siracusie porte e la reggia
Cara agli aònidi; fra' trofei libici
Qui la vittoria d'Imera aleggia.
Non è d'Eleusi questa la tragica
Musa? Odo il gemito dei Persi; oscura
Sorge di Dario l'ombra: oh de' Battrj
Strage, oh dell'Asia doppia sciagura!
Ascolta: all'aule specchianti fremono
Della cèa nenia dolci i tintinni;
Come apollinei cavalli irrompono
Dell'aurea cetera tebana gl'inni;
Austero a' fervidi teatri pungere
Plutone ed Ercole osa Epicarmo:
Ridon le Grazie venuste, e spirano,
Pria di te, o Pericle, la vita al marmo.
O giorni, o sicoli trionfi, o indigeti
Numi, voi giovano per le agonali
Gare gli olimpici serti, voi gli ozj
Dotti e le liriche pugne immortali.
Morì la rosea prole saturnia,
Morì: ma giovine fiammeggia, come
Sole, la gloria vostra, ed illumina
Del dinoménide monarca il nome.
Pasciuto or d'abili vergogne, calcitra
Beato all'aure greppie Trasibulo;
E con vinifluo labbro Calliope
Su l'anche a Taide batte il turibulo.
Russate, Eumenidi briache; fornica,
O Temi: all'aula, mutata in ghetto,
Il sangue, l'anima, l'onor d'Italia
Appalta lepido ser Ciappelletto.








Laocoonte


I
Perchè di Dio spregiò l'ira, e la troppa
Fede irrise de' ciechi armenti umani,
Or qui l'audace con ululi vani
La sorte accusa, e in aspre pene intoppa
Da' piedi a' fianchi, alle braccia, alla coppa
Avvinghianlo i serpenti, ed ei con mani
Adunche invan dal petto ansio gl'immani
De' famelici mostri orbi disgroppa.
Silenziosa intanto alla ferrigna
Aer sorge la notte; ode l'orrendo
Strazio la turba da lontano, e ghigna.
Ei solitario nell'immenso orrore,
i profondi nell'ombra occhi figgendo,
L'alba invoca e la pace, e mai non muore.


II
<>.
Così con destinato animo piange
Per l'alta notte. Alla nettunia rupe
Con fragor di cachinni il mar che si frange.








Sognatore

No, Dio non già: le avare menti eccede
Troppo ogni pura idea;
L'odio sol nume, il lucro unica fede
L'età maligna avea.
Ed alla croce tua, Cristo, e de'tuoi
Chiodi, con piglio austero,
Voi configgea, ribelli anime, voi,
O apostoli del vero.
Ma profondato nel mistero immenso,
La fronte eretta, fisse
Le ciglia a un punto luminoso, al senso
Degli altri oscuro, ei visse.
Palma parea: turbina il vento, e scote
Le rame ampie; secura
Per autunno lontan, per genti ignote
I frutti essa matura.
Rotano intorno a lui per la severa
Vigilia, a par d'ingordi
Nibbj alla preda, con fiere unghie, a schiera
I suoi foschi ricordi;
E tuffando sinistramente il torto
Rostro nel suo gran core,
Gracchian: L'odio noi siamo; ed egli, assorto,
Mormora: Ed io l'amore.
Ed ecco, ei vede una gran luce e nuove
Genti ed età: scoscende
Sofia le nubi, e a generose prove
Le oneste anime accende.
Spezza il Ver baldanzoso i ferrei chiostri,
E pugna: oh turba schiava
Da lui redenta; oh fra chimere e mostri
Gran rotear di clava!
Ma alle ribalte lingueggiando esulta
Berio, che in nebbia oscura
Dotto s'attorce, e te invocando insulta,
Paziente Natura;
Ma, tratta fuor dalle infrequenti panche
La pancetta erudita,
Stuzzica Lio fra 'l pettignone e l'anche
Chi al ver sacrò la vita.
Che vale? Ei sogna. E son popoli industri,
A libertà devoti,
Che in armi, e più in gentili opere, illustri
E nel dovere immoti,
Su per la faticosa erta, al sorriso
D'una lontana face,
Sorgono ansando, e in te figgono il viso,
O amor del mondo, o pace.
O degli eventi e dell'età sovrana,
Santa giustizia, l'ale
Raccogli. Oh dolce fratellanza umana,
Oh splendido Ideale!
Ghigna però Scato ambidestro, e i quarti
Bovini aprendo al vento,
<>.
E Lidia, che il floscio inguine al restio
Drudo aizza co' baci,
Stringendo i veli al sen flaccido: <>
Mentre il cesso patrizio inverniciato
Sfiata: <>
Pur casta, ancor che nuda e non ignara
Di sua beltà, s'inchina
All'orecchio di lui l'Arte, la chiara
La sacra Arte latina;
E sempre ch'egli in lei porti le ciglia
Con amorosa brama,
Ella, amante severa, a lui pispiglia:
<>
Ma la brodosa pubertà, che succia
A le ciocce di Jalla
Lo stil novo, traendo da la cuccia
Seco la farda gialla,
Gagnola: <Poco ne chiede, perchè al nostro tetto
Ospite arrivi, e di benigni rai
Ne allieti il petto.
Lei semplicetta alle infrequenti soglie
Amiche all'onestà, grate alla pace,
Dove non mai d'immoderate voglie
Fumi la face.
Amor conduce, che di maritali
Gioghi non solo e d'almi parti ha cura,
Onde i secoli vince e le mortali
Specie infutura.
Ma, dispergendo con serena faccia
I tracotanti sogni e i dubbj lenti,
In operosa fratellanza abbraccia
Tutti i viventi.
Però che tutto, in qual sia loco e forma,
In onda, in aria, in ombra, in luce immerso,
Tutto l'agitatrice anima informa
Dell'universo:
E sia che in membra coerenti o sparte
Vario s'intrami, e il moto occulti e il senso,
Sente, spira, si nutre, è viva parte
D'un corpo immenso.
O carità, per te sconfitta cade
L'ira, che sul confin torbido eretta
Incaina le genti, e d'empia clade
Le messi infetta.
Disserransi al tuo piè gl'invidi chiostri
Ch'alle genti, alle specie un dio prescrive;
Ecco, scevra di vincoli e di mostri
Iside vive.
Sconfinasi la terra, apresi il polo,
S'avvivan gli astri al tuo soffio fecondo,
E d'una sola forza e d'un cor solo
Palpita il mondo.
O di luce e d'amor fonte infinita,
Per te santo è il dolore, utile il vero;
Solo per te dell'universa vita
S'apre il mistero.







