sabato 9 settembre 2017

Baronìa di Sciarotta, ovvero della vendemmia






Baronìa di Sciarotta, ovvero della vendemmia

Sciarotta è una contrada del territorio di Bronte, in quel di Sicilia, appié dell'igneo etneo vulcano, esattamente ad ovest dell'antico abitato che prende il nome dal mitico ciclope del Tuono, uno dei compagni di Polifemo, che la selvaggia cattiveria di Odisseo accecava, egli che era stato segnalato da Palamede perché nascostosi onde non combattere,  poi passato per eroe. Bronte ebbe fausta sorte, così il paese etneo a circa 750 metri sul livello del mare, conosciuto in tutto il mondo come la "patria" del pistacchio, questo frutto magico da' colori della bandiera nazionale italiana con predominanza del verde (la drupa è rossa però, la buccia bianca, solo il cuore intensamente verde), tanto da essere conosciuto in tutto il mondo con la particolare denominazione di "oro verde", la cui squisitezza ha fatto ottenere in anni recenti la certificazione europea DOP.    

Bronte è famosa nel mondo perchè un celebre condottiero, l'ammiraglio inglese Horatio Nelson, fu nominato dal Re di Sicilia e Napoli Ferdinando, Duca di Bronte, dopo la folgorante vittoria di Abukir (1798), che sconfisse l'armata di Napoleone: ancora oggi nella Ducèa vicino Maniace, visitabile, sussistono ricordi dell'eroe del Nilo. Per tutta la vita egli volle firmarsi "Nelson e Bronte". Le celebri sorelle Brontè, autrici di Jane Eyre e Cime tempestose, prendono il cognome dal paesino etneo. Altresì nella fondazione moderna di Bronte, intorno alla metà del XV secolo -i Capitolari sono andati perduti ma lo storico locale B.Radice ne ha ricostruito la genesi- sono coinvolti gli Epiroti, qui anche detti Albanesi, profughi dopo la conquista mussulmana di Epiro ed Albania. Come a Biancavilla (lo si è scritto nel libro "Il Regno di Epiro nell'Europa di ieri e di oggi", Akkuaria 2016) direttamente fondata dagli epiroti per volere della sacra icona bizantina di Maria SS. dell'Elemosina, così a Bronte una nutrita colonia di profughi dalla terra d'Epiro venne accolta e partecipò alla nascita moderna della comunità brontese.  Ancor oggi, nel linguaggio dialettale locale, sopravvivono termini greco epiroti sia nei cognomi (Schillirò, Zappia) che nel linguaggio dei contadini: cònca o braciere da kùnk, fumèri o letame da fumèr, cuppìnu o mestolo da kupin, ed altri. L'eredità dell'Epiro vive ancora nel parlare del popolo brontese...   Di Bronte fu il filosofo e sacerdote settecentesco Nicola Spedalieri.  A Bronte nell'agosto 1860 accaddero celebri tumulti popolari che Giovanni Verga ha riassunto nella novella Libertà.

