lunedì 2 ottobre 2017

Intensa cerimonia al Capitolo degli Ordini Dinastici di Savoia 2017 a Ginevra






               Intensa cerimonia al Capitolo degli Ordini Dinastici di Savoia 2017 a Ginevra

Una cerimonia intensa e di grande coinvolgimento fideistico ed emotivo, è stata quella svoltasi  sabato 30 settembre all'Hotel Intercontinental di Ginevra, in occasione del capitolo degli Ordini Dinastici di Casa Savoja, quest'anno in Svizzera, terra da sempre ospitale per la Famiglia Reale sabauda.  Oltre 250 partecipanti di altissimo livello, giunti da ogni continente, riuniti nel salone prestigioso con le luci della italica bandiera, hanno dato lustro all'evento che ha visto la rimessa dei diplomi dell'Ordine al Merito Civile di Savoja, rifondato da SAR il Principe Vittorio Emanuele nel 1988, nonché delle decorazioni dello stesso e dei diplomi ed avanzamenti dell'Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro.
Le milizie di Casa Savoja, nell'ottica del rinnovamento e della Tradizione, si sono riunite sulle Alpi ginevrine in clima di gaja festa, come accade ogni anno, per stringersi sempre più vicino alla Real Famiglia, in questa occasione rappresentata dal Principe Vittorio Emanuele, Gran Maestro degli Ordini, da SAR il Principe Emanuele Filiberto, dal Gran Cancelliere SE Johannes Niederhauser che consegnò direttamente i diplomi, nonché dalla presenza molto gradita di SAR la Principessa Maria Pia di Savoja, sorella maggiore del nostro Principe, e di SAR Sergio di Iugoslavia, figlio della Principessa Maria Pia. 
La consegna dei diplomi, secondo un perfetto protocollo, è stata semplice ma molto suggestiva: tra gli insigniti siciliani,  Delegazione  molto attiva capitanata dall'avv. Francesco Atanasio di Siracusa e dal Vicario per Catania Avv.Giovanni Vanadia, i presenti furono i proff. Bellinghieri e Savica di Messina, lo stesso Vanadia insignito del grado di Commendatore OMS, il signor Giuseppe Campanella della provincia etnea Cavaliere OMS e il Dottor Francesco Giordano di Catania, Cavaliere OMS, per le loro fattive e concrete benemerenze verso la Real Casa.   L'Ordine al Merito di Savoia, istituito "in seno" all'Ordine Civile secondo lo Statuto, è di esso la forma moderna e merita ampia conoscenza: si pensi che Cavalieri dell'Ordine Civile di Savoja, istituito da Re Carlo Alberto, furono nominati, tanto per fare tre nomi, Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi e Giovanni Pascoli. sicchè è grande la degnazione per esser, col poeta, "tra cotanto senno".
Molte le soavi ed elegantissime signore e signorine intervenute, non citiamo nessuna per non far torto alla muliebre bellezza di ciascuna, che è universale; fra i presenti quasi tutti i Delegati italiani, tra cui Stefano Di Martino della Lombardia, l'attivissimo Alessandro Santini della Toscana; tra gli altri insignito Cavaliere OMS  Marco Lovison  e del grado di Gran Croce del Maurizio e Lazzaro il Capitano di vascello Dott. Ugo D'atri, Presidente dell'Istituto per la Guardia d'Onore per le Reali Tombe del Pantheon, del quale almeno la metà degli insigniti fa già parte: D'Atri si è detto entusiasta e soddisfatto per la presenza delle Guardie all'evento, che dà la misura del grandissimo legame di ciascuno dei presenti, verso Casa Savoja.  Le Guardie sono l'ossatura dei monarchici e col loro servizio militare alle tombe dei Sovrani italiani in Roma nel sacro Pantheon, garantiscono che il tricolore sabaudo non sia mai ammainato.
Dopo l'importante l'intervento, alla fine della cerimonia, con la benedizione prestigiosa di Monsignor Paolo De Nicolò, Priore degli Ordini Dinastici (ai quali sono stati ammessi o promossi molti esponenti del clero cattolico), a testimoniare come la Chiesa Cattolica Apostolica Romana veda nell'opera benefica e tradizionale di Casa Savoia e dei suoi insigniti, un baluardo ed un vessillo per la salvaguardia dei valori cristiani, ha preso la parola SAR il Principe di Piemonte Emanuele Filiberto, che ha innanzitutto ringraziato il papà, chiamandolo col titolo della tradizione Principe di Napoli, per l'impegno da sempre profuso verso gli Ordini... e qui l'assemblea si è sciolta nel più commovente degli applausi verso un uomo ormai di età, il Principe quest'anno ha compiuto ottanta anni, provato da ingiuste e vergognose vicissitudini giudiziarie  conclusesi tutte per lui positivamente, ma che per ciascuno di noi (specie se si è nella generazione per cui può avere la stessa età del nostro genitore..) rappresenta la tradizione, il simbolo della Famiglia che ha unito la Patria nostra, e perciò gli si vuole un gran bene, come lo si può volere ai nostri papà, con tutti i loro lati. Come ha scritto quel principe del giornalismo che fu Ugo Ojetti (maestro fra l'altro di Indro Montanelli), nel celebre articolo del maggio 1937, "Battesimo al Quirinale", descrivendo l'evento storico, "così lo seguiremo fedelmente, finchè Dio vorrà".
Emanuele Filiberto ha precisato che il traguardo raggiunto quest'anno, cioè 800 mila euro donati dagli Ordini in beneficenza -tra gli atti, la ricostruzione del centro anziani e bambini a Norcia, il dono di un veicolo ai Pompieri tramite la delegazione di Montecarlo- dovrà essere superato per l'anno venturo, fissandosi l'obiettivo di oltre un milione di euro da donare a chi più ne ha bisogno: "è questo", ha detto con passione il Principe di Piemonte, "l'obiettivo degli insigniti, non tanto mettersi la rosetta o la medaglia", precisando come la veste di Cavaliere nel XXI secolo sia quella di defensor degli ultimi, di coloro che più meritano, nella visione sabauda e monarchica. Vi sono anche i momenti di cerimonia e ufficialità che servono a socializzare ma al presente, la Milizia è tra la gente e per la gente, verso quel popolo che ha sempre veduto in Casa Savoia il riferimento essenziale, anche dopo il referendum discusso del 1946, riferendosi agli italiani. E ancora oggi è così.
Il contributo delle Delegazioni americane alle attività di beneficenza è stato forte e massiccio, come delle altre, senza dimenticare che ogni contributo anche piccolo è sempre bene accetto.     Erano presenti insigniti dalla Russia e molti come ovvio, da Francia, estremo Oriente e numerosissime nazioni.   Il saluto finale del Principe Vittorio Emanuele ha coinvolto i presenti in una ovazione degna, composta ma vibrante di pathos, specie durante le note dell'Inno Sardo e della Marcia Reale: "Il nostro pensiero è sempre rivolto all'Italia perchè siamo Italiani...Vi ringrazio tutti per essere qui, siete e sarete la mia Famiglia", ha detto commosso l'erede al Trono d'Italia, e in questo anelito di fede l'assemblea si sciolse, suggellando legami nuovi ed antichi, nello spirito gagliardo dei tempi passati e dell'avvenire, col grido che fu delle nostre gloriose truppe e del popolo unito : sempre avanti, Savoja!
                                                                                                                   F.G.