Nox

Dice il mare alla notte: O paurosa
Ombra, che invadi i miei torbidi baratri,
Che chiedi, o paurosa ombra, da me?
Se nel tuo cavo sen dorme ogni cosa,
Perchè più fiero a te sorge il mio gemito?
Questo perpetuo fluttuar perché?
Dice alla notte il core: Ombra infinita,
Che gravi intorno a me, ch'entro a me penetri,
Perchè contendi a le mie brame il ciel?
Se di sole e d'amor l'anima è ordita,
Perchè il vero a' miei stanchi occhi s'ottenebra?
Perchè, se pace io vo', s'apre un avel?
Tacito sopra i baratri marini,
Su' baratri del cor tacito stendesi,
Stendesi dell'immensa ombra l'orror;
Danzan nell'ombra i fati adamantini,
E perpetuamente i flutti gemono,
Perpetuamente si querela il cor.








Jo

Così dunque da un cieco estro sospinta
Di terra in terra io sempre
Misera andrò? Nè tregua avrà la torbida
Smania che sì m'ha vinta,
Poi che la sciagurata anima seppe,
Che all'amor tuo son nata, o dio crudele?
Di perpetue querele
Valli e monti empirò, campagne e steppe
Senza che mai si mutino
Del mio destin le tempre?
E tu, cui serve ognuno
In terra e in ciel, mai valido
A domar non sarai l'ire di Giuno?
Oh seduttrici visioni, ond'io
Speme orgogliosa accolsi
Di sovrumana sposalizia! Oh delfica
Voce che al padre mio
Intimasti cacciar me derelitta
Dal caro nido ove ammirata io crebbi!
Oh bieco amore, ond'ebbi
L'anima verginal prima trafitta,
Sì che d'ogn'altro immemore
Al mio lare mi tolsi,
E concitata, insana
Corsi di Lerna a' floridi
Poggi baccando e alla Cencréa fontana!
Ahi, tal mercede il cor semplice attende
Che in te si piace e tempio
Vivo si fa, benchè mortal, dell'ardua
Beltà che in ciel risplende?
Pur tu benigno il vasto orbe consòli
Di luminoso amor; placida un'onda
Dell'esser tuo feconda
Quanto vegeti o strisci o guizzi o voli:
Sol dunque in noi mortifera
Fiamma diviene e scempio
La concepita Idea?
Sol d'affannosa insania
Ostia tu fai chi più di te si bea?
Dacchè fui tua, nume crudele, e ossessa
Dal concetto divino
L'anima crebbe a dismisura, erompermi
Sentii fuor di me stessa
E dilatarmi nell'immenso cielo
Tremàr le membra all'impeto ineguale,
E l'eterno e il mortale
Si confuser così nel petto anelo,
Che se alla mente insolita
E al disugual destino
Mutai del par l'aspetto,
Ben è ragion che agli uomini
Sia d'oltraggiosa meraviglia oggetto.
Come placido lago, in cui la cima
Del sovrapposto monte
Improvvisa ruini, al ciel con impeto
Le invase acque sublima,
Che ricadendo poi sperdonsi a' venti;
Così l'animo mio, prima sì cheto,
A volo inconsueto
Balzò commosso a' tuoi divini accenti,
E tutto il ciel comprendere
Parve; se non che pronte
Corser le Furie, e tutta
Mandàr ghignando all'aure
L'immensa mia felicità distrutta.
Stolta forse son io? Stolta? Non mente
Dunque la turba accorta,
Che l'amorosa tua promessa e il fremito
Dell'esser mio, furente
Delirio estima, e compatendo insulta?
Pur io sentii la voce tua; rapita
Fuor dell'inconscia vita
Te mirai sì che che ancor l'anima esulta;
Pur dentro alle mie viscere
Non la certezza è morta,
Che mai, com'or, nel vero
Non fui, che mai nell'essere
Non s'incarnò sì vivo il mio pensiero.
Sì, tu verrai, tu sarai mio; nè invano
Dalla tesprozia querce
Parlasti a me. Non avrei certo incolume
Valicato l'insano
Grembo di Rea; non le Forcidi orrende
Schivato avrei nè le Gorgoni e i muti
Grifi e quei che seduti
Stan sul fiume che a Pluto aureo discende,
Nè i sotterranei Càlibi,
Che la funesta merce
Tempran con arte fiera,
Se sul mio capo, vigile
La tua custodia e l'amor tuo non era.
Del Caucaso la cima, ardua del cielo
Colonna, ansando ascesi;
Sorgea la sera da le valli e un cerulo
Vapore, un grigio velo
Su' verdi campi e le perpetue nevi
Diffondea pensierosa a poco a poco;
Sol di vermiglio foco
Ne la crescente oscurità vedevi
Le immani alpi risplendere
Come delubri accesi,
Poi lente ad una ad una
Vanir nell'ombra e accendersi
Di nuovo a un tratto e fiammeggiar ciascuna
Non là forse eri tu? Susurri strani
Pe 'l mistero infinito
Sorgeran su dalle cose, e i fiori e l'anime
Sospiravan: Domani!
O parola di vita, a me soltanto
Non mentirai! Col sacro auspicio in petto
Il meotico stretto
Varco pedestre, Asia trascorro, il tanto
Bramato suol canopio
Già premo; al vacuo lito
Prostrata ecco protendo
Le braccia, e muta, in lagrime
La pace almen, se non le nozze, attendo.