Sciarotta si è formata, come suggerisce lo stesso nome, "sciara rotta", dal continuo combattimento fra l'Uomo e la Natura, questa eterea Diva che ambiguamente attrae e respinge l'abitatore della Terra: così alle millenarie eruzioni laviche che, sino al XVII secolo, hanno caratterizato il territorio brontese e quello di Sciarotta in particolare, si contrappone la mano ferace del contadino, che spaccando la brulla sciara lavica ove nulla più può ricrescere per almeno un centennio, ha però permesso che la pianta del pistacchio, le cui radici sono solidissime, allargasse le pietre solidificate e crescesse laddove morte e distruzione coprivano densi campi. Accanto a Sciarotta scorre il fiume Simeto, l'antico Symaethus de' Greci e Romani che giunge oltre Catania; la fòrra che lo scava è parco naturalistico, le sue acque entro le antiche saje, canalette di argilla, alimentavano le terre ed i feudi sciarottàni sino al secolo XIX.   Oggi quartiere popolato nella sua parte nord (tanto che il comune di Bronte, cui si deve dare atto di curare con attenzione e serietà quella contrada nei suoi aspetti, ultima la sistemazione della bevitoja pubblica che biforca la strada zonale) con case popolari costruite nel secondo dopoguerra, nella parte inferiore (detta anche nei toponimi, Giandalamonica o Sciarotta sùttana) è tradizionalmente luogo ove i brontesi agiati hanno seconda casa e sovente vanno a coltivare le loro terre, piccole o grandi che siano. Fino agli anni sessanta, solo la provinciale era asfaltata, le stradine interne tutte sterrate; quasi nessuno aveva muraglie confinarie se non pietre e muriccioli; adesso l'hanno quasi tutti, o tempora o mores.  Ivi, a Sciarotta, nelle terre e nei feudi, impera la coltivazione del pistacchio brontese, importato in Sicilia da' Persiani del Khorassàn -di alta razza- durante il X secolo d.C., ma non solo: vi sono ulivi secolari dall'ottimo frutto oleario, sacri anticamente ad Atena; filari di opunzie altrimenti detti fichi d'India perché gli Spagnoli quivi le importarono dalle Americhe dopo le conquiste di Còrtes e Pizarro: i frutti caldi e giallo-rossi del ficus indica, oltre a rammentare i colori della gloriosa bandiera del Vespro siciliano, sono alimento completo, dolcissimi e in quella zona particolarmente nutrienti perchè densi di zolfo, attinto dalle profondità dell'Averno.

Ma nei feudi sciarottàni, almeno in quelli lasciati in stile XIX secolo, ferve la vite: e non la vite coltivata ma quella spontanea che cresce sui muretti e sotto le pietre, la vite nera da vino. Lo stesso vino, siamo certi, che rese ebbro Bronte e suo cugino Polifemo, poi dannato a soffrire per assenza di Luce.    Ma la Luce le uve di Bronte, la fanno sfavillare a fine agosto e inizi settembre di ogni anno, tempo di vendemmia. Almeno per chi ha codesto culto ed ancora, nella massima umiltà, senza fronzoli, tornando umano, si sbraccia e sin dalle ore antelucane raccoglie con semplice taglio del coltellino, i maturi grappoli che profumano di Eternità, duri e carnosi come le mammelle della Magna Mater, che erano numerose secondo le iconografie. Lì ci si abbevera per un tempo senza tempo. Lì è il silenzio della natura, nei feudi di Sciarotta, solo a volte qualche schioppo dei cacciatori ad inizio stagione, o qualche cane che abbaja al risorto carro di Iperione.    La vendemmia è atto di Amore, verso la Divinità e verso la Natura che senza chiedere nulla in cambio, dona il suo frutto. Come la mamma, che dà senza chiedere. La terra è davvero madre!

A Sciarotta vi sono anche alberi di mandorle, amigdala dolce ed amara per le confetture: residui di tempi in cui la fruttificazione era variegata e ci si teneva ben più di oggi. A volte rispunta il fico, figlio diretto del ficus ruminalis di Roma , ma la Sicilia non fu forse la prima e più densa di méssi, provincia dell'Impero?    Il suolo della sciara ròtta è scosceso, si sale e si scende per fòsse e scale difficili, urge il bastone nodoso del viàtore: ma nessuno cadrà, si può solo godere della Natura trionfante. Si sapeva che il vulcano è uno scrigno, l'Etna màssime: dopo la seconda guerra mondiale quei simpaticoni dei miliardari USA vennero in zona di Sciarotta perché qualcuno aveva suggerito che nel sottosuolo vi fosse il gas naturale, ed era vero: si intrapresero le trivellazioni, magari si pensava ad un nuovo El Dorado. Invece si capì che l'estrazione era costosa a fronte dei ricavi: i ricchi statunitensi sono gente d'affari, lasciarono perdere ed a Bronte rimase il piccolo nazionalismo di averci creduto. Ma il gas naturale sotto vi è davvero, come vi è il petrolio, tutti i tesori del mondo... Jules Verne nel "Viaggio al centro della Terra" non passa forse anche dall'Etna?