venerdì 22 settembre 2017

Il palazzo Fassari Pace di Catania, "svelato" nella sua storia da Lettere Catinensi, fregiato dal cartello che ne indica la genesi storica





Il palazzo Fassari Pace di Catania, "svelato" nella sua storia da Lettere Catinensi, fregiato dal cartello che ne indica la genesi storica

Il tre giugno del 2009 pubblicammo sul nostro blog Lettere Catinensi, la storia, fino a quel giorno ignota del tutto a cronache, studiosi e  volumi che si sono occupati delle vicende architettonico storiche di Catania, di un palazzo settecentesco che nessuno considerava, situato nella parte alta di via Vittorio Emanuele di Catania, il palazzo Fassari Pace, nome che noi dèmmo alla struttura, in ossequio alle regole non scritte secondo cui l'ultima famiglia proprietaria dell'intiero stabile, ha diritto a donare allo stesso il nome. qui il link:
http://letterecatinensi.blogspot.it/2009/06/un-gioiello-della-architettura.html

L'autore dello studio, ricostruito attraverso ricerche difficili ma documentate all'Archivio di Stato, Comunale ed altre fonti bibliotecarie, è chi scrive. Sempre nel 2009, autorizzammo che il testo uscisse a stampa, nel volume "Catania nella memoria", a cura di Vera Ambra edizioni Akkuaria, dove insieme ad altri autori, raccontavamo storie della nostra città. Nell'agosto 2009, autorizzammo espressamente Wikipedia, l'enciclopedia online ormai fonte di consultazione per tutti, a riprodurre gratuitamente il frutto delle nostre ricerche, studio svolto con Amore verso la città: Wikipedia ha online il riferimento ove onestamente dichiara la nostra fonte, qui:
https://it.wikipedia.org/wiki/Discussione:Palazzo_Fassari_Pace

Bisogna altresì aggiungere che essendo Wikipedia enciclopedia online di libero contributo, vi è stato chi ha aggiunto, nella bibliografia della voce online
https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Fassari_Pace

riferimenti al Lexicon di Vito Amico ed a volumi di architettura di Boscarino e Dato, ove... non si fa nessun cenno, ma nessuno, al palazzo oggetto del nostro studio! Ovvio che se a' tempi della ricerca li avessimo trovati, sarebbero stati riferiti, ma così non è e chiunque può verificarlo. Qualcuno li avrà aggiunti per "farsi bello"? Non lo sappiamo e non ci interessa, i fatti parlano, basta consultare quelle fonti, che non citano per nulla l'esistenza del palazzo prima del nostro testo.