Dopo il colera

Sgombra alfin l'indico mostro le sicule
Piagge, e su carro trionfal dileguasi,
Urlando, all'aer tetro:
Ahi, qual innumere stuolo di vittime;
Che gemiti pietosi intorno al plaustro;
Che solitudin dietro!
Te fra le sabbie voraci l'africo
Turbo rapisca, te ne' vitrei baratri
L'artico ghiaccio, o nero
Mostro, se inutile contro te s'armano
Gli acuti ingegni de' mortali, ed ampio
Regno ti dà il mistero!
Ma già dall'Erice devoto un'aura
Manda l'eterna deità di Venere
Alle deserte rive:
Ecco, la memore gramaglia scingono
L'oretée genti, e fra nuziali rèsine
La gioja alma rivive.
Quando, con simile vicenda, gl'itali
Petti sgombrerai tu, superba ignavia,
Peste de' cori? Quando
Fia che i mortiferi lacci si sciolgano,
Per che il novo latin sangue congelasi
In ozio miserando?
Ahi, nè decrepite fibre, ma giovani
Polsi e i migliori usurpi; e il volto lubrico
Chiuso di larva infida,
Dalla purpurea reggia a la squallida
Casa discorri, e spargi intorno il fàscino
Del tuo sonno omicida.
Ignoranza improba, tua mercè, vegeta,
Madreporica selva, in cui lussuria
Gli acri nocchieri insidia;
Tende al malefico tuo fiato i viscidi
Tralci, polipo immane, e attorce e soffoca
Ogni virtù l'invidia.
Cade ne' lividi solchi la macera
Turba, o dietro un fantasma a' californici
Lidi, ignoto carname,
Perdesi. I pubblici scrigni dilapida
Verre fra tanto, e ufficj e leggi invadono
Clodio e Mamurra infame.
<> latra dall'intimo
Sen di Tergeste l'imperial carnefice;
<>. E il tuo sanguineo
Capo, Oberdàn, ci getta.








Nella foresta

Per la sacra foresta rifiorente all'aprile
Passa Rama da' grandi occhi di loto,
Il venerato Risci, l'eroe fiero e gentile
Ne' Vedi saldo e ne' tre mondi noto.
Splende l'arco al suo dorso, come recente luna
Sopra le spalle di selvoso monte,
L'arco, ond'ei può gli abissi sconvolger di Varuna
E star del sole e della morte a fronte.
Scostano riverenti al suo passar le braccia
Le fronzute butée dal fior giocondo,
Ch'a' mimusòpi d'oro in densi amplessi allaccia
La stagion che rifà giovane il mondo.
Il pavon maestoso, tra le michelie in fiore,
<>, trepido dice;
E, topazj volanti, i colibrì in amore
Pispiglian: <>.
Meravigliati in riva dei puri fiumi stanno
Gli elefanti, che ferree hanno le membra,
E traendo l'adunca tromba dalle acque, vanno
Mormorando fra lor: <>.
Pur, come fosse a lui sigillata la fonte
D'ogni saper, come se vinto e morto
Fosse alla gloria, ei lento va, con dimessa fronte,
In un pensiero, in un mistero assorto.
Lo vede Indra, l'amico nume, e in tre passi viene
Al mesto eroe. Tace la selva intorno
Al dio presente; fermano il vol l'aure serene;
Fiammeggia, qual per doppio sole, il giorno.
<>
Sollevò Rama al caro nome le ciglia, e al dio
Girato intorno da man destra: <>
S'ottenebrò il custode nume, e con guardo fosco
S'eresse all'aria come nube. Oppresso
Da un improvviso nembo scroscia il profondo bosco,
Mentre il cor dell'eroe geme sommesso.









Agone

A me co' lirici fiori Stesicoro
Insegnò l'epiche ghirlande a intessere;
Insegnò Empedocle a temprar l'animo
Entro alle vergini fonti dell'essere.
E' tuo, sicelide musa, il vulcanio
Licor, che l'arabe mie vene avvampa;
E' tuo, titanico monte, lo spirito,
Che contro agl'idoli igneo s'accampa.
Ma la difficile arte de' facili
Ritmi e l'ingenua melode e il vivo
Gioco dell'agili rime, dall'ubere
Tuo seno, o italica musa, derivo.
Come gli alipedi cavalli inanima
Già presso al termine l'esperto auriga,
Ed erto il fervido flagel, dall'invida
Calca dilungasi, che gli diè briga;
Così nell'ansia de la vittoria,
Io questi aligeri miei carmi avvento,
E innanzi al torbido vulgo degli emuli
Sol co' più nobili resto al cimento.