"Quid facias laetas segetes, quo sidere terram
vertere, Maecenas, ulmisque adiungere vitis
conveniat   (Georg. I 3)
"cio che rende lieta la campagna, questo o Mecenate canterò, come la terra si dissoda e si legano gli olmi alle viti..." Virgilio eternamente ci suggerisce che il canto della Terra è musica delle sfere, è in certo senso Fede, come è fede -se vogliamo laica- credere nella visione unitaria, monarchica, del mondo. A ciò servirono nell'evo medio, le baronìe, le terre che si legano ad un signore, il quale da esse prende il titolo, riconosciuto e conferito da Principe con fons honorum, come usava ieri, come usa ancor oggi, benché i costumi siano cambiati. Ma in Sicilia, nel Mediterraneo, in Oriente, ciò non tramonta mai, anzi risorge sempre, , come la fenice.    Virgilio e Marco Catone ci hanno insegnato come aiutati dalle stelle e dagli dèi, si debba curare la campagna, così Manilio; la certezza nella missione salvifica della Monarchia tra i popoli, ci da la sicurezza di essere verso il giusto cammino.

"Hic segetes, illic veniunt felicius uvae, \ arborei fetus alibi atque iniussa virescunt \ gramina" (Georg. ib 54-55), qui i cereali, la le felici uve crescono, laggiù i frutti su alberi ed erbe...  Allora il nobile nella sua terra, può dire con Virgilio delle Bucoliche (I, 46-47), nelle parole di Melibeo: "Fortunate senex, ergo tua rura manebunt, \ et tibi magna satis... " e Titiro conclude (83), "et iam summa procul villarum culmina flumant, \ maioresque cadunt altis de montibus umbrae", e mentre fumano i tetti del villaggio, maggiori dagli alti monti scendono le ombre: e fu sera, e fu mattina...

Il feudo di Sciarotta è proprietà della famiglia Prestianni Greco dal XIX secolo, ascendenza materna diretta del Commendatore con placca OEAE e Delegato della Real Casa d'Epiro Francesco Giordano, Barone di Sciarotta, con diritti e privilegi connessi e blasone, nominato per Lettere Patenti da SAR e Ser. Don Davide Pozzi Sacchi di Santa Sofia, Gran Principe d'Epiro, dal 4 giugno 2017.   Questa la blasonatura dello stemma, regolarmente registrato da Stemmario Italiano sin dal 2009: "Sbarrato ondato d'azzurro e d'argento, con il capo d'oro a due croci sovrapposte, la prima decussata greca scorciata patente a punta di lancia, la seconda greca scorciata trilobata, nere, entrambe vuotate in centro di un quadrato"

(FGio)


martedì 5 settembre 2017

Akkuaria Bookstore: Il Regno d'Epiro nell'Europa di ieri e di oggi, in promozione


E' online il nuovo bookstore di Akkuaria edizioni con una promozione speciale per il volume sul Regno d'Epiro, per questo mese

http://www.akkuarialibri.com/product/il-regno-depiro-nelleuropa-di-ieri-e-di-oggi/

venerdì 25 agosto 2017

Garibaldi a Catania, 24 agosto 1862 - 2017: la Legione Garibaldina ricorda l'Eroe dei due mondi





         Garibaldi a Catania, 24 agosto 1862 - 2017: la Legione Garibaldina ricorda l'Eroe dei due mondi