Da Wikipedia  è partito tutto... nel senso che, diversi siti turistici, di fondazioni private, sino ad arrivare a quello istituzionale del Comune di Catania, passando per la Regione la Provincia etnea e la Soprintendenza fino ad Itinerari storico culturali che ha promosso il cartello, hanno attinto alla "voce" di wikipedia sul palazzo suddetto... cioè al nostro studio. Non era necessario citarci, beninteso, perchè abbiamo provveduto per tempo, come prima detto, chi vuole sapere sa; molti hanno anche "prelevato" la foto del nostro blog e l'hanno utilizzata nei loro siti.

In questi anni abbiamo necessariamente visto "crescere"sul web  l'interesse per questo edificio della Catania barocca, che vide Goethe e Garibaldi, Mario Rapisardi (di cui l'ultima proprietaria Irene Fassari era amica...) e Peppino De Felice, Sua Maestà Vittorio Emanuele III e i varii politici della Repubblica, passare sotto i suoi balconi... perché, come diceva il buon Saverio Fiducia, scrittore e giornalista della Catania che fu (come lo furono Giuseppe Patanè, Filippo Anfuso, Concetto Pettinato, e poi Francesco Granata, Enea Ferrante, il caro Domenico Danzuso...), la via Vittorio Emanuele, già strada del Corso Reale poi intitolata al Re galantuomo, è la via più bella della  Catania antica (e anche la più densa di storia), molto ma molto di più della via Etnea, perché solo in quella via il sole s'alza la mattina dal mare osservato dalla Statua di Agata, e tramonta oltre le ex sciare di Sardo oggi piazza Risorgimento, decorando d'oro tutti i palazzi che le fanno cortina...

Qualche giorno fa scopriamo con piacere, come si può vedere dalla allegata foto, che Comune di Catania, FAI Regione ed altri enti, hanno deciso di installare, accanto al portone d'ingresso principale del palazzo in via Vittorio Emanuele, una targa che ne riassume brevemente la storia, in lingua italiana e traduzione inglese. E' il nostro testo, poco importa che non vi sia la firma... Ma è una notevole soddisfazione, dopo otto anni e senza, da parte nostra, nessuna altra "promozione" che quella del volume antologico suddetto del 2009. Le cose vanno come devono andare, la burocrazia anche culturale, ha i propri tempi, non coincidenti con quelli del cuore.   Solo una considerazione, che ha spinto queste noterelle: abbiamo dato, come in altri casi, questo contributo gratis et amore dei (chi ci conosce sa che è sempre così, o si agisce per Amore o non si agisce..), da studiosi senza cattedra, da ricercatori senza assegno:  era in fondo compito nostro, o di chi è pagato per questo e magari langue nei meandri di uffici ed atenei? Non importa, ciò non cambia la realtà. Noi con il Virgilio della VI ecloga delle Bucoliche, in questo caso, possiamo dire al popolo (25): Carmina quae vultis cognoscite, carmina vobis..."
                                                                                                Francesco Giordano

sabato 9 settembre 2017

Baronìa di Sciarotta, ovvero della vendemmia






Baronìa di Sciarotta, ovvero della vendemmia

Sciarotta è una contrada del territorio di Bronte, in quel di Sicilia, appié dell'igneo etneo vulcano, esattamente ad ovest dell'antico abitato che prende il nome dal mitico ciclope del Tuono, uno dei compagni di Polifemo, che la selvaggia cattiveria di Odisseo accecava, egli che era stato segnalato da Palamede perché nascostosi onde non combattere,  poi passato per eroe. Bronte ebbe fausta sorte, così il paese etneo a circa 750 metri sul livello del mare, conosciuto in tutto il mondo come la "patria" del pistacchio, questo frutto magico da' colori della bandiera nazionale italiana con predominanza del verde (la drupa è rossa però, la buccia bianca, solo il cuore intensamente verde), tanto da essere conosciuto in tutto il mondo con la particolare denominazione di "oro verde", la cui squisitezza ha fatto ottenere in anni recenti la certificazione europea DOP.    