Ebe

Te fuggitiva da l'Olimpo, allora
Che un'egra ciurma spiritale avvolse
Di fantasme atre la febèa dimora,
La terra accolse.
Ma non tepor di ciechi dòmi, al novo
Rito canori d'incompresi pianti,
Non silenzio d'impervj éremi, covo
D'esili santi,
Il tuo florido aspetto ebbe e il venusto
Lume che nei beati occhi ti ride,
Onde ascritto dei Numi al ceto augusto
Fu l'Almenide.
Chè non di fiacche mebra e luttuose
Menti in ferali sottiglianze assorte
Tu dea ti piaci e non d'anime irose
Prone alla morte.
Ben fra l'ombre uno stuol di giovanetti
Impazienti di servil costume
Spirar senti ne' liberati petti
Il tuo bel nume;
Tal ch'erti i colli vigorosi e aperte
L'anime a un'aura di remoti aprili,
Dispettando le sacre ire e l'inerte
Stupor dei vili,
Te, Bassaréo, di cure acri ristoro,
Diceano, te dicean, rosea Ciprigna,
Che delle grazie e degli scherzi il coro
Guidi benigna.
Ode il canto augurale Ausonia madre,
Odon l'itale muse, e un'aurora
Primaverile d'anime leggiadre
Le terre infiora.
Indi a qual con pensier provvido, e schietto
Costume e pure labbra al vero intende,
A qual di carità semplice in petto
Fiamma s'accende,
O che dell'arti vereconde al mite
Raggio l'innamorato animo inceli,
O al patrio bene in sagge opere ardite
Fervido aneli,
(Sol che in torbide brame oltre il segnato
Fine il poter natio troppo non forzi,
Ma signor di sè stesso ogni malnato
Impeto ammorzi),
Una fede operosa, una gentile
Esuberanza il tuo sorriso induce,
Si che placido e forte il giovanile
Tempo ei produce.
Ma tu, celere dea, più che fugaci
Petti al dolore ed alla morte sacri,
Del miglior de' tuoi fiori e de' tuoi baci
L'opre consacri:
L'opre ingegnose, onde il sapere e l'arte
Han perpetuo fra noi culto giocondo,
Ed ha del tuo rapido volo in parte
Compenso il mondo.
Tu le terre del ciel con repentino
Spirito accendi e le stanche ombre avvivi:
Trescan albe ed aprili al tuo divino
Passo giulivi;
Ed amor canta, ahi breve anch'esso, il forte
Nodo che il serra alla beltà: rapita
Dall'armonia flessànime la morte
Sogna la vita.
O graziosa dea, m'odi: se ancora
Serbi il fato il tuo viso al gener nostro,
E da te vivo pregio acquisti ognora
Opra d'inchiostro,
Del fragrante licore, onde immortale
Giovinezza alle pure arti consenti,
Or che nel lume di tue candide ale
Trepido i lenti
Occhi da lungi ripensando affiso,
Aspergi il verso mio, tanto che, dòme
L'invide serpi, nelle menti inciso
Viva il mio nome!
Non indegno di lui viva che tanta
Vena di melodia trasse dai cori,
Si che al patrio Simeto un'altra pianta
Porga altri fiori.
Felice! A lui le radiose cime
Tutte schiuse dell'arte un genio alato;
E amore e gloria, compagnia sublime,
Gli erano a lato,
Quand'ei, vergin d'affanni e di vecchiezza,
Posato il capo sul tuo sen fiorito,
S'addormentò nella divina ebbrezza
Dell'infinito.









Ballata


I

Siede su la recente fossa paterna il fosco
Giovine. Alla città bianca de' morti
Il roseo maggio esulta; nell'imminente bosco
Cantan gli augelli in vaghi amori assorti.
Ei pensa e geme: <>
Commossa alle dolenti voci la terra parve,
E si dischiuse. Dalla nera fossa
In bianche tele avvolto uno scheletro apparve,
Onde il giovin tremò fin dentro all'ossa.
Su su da la sdrucita bara s'eresse a pena;
Mirò stupito il caro volto, e sulla
Polve, piegata in arco la scricchiolante schiena,
Segnò col dito una parola: Nulla.

II

<>









Mors et vita


I

Su su dalla tenebra fitta,
Che sopra alle cose si stende,
La Morte, fantasima invitta,
Al trono dei secoli ascende.
Al gelido soffio dell'ale
Abbrivida l'ampia Natura,
Vacilla la face vitale,
L'aureola dei numi si oscura.
Che fuga di trepidi dorsi!
Che eccidio di glorie, d'amori!
Su' campi mietendo trascorsi
L'oblio sparge i nivei suoi fiori.
Silente ella sorge, ella ingombra
Del cielo la vivida mole;
E immane allargandosi, adombra
Gli specchi fiammanti del sole.

II

Ma come di nubila balza
Che fosca nell'aria torreggia,
Se il roseo mattino s'inalza,
Indorasi l'orlo e fiammeggia;
Così dietro all'ombra solenne,
Se un raggio d'amore la invita,
Furtiva, tenace, perenne
Si affaccia, si spande la Vita.
Ignara di fato, di dio,
Di loco, di tempo, di mira,
Beata in un florido oblio
L'eterno presente respira.
E mentre ogni cosa in lei muta,
E il Tutto di lacrime stilla,
Sul torbido oceano seduta,
Com'iride immota essa brilla.

III
O tenero verde ridente
Per l'avide rime de' lidi;
O appeso alla roccia imminente
Fecondo tripudio di nidi;
O anima umana, fanciulla
Che il nume fuggevole agogni,
E assisa fra un'urna e una culla
Ritessi la tela dei sogni;
O armato pensiero, che movi
Di strani castelli all'assalto,
E attorto da serpi e da rovi
Prorompi svolgendoti in alto,
La Vita e la Morte abbracciate
Vi guardan dall'arduo sentiero;
E al baratro immenso piegate
Le teste, susurran: Mistero!









Febbrajo

Sempre che con tepor primaverile
Scota il vario febbrajo i sonnolenti
Arbori, e desti su' deserti rami
Tenero verde e intempestivi fiori,
A voi, facili sogni, a voi, speranze
Lusinghevoli, io penso, onde s'ingemma
Anzi tempo l'incauta giovinezza.
Datrice alma d'inganni. Irato a un tratto
Del concesso governo urla aquilone,
Stagna i vividi succhi, abbrucia i novi
Germogli, i fiori isterilisce, e a volo
Precipitando dall'etnea montagna,
Di subito nevischio i campi inalba.
Guarda il mite cultore, e con un triste
Riso scrollando la vellosa testa:
Bene, esclama, più ch'altro a te s'addice
Il morso di rovajo, o impaziente
Mandorlo, a cui si tarda la stagione
Dei fiori; ben a te pronta a dar foglie,
O acacia infruttuosa; un'aura dolce
Basta a sedurvi. Nascerà fra poco
Zefiro con aprile, e invan tra' vostri
Aridi stecchi lene sospirando,
Chiederà all'uno i saporosi frutti,
All'altra i mazzi degli eburnei fiori.
Ma della vigna, ch'ancor freddi e brevi
Dal ceppo screpolato alza i potati.
Salci, simili a dita, e ben fu saggia
Di non destarsi all'aure ingannatrici,
Pender vedremo nel pomoso autunno,
Quali mamme caprine, i pingui grappi,
Onde il licore dell'oblio si spreme.