Al fine di consolidare la appena raggiunta Unità italiana mercé l'opera dei volontari in camicia rossa e della Monarchia di Casa Savoja, Giuseppe Garibaldi sbarcava nuovamente in Sicilia nell'estate del 1862, dopo appena due anni dalla spedizione "dei Mille". Stavolta l'impresa era la conquista di Roma: si concluderà tragicamente, come sappiamo, col ferimento dell'Eroe ad Aspromonte, in Calabria, da parte delle truppe regolari dell'Esercito unitario che aveva ordini dal governo Rattazzi di bloccare il Generale, non giudicando opportuna in quel frangente l'impresa.   Il governo Rattazzi cadrà per questo motivo pochi mesi dopo.  A 155 anni di distanza, Catania nella persona del suo Coordinatore Comandante della Legione Garibaldina, Cav.Dott. Francesco Giordano, ha ricordato la presenza del Generale Giuseppe Garibaldi nella città etnea -dove non era stato nel 1860- , dal cui centro lanciò il celebre grido: "O Roma o morte!".
Entrato accolto da una fiumana di popolo in Catania, la notte del 19 agosto dalla porta fino ad allora detta Ferdinanda e in suo onore ribattezzata Garibaldi, e sceso dalla medesima via che da allora porta il suo nome, il Generale giungeva all'incrocio con via dei quattro cantoni con via Etnea alloggiando al Circolo degli Operaj, ove veniva accolto dal suo presidente Pizzarelli: da lì, come ricorda una lapide apposta nell'anniversario, lanciava come già a Marsala e Palermo, il celebre grido "O Roma o Morte", arrigando la folla.
Le autorità catanesi si dileguavano alla presenza dei garibaldini: il Prefetto Tholosano si rifugiava su una delle due navi da guerra della Regia Marina ancorate al largo del porto di Catania, i nobili conservatori andavano nelle ville di campagna con la scusa dell'estate: le truppe regolari avevano lasciato passare il Generale e i suoi 4 mila uomini, dopo un abboccamento a Misterbianco ove pare egli mostrasse, come in altre parti dell'Isola, un salvacondotto speciale: lettera autografa di Re Vittorio Emanuele con cui aveva avuto segreti colloqui, che lo autorizzava all'impresa? Non si saprà mai, il Re ufficialmente aveva deplorato le sommosse e le truppe di Cialdini e navali di Persano erano in movimento. Garibaldi stesso però ricorda nelle Memorie, "coprendo" Casa Savoia, che era venuto in Sicilia onde evitare conati di separatismo, di antica radice: bastò la sua presenza per acquietare le masse.  
A Catania totalmente devota al garibaldinismo più che altre città siciliane, "degna di Palermo e della Sicilia intera, trovammo vulcano di patriottismo, uomini denaro vettovaglie per la mia gente": così ricordò il Generale nelle Memorie, perchè solo qui ebbe la totalità dei consensi e finanziamenti abbondanti.
Dopo aver girato la città onde fraternizzare coi catanesi, egli alloggiava nel Monastero dei Benedettini, la fortezza secolare, arca regia del potere dai tempi del Viceregno spagnolo, érta sulla sommità della collina civica, da cui si vede il mare: l'Abate Giuseppe Benedetto Dusmet, apostolo dei poveri che poi diveniva Cardinale di Catania e oggi Beato di santa Chiesa, lo ospitava ma non alloggiava col suo comando: solo il monaco Pantaleo, "ribelle" e per giunta cappuccino, non era ammesso dai nobili padri di San Benedetto.  Dal balcone del monastero, Garibaldi pronunziava il discorso che qui trascriviamo integralmente:

Proclama agli Italiani di Giuseppe Garibaldi 
  Catania 24 agosto 1862
Italiani! 
Il mio programma è sempre lo stesso – Voglio per quanto da me dipende, che il Plebiscito del 21 ottobre 1860 sia una verità, che il patto segnato dal Popolo e Re riceva piena esecuzione. 
Io m’inchino alla Maestà di Vittorio Emanuele Re Eletto dalla Nazione, ma sono ostile ad un ministero che d’italiano ha solo il nome, d’un ministero il quale per compiacere alla Diplomazia ordinò nel mese di maggio gli arresti ed il processo di Sarnico, come oggi provoca la guerra civile del mezzogiorno d’Italia per assicurarsi le buone grazie dell’Imperatore Napoleone. 
Un ministero siffatto non può, non deve essere più oltre sopportato – Inganna il Re, lo compromette come fece col proclama del 3 agosto, coll’ostinato municipalismo spinge al distacco le province meridionali, tradisce la Nazione. 
La livrea di padrone straniero non sarà mai titolo di stima, di onore per alcun ministero fra noi. 
Quand’io sbarcai in Sicilia. La generosa Isola stava sul punto si far sentire lo scoppio della sua disperazione – le provincie napoletane, niuno lo ignora, sono contenute solo da sorverchianti forze militari. 
L’amore e la buona amministrazione dovevano essere i fattori dell’Unità Italiana – I municipali prefersero l’opposta via – Odio seminarono e odio in larga parte raccolsero. 
Insensati! Vogliono, lo so, la guerra civile per aver campo di spegnere nel sangue l’avvenire della libertà e offrir vittime accette sull’ara del dispotismo. 
Io non consentirò per altro che si compiano gli immani desiderii – La formula del Plebiscito salvi un’altra volta l’Italia – Cessi ogni preoccupazione locale di fronte al gran concetto unitario – Si unifichi il cuore e la mente delle genti italiche nel gran fine del nostro Risorgimento – Il pensiero e l’azione di tutti i patrioti s’hanno da volgere esclusivamente alla impresa liberatrice di Roma – Il resto a poi. 
A Roma dunque, a Roma – Su, prodi del 48 e del 49, su gioventù ardente del 59 e 60 – Correte alla Crociata Santa – Noi vinceremo dacché per noi sta la ragione, il diritto nazionale, la coscienza universale. 
Grandi speranze suscitammo nel mondo colla nostra rivoluzione – Bisogna più e più sempre giustificarle. 
Son certo che il popolo italiano non mancherà al suo dovere – Così fosse fin da ora a noi compagno il prode Esercito nostro! 
Italiani! Se qualche cosa io feci per la Patria, credete alle mie parole – Io sono deliberato o di entrare a Roma vincitore o di cadere sotto le sue mura – Ma in questo caso stesso ho fede che voi vendicherete degnamente la mia morte e compirete l’opera mia. 
Viva l’Italia! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio! 
  G. Garibaldi

Erano intanto giunti due vapori e il Generale, scrive nelle Memorie, "dall'alto della torre" (in realtà la cupola: da allora in poi fino a non molti anni fa, dal lucernario di essa si levava una luce tricolore...) "del convento dei benedettini che domina Catania, salutai quelle navi con lo sguardo appassionato di un amante".  Il giorno successivo egli e oltre 2500 uomini si imbarcavano al porto catanese su due piroscafi, Dispaccio ed Abatucci, uno italiano l'altro francese, di cui il Generale prese possesso giustificandosi pel fatto che, occupando Napoleone III Roma, egli ben poteva usare "un suo legno per una notte". Stipati gli uomini, non ne contennero le navi oltre duemila: le fregate della Regia Marina salpate, non impedirono il passaggio dei garibaldini. Dai documenti oggi pubblicati, la rabbia del Capo del Governo Urbano Rattazzi è evidente dai telegrammi in cui, corrispondendo coi Prefetti di Messina ed Acireale, non si capacita come le Regie navi abbiano potuto non fermare gli insorti: i comandanti avevano però ricevuto un telegramma, ove si invitava sibillinamente da Roma a pensare al "bene del Re e della Patria": Vittorio Emanuele II coprì fin che poté il Generale e probabilmente agirono anche altre entità. Non fu così purtroppo sbarcati i garibaldini in Calabria, ove la volontà di Rattazzi ebbe la meglio e le Regie navi bombardarono i rivoluzionari, che si inerpicavano sui monti, sino a Gambarie d'Aspromonte: il resto è noto. L'Eroe era condotto alla "disciplina" dalla ragion di Stato!
Catania che mai ha dimenticato l'amore verso Garibaldi e ne serba gelosamente la memoria, ricorda con questo evento di 155 anni fa ed il provlama agli italiani sopra riportato, attraverso il Coordinatore etneo Cav.Dott. Francesco Giordano, le eroiche gesta di libertà del Generale, sempre in prima linea contro ogni forma di tirannide, del pensiero e dell'azione, e intende promuovere ogni iniziativa culturale e sociale àtta a rendere feconda la nostra Storia, che ci fece uniti e grandi dall'Alpe a capo Passero.
Viva Garibaldi, viva la Legione, viva l'Italia!