A Leone Tolstoi

ODE


O d'un cor puro, d'una grande anima
Verace, fiammante parola,
Regnar la terra, la morte vincere
Ben puoi tu sola!
Tu dal letargo ferin le torpide
Umane caterve ridesti;
Gl'ingegni alati governi, gli animi
Servili investi.
Con improvviso fragor di fulmine
Le tresche regali scompigli;
Dei tenebrosi farisei sgomini
Gli empj consigli.
Tu le gelose gare, tu gl'invidi
Conflitti fraterni reprimi;
Benigna incieli gli onesti, i reprobi
Severa adimi.
Fiotto perenne tu sei, che i cardini
Corrode alle rupi giganti;
Flagel di foco sei che dal tempio
Caccia i mercanti.
Fremea tra' sonni del Volga un demone
Vermiglio: <>
Solcava un tetro baglior d'incendj
L'ombra atterrita.
Briareo sorse; le braccia ferree
Vibrò contro al ferreo destino
Inorridito crollò le gemmee
Torri il Kremlino.
Ma dietro al rosso fantasma oh flebili
Baldanze, o terrori e delitti!
Oh imperiali macelli e scempio
D'eroi sconfitti!
Ben più feconda ne' freddi esilj,
Nell'ombra d'esizj feroce,
O di Yasnaia pensoso apostolo,
Fu la tua voce.
Sia che del core gli abissi interroghi,
E n'apra i responsi a' malvivi;
Sia che salubri linfe da' mistici
Gorghi derivi;
O che le pugne brutali e gli ozj
Dei forti e le oscure ruine
Con sovrana arte scolpisca in pagine
Adamantine;
O per gl'industri tugurj, esempio
Sdegnoso alla mandria proterva,
In fabril vesta, le membra ad infime
Fatiche asserva:
Sia che pietoso fuor de la tenebra
Gli erranti mortali richiami;
E del tuo pane, del tuo cor gli umili
Conforti e sfami;
O che selvaggio di contro a' despoti
Ribelli dottrine asserragli,
E le mendaci furie con placido
Lume sbaragli;
Salve, o tu padre d'alte idee; provvido
D'audaci astinenze maestro
A un'operosa stirpe cui domano
Fame e capestro!
Gloria a te, vecchio sublime, rovere
Indocile al turbo imminente:
D'un'età nova, dun novo popolo
Simbol vivente!
Per l'aule dotte di Kief bestemmj
L'anfibia congrega vigliacca;
Su petti inermi briaca infurj
L'ira cosacca;
A la tua sacra canizie attorcasi
L'anàtema stolto: che vale?
Il tuo pensiero, sole dell'anime,
Splende immortale!









Elena

Poi che da pria nel talamo furtivo
Trasse il frigio garzon l'inclita druda,
E tutta radiosa all'aer vivo
Mirò la nuda
Beltà, che tanto i greci cori infiamma
Da scemar fede all'amatusia dea,
E che accendere poi di minor fiamma
Ilio dovea,
Trepido e di sè fuor quasi e di brama,
Di riverenza incerto i sensi ardenti,
Così, cadendo in su' ginocchi, è fama,
Sciolse gli accenti:
Donna, fantasma, dea, come e con quali
Preci ti chiamerò, se tanto a' miei
Occhi tu splendi, e tanto agl'immortali
Simile sei?
Dunque vive quaggiù, vive, e d'umana
Forma quel luminoso idol si cinge.
Ch'io di sogno stimai parvenza strana,
Che amor ne finge?
O non è questo, ove di terra a un punto
Un'occulta virtù leva il cor mio.
L'Olimpo? Al trono de' celesti assunto
Or non son io?
Pur dalla coppa d'oro Ebe a me versa
Il licor degli Dei; ridono, invase
Di fulgor novo e d'armonia diversa,
L'eteree case.
Ma no, tu parli, tu sorridi: oh dolce
Voce, cui pari non udì l'eliso;
Non le mense di Giove un riso molce
Pari al tuo riso.
Deh, qualunque tu sii, beltà divina,
O su la terra o nell'Olimpo io sia,
Te certo amore a' baci miei destina;
Sei qui, sei mia
Verrà, nembo di guerra, alle fatali
Mura la congiurata oste, e di pianto
Cresceranno e di sangue, ahi, le immortali
Acque del Xanto.
E tu forse, pietosa Ecuba, ad uno
Ad un vedrai di ferro empio i tuoi figli
Procomber tutti, e qual leon digiuno
Spiegar li artigli
Ne' penetrali augusti e passar bieco
Sopra il corpo di Priamo il vincitore,
Strappando all'ara, a cui si stringon teco,
Le regie nuore.
E trascinato nella polve anch'io
Sozzo la chioma, livido la faccia,
Sotto al piè del rivale io che fui dio
Nelle tue braccia...
Pur non sarà, se avvien ch'a' colpi suoi
Te chiamando quest'anima si sciolga,
Che dalla mente servatrice i tuoi
Baci mi tolga
Verrà; ma tra le fiamme, in cui s'invola
Pergamo a' pianti dell'iliaca sposa,
Tu passerai, bellezza aurea, tu sola
Vittoriosa.
Languiranno all'età, quando pur voce
D'aonio vate l'alte gesta avvivi,
Gli eroi, cui dell'altrui vita l'atroce
Strazio fe' vivi;
Ma te, quanto Amor viva, in qual sia parte
Dolenti opere spii l'etereo sole,
Te bramerà, più che vigor di Marte,
L'umana prole.
O beltà, salve! Alle tue rosee leggi
Nascono l'arti e i docili costumi;
Eterna vivi, onnipossente reggi
Uomini e numi.