Catania 24 agosto 2017
Legione Garibaldina Coordinamento di Catania
 
http://www.legionegaribaldina.org/

lunedì 24 luglio 2017

Quando Bellini era Catania...



Quando Bellini era Catania...

Leggiamo dalle cronache di questi giorni che si assegna, in occasione del trentesimo anniversario, il premio "Bellini d'oro" (evento che fu importante per la nostra etnea città, ora culturalmente decadente) a... Berlino!   No comment. Anzi sì, perchè in certe circostanze è bello indugiare sui tempi che furono i quali, se hanno una utilità, come ci insegnarono i Saggi, è quella di indicare la Via verso l'avvenire. Mario Rapisardi "il precursore" secondo l'Hugo, Bellini il "Cigno" , dimenticati a casa propria?... Ecco come la Catania del 1951, popolo soprattutto non circoli plutocratici avulsi dalla realtà, lo celebrava in occasione del 150° dalla nascita. Rivediamo il video della Settimana Incom del 7\11\1951: notare le folle nonché il teatro massimo gremito fino all'ultimo ordine... "e il tacere è bello".

giovedì 13 luglio 2017

Ricordo di Denis Mack Smith, uno storico inglese per l'Italia



                                Ricordo di Denis Mack Smith, uno storico  inglese per l'Italia

Se la storiografia otto-novecentesca italiana ha avuto uno "scienziato" che dall'alto del suo focale inglese l'ha veduta con obiettività e simpatia, questi è stato il professor Denis Mack Smith, morto martedì 11 luglio alla bella età di 97 anni. Dai suoi libri abbiamo appreso, per dirla con Marc Bloch, il "mestiere di storico", che non è necessariamente la conquista della cattedra universitaria -anzi sovente, tranne laudevolissime eccezioni, è la morte della ricerca- , bensì l'indagine onde comprendere fatti e avvenimenti.  Era Mack Smith, della generazione di coloro che ci furono Maestri in codesto campo: amico e sodale, nella comune visione di una Europa laica e sociale, scevra da influenze clericali, del chiarissimo professor Giuseppe Giarrizzo, che lo ha preceduto verso l'Eterno a novembre 2015, quasi nonagenario pure lui.   Costoro hanno appreso dai Maestri dell'anteguerra, che da noi furono Gentile e Croce, a discernere il grano dal loglio. Non che i "vecchi" sempre focalizzassero  tutto: Croce ad esempio fu finissimo storico ma mediocre studioso di letteratura.   Pur non di meno, trasmisero ai Mack Smith ed ai Giarrizzo, quelle perle di saggezza, quell'eloquio affascinante, quella retorica necessaria per certe tematiche, oggi frànte.  Non ci pare abbiano molti allievi sul campo.
Di Mack Smith la pubblicistica ricorda l'amore per Giuseppe Garibaldi, su cui scrisse una concisa ma bella biografia, ancora insuperata: fu in effetti, il manifesto di un Eroe che non è solo italiano, ma mondiale, un puro, anche se circondato da impuri, per semplificare. Denis Mack Smith fu altresì attento storiografo di Casa Savoia, della quale lesse i pregi e difetti: da monarchico inglese magari deluso, entro una certa visione laicale ma sacrale della Corona.   Così le polemiche con la monumentale storiografia di Renzo De Felice su Mussolini, possono ora essere lette con maggiore obiettività: qualità, quella di riconoscere i propri eccessi, che al Mack Smith non mancava. Aveva il dono di farsi capire dalle masse, qualità che difetta parecchio alla storiografia italiana accademica (che anzi...):  ciò molto dice.
Scrisse anche una fondamentale storia della Sicilia medievale e moderna, per cui attinse alle informazioni dell'amico e collega Giarrizzo: alcune parti di essa furono contestate, perché il professore britannico era incisivo in certi  giudizi lapidari. Però nessuno gli può disconoscere l'acribia scientifica e l'acume analitico. Del resto, sempre in riferimento alla Sicilia, se rileggiamo la storia del Vespro siciliano scritta dall'illustre Michele Amari, nell'esiglio parigino a cui lo costrinse la tirannide borbonica, ci appassioniamo alle storie patrie risorgimentali vedute nella filiera dugentesca: e però, per capire i meccanismi che portarono al mòto panormitano del marzo 1282, è essenziale l'opera, novecentesca, di altro inglese, Stephen Runciman, che svela arcani e segreti non voluti vedere dall'Amari.  Che dunque, dobbiamo aver bisogno dell'occhio onniveggente dello storico di Albion, per capire chi siamo, dove andiamo, cosa vogliamo? Forse sì, mettendo un po' da canto il pur giustissimo e necessario nazionalismo.  Questo dobbiamo, da allievi (anche se non ébbimo la ventura di incontrarlo di persona ma de relato), allo scomparso professore Denis Mack Smith. Dai suoi libri continueremo ad apprendere "come l'uom s'eterna" e magari, ove egli, il Maestro Giarrizzo ed altri, ora dimorano, ci si guarderà con compiacente sorriso. O almeno, è ciò che teisticamente e tradizionalmente ci si augura.
                                                                                                                                FGio