Scytharum Solitudines

Meglio, Zamboni, vagar le scitiche
Steppe e fra nebbie avvolgersi
E in una tiepida isba sognar:
Per desolati banchi, per nivei
Greppi, sdegnoso spirito,
Una fuggevole forma incalzar.
Su pe' deserti di ghiaccio scivola
Nera una slitta; fumido
S'addensa l'alito dell'irto can;
Taglian li abeti tetri il bianco aere,
E sovra il capo all'esule
Presagi funebri parlando van.
Dietro, un immane colosso ch'agita
Cieco il flagel sanguineo,
E su' morti ulula ghignando: urrà;
Dinanzi, aperte le immense fauci,
Misterioso baratro,
L'inesorabile Siberia sta.
Ma nel diverso martirio, indomito
Scava il ruteno Encelado,
Scava dell'orrido colosso il piè;
Scoppia il feroce pensier di Bàkunin,
E fiammeggiando all'aure
Pasce il venefico sangue de' re.
Avanti, o invitta stirpe: a' patiboli
Ridon le maschie vergini;
Sognano i martiri dentro l'avel;
Ecco, alla nova gloria rinascono
Ecco, vermigli démoni,
Gl'inni di Rileif squillano al ciel.
Son tue, gagliarda stirpe, le floride
Speranze e la selvatica
Possa ed all'opere l'audacia ugual;
Tue son l'ebbrezze sante, tue l'epiche
Pugne e fra gli ardui studj
Le febbri indocili dell'Ideal.
Chi la novella Roma, chi il provvido
Regno?... Tu Roma? Cesare
E' questi? L'inclita curia sei tu?
Giace a Staglieno, giace nell'isola
Sacra l'onore italico;
Fosca la storia mormora: Ei fu!
Una disfatta gente qui l'anima
Invereconda strascica
Sopra le glorie d'un' altra età;
E, sterco e sangue cibando, il traffico
Sul Tarpeo monta, e al popolo
Plaudente celebra la sua viltà.









All'utopia

O che gli esperj boschi o di Cirene
T'accolgan gli orti, o presso il mauro Atlante
O dell'erculea Gade a le serene
Valli, raggiante
Forma, ti avvolga; o che tra l'auree faci
Onde l'azzurra immensità sorride,
Di promesse alimenti e di baci
L'alme a te fide;
A te, come ad amante, ansano i petti,
Che stranieri alla colpa, al dolor noti,
Al Buono, al Bello audacemente schietti
Vivon devoti.
E tu benigna al pensator, che il bieco
Secol dinanza e tra un cader di numi
Nuov'erte ascende imperturbato, il cieco
Tramite allumi.
Del magico destriero erto sul dorso
Te per impervj regni urge il poeta:
In te dell'ansie ardimentose il corso
Fervido acqueta.
Ma chi dell'oggi vive e la codarda
Anima in cupidigie acri tormenta,
Te stolto irride, te chiamar bugiarda
Maga si attenta.
Misero! E tu fra tanto, oltre a' mortali
Tumulti, immersa in un albor di puri
Sogni risplendi, e verità immortali
Nel sen maturi.
Tal Galassea, che in un vapor sereno
Casta delude i nostri audaci voli,
Nutre un'immensa nel suo latteo seno
Festa di soli.
In te dal rogo indeprecato il guardo
Ultimo eresse il redentor di Nola;
Udì fra' ceppi lo Stilan gagliardo
La tua parola,
E sorse: alla solare isola accolto
Dagli strazj trentenni ebbe ristoro;
E incontro gli movean con lieto volto
Platone e Moro.
Tu per ignoto a' tristi arduo sentiero
Il destin delle genti unica guidi;
O pietosa Utopia, madre del vero,
Sempre a noi ridi!
Ridi a noi come allor che il tuo più vago
Nimbo acceso del Cristo al capo biondo,
Tutto mostravi al suo sguardo presago
Libero il mondo,
O come a' dì ch'austero a una rissosa
Gente augurando i tuoi regni vicini,
Del futuro salia la gloriosa
Erta Mazzini.
Per te Giustizia e Libertà, ne' tuoi
Regni vissute ed invocate, ahi quanto,
Vincon la notte mostruosa, e a noi
Scendono, intanto
Che radiosa di fraterno zelo
Carità schiude le infinite braccia,
E in un culto d'amor la terra e il cielo
Provvida allaccia.