venerdì 9 giugno 2017

A proposito di finitudine...


Dal Quotidiano di Sicilia, 1\6\17, l'opinione della SOCREM Catania


domenica 28 maggio 2017

24 Maggio, commemorati i caduti nel Sacrario di San Nicolò l’Arena




CATANIA – Nella ricorrenza di Maria Ausiliatrice, Regina del Cielo per i cristiani cattolici,  e nel rammentare l’inizio della prima guerra mondiale che vide il compiersi della Unità Nazionale col sagrifizio di tantissimi fanti, il Commissario di Catania della Associazione Nazionale del Fante, Dottor Francesco Giordano, ha partecipato alla S. Messa officiata da Monsignor Gaetano Zito, Vicario per la Cultura della Diocesi etnea, svoltasi il 24 maggio u.s. nella monumentale chiesa di San Nicola la Rena di Catania. Hanno partecipato diverse associazioni d’arma, fra cui i Marinai d’Italia, la Cavalleria, i Finanzieri, i Bersaglieri, i Carabinieri, la Polizia di Stato. La Messa è stata organizzata dalla Delegazione catanese dell’INGORTP, guidata dall’Ing .S. Caruso.
La stessa chiesa ospita il Mausoleo- Sacrario dei Caduti della grande guerra e del secondo conflitto, ove si è deposta una corona d’alloro ed intonata “La leggenda del Piave”, in ricordo dei Caduti.

Il Commissario della Associazione Nazionale del Fante per la città metropolitana di Catania, Dottor Francesco Giordano, ha voluto altresì onorare il monumento che trovasi nel vestibolo del Sacrario-Mausoleo dei Caduti, inaugurato come complesso monumentale il 5 maggio 1930 dall’allora Capo dello Stato Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III.  “I caduti ed i dispersi nella prima come nella seconda guerra mondiale”, ha egli dichiarato, “sono nel cuore di tutti gli italiani, nella nostra Catania onorati e ricordati come deve essere non solo in queste circostanze ma anche oltre, per cui è essenziale divulgare la storia della Patria nostra, chi fummo e perchè siamo un popolo unitario all’ombra del sacro tricolore. I caduti della prima e seconda guerra ed i dispersi, i senza nome, dal Milite Ignoto in poi, ci hanno lasciato codesta consegna che,  in quanto Associazione del Fante, è per noi suprema missione”.

Pubblicato da Sicilia Network

http://www.sicilianetwork.info/24-maggio-commemorati-i-caduti-nel-sacrario-di-san-nicolo-larena/

che ringraziamo per la gentile attenzione