Per la mia candidatura

Invano all'aula sonante, o Bovio,
M'alletti: altr'aure, altr'arte; insolito
Pomo innestar su lento
Salcio, insensato agricoltor, non tento.
Rubesto il rovere poggi, e tra l'ispide
Braccia le nebbie ravvolga e il turbine;
Susurri a la feconda
Aura, lieta di pan l'arista bionda.
Te dalle rigide veglie, onde spazii
Sereno, e l'ardue leggi dell'essere
Sforzando, i più sublimi
Campi d'un'orma fiammeggiante imprimi,
Caccia alle impavide tribune un genio
Pugnace: tuonano le sale; pallido
Su la contesa scranna
Sejan, di colpe mercator, s'affanna.
Me da babeliche tresche, da livide
Gare, onde scarnasi tra fango e triboli
Il cittadino gregge,
Cui nume il lucro, e la vendetta è legge,
Natura e provvido studio dividono;
Me non vincibile sdegno con triplice
Vallo e con doppio muro
Tien dal civile infuriar securo.
Cheto dall'avida città dilungasi
Il borgo; aerea la casa spazia
Su' campi e gli orti aprici,
Fra l'Etna e il mare, i miei due grandi amici.
Pe' consapevoli recessi un roseo
Volto, una candida fantasma aggirasi
Lieve: del mio tremore
Ride furtivo in fra le tende Amore.
Odi: su gli ebani parlanti un brivido
Passa; quai démoni fra l'ombre e i murmuri
Del rifiorente bosco,
Riddano i sogni tuoi, Beethoven fosco.
Riddano. L'anima fragrante spirano
Ne le majoliche strane le pallide
Rose: ad ignote sfere
Migra, migra con dolce ala il pensiere.
E che? Non l'animo feroce assonnasi
Tra' fiori, o vagola perplesso: furono
Sempre al mio cor dispetti
Braccia inerti, egre menti, ambigui petti.
Come selvatico sparviere stridere
Spesso odon l'improbe congreghe il fervido
Sdegno, e qual brando terso
Martellar sopra i lor capi il mio verso.









Crepuscolo

Per l'ampio deserto dei piani mietuti
La sera i fragranti suoi veli diffonde:
S'indugia l'augello tra l'aride fronde,
Trillando a la luce gli estremi saluti.
Qual vitreo profilo di magica barca
Che il fervido mare dei sogni veleggia,
Su' rosei vapori, che adombran la reggia
Del sole caduto, la luna s'inarca.
Susurri vaganti, selvagge fragranze
Esalan da' pori dell'ombra infinita:
Memorie indistinte, confuse speranze
Esalan dai cuori confitti alla vita.
O nato all'affanno d'impervj misteri,
Il fascino accogli dell'ora, e ti adergi:
Su l'ala, che sfida la fiamma dei veri,
Nel baratro vivo dei cieli t'immergi!
A te, se infierito non t'abbiano il senso
Circéi beveraggi fra lutei diletti,
Non biechi divieti, non termini abjetti,
Non mostri o giganti precludon l'immenso.
Non odi? Dal grembo dell'isole erranti
C'han pari alla terra le fasi e i destini,
Un popol secreto di spiriti affini
Te chiama con voce sol nota agli amanti.
Mille esseri novi non anco spiati
Dall'avida lente che i cieli disserra,
Veduti soltanto dall'alma dei vati,
Sentiti da' cori cui poca è la terra,
D'audaci richieste premendo l'ignoto,
Urtandosi a' valli dell'ombra aborrita,
A te simiglianti sollevan pe 'l vuoto
Un inno, tra' solchi di morte, alla Vita.
Nell'alto, nel fondo, dintorno, per tutto
Discorre, s'avvolge l'armonico fiume;
E Amore sovr'esso, benefico nume,
Varcando in trionfo ne accende ogni flutto.
Distendi, bel nume, le magiche anella
Per l'etere eterno, fra l'isole estreme:
Ogni ente che vive, che spera, che geme,
Le schiatte, le specie, le cose affratella!
O cuore del mondo, con mistico suono
Il caldo tuo sangue nel Tutto si versa;
Le leggi degli astri tuoi palpiti sono;
Tuo spiro immortale la vita universa.
Ascendi, bel nume, l'altissima sede
Cui d'idoli ha sgombra la spada del Vero
Degli esseri tutti tu l'unica fede,
Tu l'unica luce dell'arduo mistero!









Alta Quies

Bianco fra' nericanti orti il villaggio
Posa ne la quieta alba lunare;
Addormentato sotto al niveo raggio
Palpita il mare.
O bella pace, agl'innocenti petti
Solo nel sonno e per brev'ora scendi;
Su l'egre cure, su' mordaci affetti
L'ala distendi.
Te la terra, te il ciel chiama, te quanti
Ansan fra' gorghi della vita assorti;
Te, sorda a' voti de' pugnaci amanti,
Godono i morti.
A te, del sonno e della morte figlia,
Drizzi il vano desio l'età rubella;
Con le tue labbra alfin tu le mie ciglia
Stanche suggella.












Padre Santo ed i combattenti di Luce


Nella prima metà del mese di gennaio, si spense a Catania, dopo vita lunghissima ed operosa, , Monsignor Santo D’Arrigo, da tutti conosciuto come ‘padre Santo’. Aveva 94 anni e da qualche tempo sopportava una grave infermità, che non gli impediva comunque di dedicarsi a quella che fu la sua precipua missione: l’amore per gli ultimi, i diseredati, i bisognosi, nella fascia sociale dei giovini del popolo. Era un figlio egli stesso del popolo, ed a loro si consacrò. La sua scomparsa, rappresenta un monito un presagio ed un segno, interpretabile con duplice valenza, per la comunità catinense, speculum dell’intiera umanità. Se risponde al vero l’affermazione di Madre Teresa di Calcutta, che si è strumento nelle mani di Dio onde compiere il suo volere nell’ajutare i bisognosi, padre Santo fece esattamente questo. Creatore della "Città dei ragazzi", una autentica istituzione ove venivano, e vengono, raccolti i figli di famiglie disagiate e con problemi psicofisici, aiutati ad inserirsi nella vita sociale, nonché dell’Istituto San Giuseppe e dell’ICAM, fu sopra tutto un autentico uomo di Dio, dedito per più di cinquant’anni alla missione evangelizzatrice, nel popoloso e povero quartiere degli Angeli Custodi, ai margini delle vecchie mura caroline di Catania, oltre la via del Plebiscito, rione ingranditosi nel disagio e confinante coll’altro di simile destino, di San Cristoforo e dell’adiacente ‘Tondicello della Plaja’, ove solo e solamente la presenza non tanto della Chiesa quale istituzione, quanto di autentici ed energici uomini di Chiesa, potenti nella società (dell’epoca) perché dotati di fortissima personalità ed ampio carisma, ha potuto costituire il baluardo a cui quelle genti, senza quasi nessun riferimento di quella entità, sovente veduta qual nemica, che si appella ‘Stato’ (similmente il Comune e le altre istituzioni), si sono aggrappate, per molteplici desiderata. In quelle zone, che gli sciocchi e gli inetti mostrano di negligere in vece di maggiormente amare, esprimendosi al riguardo colla ipocrisia tipica de’ farisei evangelici, padre Santo era una istituzione, un uomo di potenza cristiana, in molti modi. Non era il solo. Poco distante dalla ‘sua’ chiesa, quella degli Angeli Custodi, l’altro tempio di piazza Caduti del Mare noverava il rettore (anch’egli scomparso, da qualche anno) padre Pignataro, altro personaggio autorevole della zona. Erano tempi in cui il popolo poteva rivolgersi, come ben è stato scritto nell’articolo funebre, a padre Santo ed ai suoi simili per cercare, ed ottenere, lavoro, per essere concretamente e non con vuote parole, aiutati, per avere lo spazio onde esprimere liberamente e senza svilire la propria dignità, quel che la persona umana può di bello produrre. E’ sempre stato un equilibrio difficile, ma codeste personalità vi son riescite. Altri loro succeduti, poco o nulla.
Il significato etico che si può raccogliere dalla lunghissima strada percorsa da padre Santo nella vita terrena, da studioso agatino (pubblicò noti volumi sulla patrona della città) a benefattore dei più umili, è molteplice, ma dai sensi sostanzialmente unitari. Notiamo in questi tempi di accentuata, strisciante e silente crisi economica ma sovratutto morale, il bisogno della presenza attiva nel territorio di tali figure carismatiche, delle quali purtroppo vi è grande carenza. "Se non vi convertite e diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt.18,3), pure pochi notiamo aventi l’entusiasmo, la semplicità, la passione della conversione pura (qui il termine va oltre, come si intuisce, lo stretto senso dottrinario del cattolicesimo: in tale accezione, si può ‘convertire’ chiunque e da qualunque punto di vista si osservi), ovvero la gentilezza d’animo, il garbo e l’amore: condizioni imprescindibili per un vivere civile. Notasi un vero imbarbarimento dei costumi, che il tramonto terreno dei pochi personaggi di epoche trascorse, rende ancor più triste.
Che fare dunque? Crogiolarsi solamente nel ricordo de’ tempi passati, oppure gironzare nei territori, come Osiride che civilizzò coll’amore e senza uso di armi, senza guerre ma con la pace (narra Plutarco) l’Egitto, come Gesù che trascorreva di contrada in contrada insegnando le beatitudini, cercando gli uomini adatti a seguire il suo messaggio? Non v’ha altra scelta, senza tuttavolta obliare, anzi innalzando a vessilli, le glorie del passato, che servano di sprone verso il futuro. Del resto, non qui si vuole esser naturalmente pessimisti. Esistono realtà, laiche od ecclesiali o religiose in senso lato (poco importa, in senso ecumenico), le quali nel silenzio nella discrezione nella umiltà davvero francescana, svolgono il loro servizio a pro di chi ha bisogno, senza trombe o mostre ipocrite. Sia singolarmente che in collettività. L’esempio che ciascuno, di retto sentire e percorso dall’Etica illuminata della Luce, porge a se medesimo ogni giorno, fugando i fantasmi delle tenebre, non ha e non può avere mànti di religione o di sbandierato anticlericalismo. Vi è da notare che, ad onta di associazionismi cosiddetti laici e senza nulla togliere ad essi, in particolare al Sud e precipuamente nelle città, nei paesi ove sono zone popolate da gente bisognosa, è stata la Chiesa nell’incarnazione di codesti lottatori del Vangelo, a costituire il segnacolo che abbatte il funesto manto delle tenebre. Queste ultime però son sempre pronte a ricoprire vaste plaghe. Utilissima opera sarà impegnarsi in tale asperrimo ma entusiasmante combattimento. Perché la Luce vinca, anche se le tenebre non son capaci di accoglierla.

Presentazione

"Otium sine litteris mors est, et hominis vivi sepoltura" (Ep.82,3). Con questa sentenza Seneca avvertiva che la vera morte non è nel dissolvimento del corpo, ma nell’oblìo della più gran risorsa donataci da Dio, la creazione intellettuale. Erodoto, il padre della storia, affermò di scrivere perché non cadessero nella dimenticanza fatti prodigiosi, nel prologo della sua grande opera. L’ambizione nostra è di lasciare un piccolo segno, "nulla dies sine linea", trasvolando intorno a svariati argomenti, alla moda ed all’uso dei nobili secoli.
Mentre così si vuole iniziare, al passo co’ tempi epperò saldamente ancorati al passato, nella fermissima convinzione che senza di questo non v’ha presente e senza il presente non esiste il futuro, l’avventura nel pelago di Internet, di codesto ‘blog’, se risponde al vero che tale termine è inteso qual diario, da parte nostra si sceglie di preferire la forma epistolare (del resto nobilitata da altissimi ingegni), al fine di intraprendere un dialogo, auspichiamo denso di mèssi, co’ lettori. La scelta del luogo da cui le lettere si dipartono verso il mondo, la sempre rifiorente città di Catania, percorsa dal mitico e reale fiume Amenano il quale scorre occulto nelle viscere della provincia sicula dell’Etna, poi si disvela nel cuore della antica e moderna città, sfociando nello Jonio mare che bagna la costa orientale, è non tanto geografica, quanto mitopoietica, simbolo dell’anima, allegoria per chi sa comprendere.
"Maestro, dove dimori? Dice loro: venite, e vedrete" (Gv. I, 38-39).