Bronte è famosa nel mondo perchè un celebre condottiero, l'ammiraglio inglese Horatio Nelson, fu nominato dal Re di Sicilia e Napoli Ferdinando, Duca di Bronte, dopo la folgorante vittoria di Abukir (1798), che sconfisse l'armata di Napoleone: ancora oggi nella Ducèa vicino Maniace, visitabile, sussistono ricordi dell'eroe del Nilo. Per tutta la vita egli volle firmarsi "Nelson e Bronte". Le celebri sorelle Brontè, autrici di Jane Eyre e Cime tempestose, prendono il cognome dal paesino etneo. Altresì nella fondazione moderna di Bronte, intorno alla metà del XV secolo -i Capitolari sono andati perduti ma lo storico locale B.Radice ne ha ricostruito la genesi- sono coinvolti gli Epiroti, qui anche detti Albanesi, profughi dopo la conquista mussulmana di Epiro ed Albania. Come a Biancavilla (lo si è scritto nel libro "Il Regno di Epiro nell'Europa di ieri e di oggi", Akkuaria 2016) direttamente fondata dagli epiroti per volere della sacra icona bizantina di Maria SS. dell'Elemosina, così a Bronte una nutrita colonia di profughi dalla terra d'Epiro venne accolta e partecipò alla nascita moderna della comunità brontese.  Ancor oggi, nel linguaggio dialettale locale, sopravvivono termini greco epiroti sia nei cognomi (Schillirò, Zappia) che nel linguaggio dei contadini: cònca o braciere da kùnk, fumèri o letame da fumèr, cuppìnu o mestolo da kupin, ed altri. L'eredità dell'Epiro vive ancora nel parlare del popolo brontese...   Di Bronte fu il filosofo e sacerdote settecentesco Nicola Spedalieri.  A Bronte nell'agosto 1860 accaddero celebri tumulti popolari che Giovanni Verga ha riassunto nella novella Libertà.

Sciarotta si è formata, come suggerisce lo stesso nome, "sciara rotta", dal continuo combattimento fra l'Uomo e la Natura, questa eterea Diva che ambiguamente attrae e respinge l'abitatore della Terra: così alle millenarie eruzioni laviche che, sino al XVII secolo, hanno caratterizato il territorio brontese e quello di Sciarotta in particolare, si contrappone la mano ferace del contadino, che spaccando la brulla sciara lavica ove nulla più può ricrescere per almeno un centennio, ha però permesso che la pianta del pistacchio, le cui radici sono solidissime, allargasse le pietre solidificate e crescesse laddove morte e distruzione coprivano densi campi. Accanto a Sciarotta scorre il fiume Simeto, l'antico Symaethus de' Greci e Romani che giunge oltre Catania; la fòrra che lo scava è parco naturalistico, le sue acque entro le antiche saje, canalette di argilla, alimentavano le terre ed i feudi sciarottàni sino al secolo XIX.   Oggi quartiere popolato nella sua parte nord (tanto che il comune di Bronte, cui si deve dare atto di curare con attenzione e serietà quella contrada nei suoi aspetti, ultima la sistemazione della bevitoja pubblica che biforca la strada zonale) con case popolari costruite nel secondo dopoguerra, nella parte inferiore (detta anche nei toponimi, Giandalamonica o Sciarotta sùttana) è tradizionalmente luogo ove i brontesi agiati hanno seconda casa e sovente vanno a coltivare le loro terre, piccole o grandi che siano. Fino agli anni sessanta, solo la provinciale era asfaltata, le stradine interne tutte sterrate; quasi nessuno aveva muraglie confinarie se non pietre e muriccioli; adesso l'hanno quasi tutti, o tempora o mores.  Ivi, a Sciarotta, nelle terre e nei feudi, impera la coltivazione del pistacchio brontese, importato in Sicilia da' Persiani del Khorassàn -di alta razza- durante il X secolo d.C., ma non solo: vi sono ulivi secolari dall'ottimo frutto oleario, sacri anticamente ad Atena; filari di opunzie altrimenti detti fichi d'India perché gli Spagnoli quivi le importarono dalle Americhe dopo le conquiste di Còrtes e Pizarro: i frutti caldi e giallo-rossi del ficus indica, oltre a rammentare i colori della gloriosa bandiera del Vespro siciliano, sono alimento completo, dolcissimi e in quella zona particolarmente nutrienti perchè densi di zolfo, attinto dalle profondità dell'Averno.

Ma nei feudi sciarottàni, almeno in quelli lasciati in stile XIX secolo, ferve la vite: e non la vite coltivata ma quella spontanea che cresce sui muretti e sotto le pietre, la vite nera da vino. Lo stesso vino, siamo certi, che rese ebbro Bronte e suo cugino Polifemo, poi dannato a soffrire per assenza di Luce.    Ma la Luce le uve di Bronte, la fanno sfavillare a fine agosto e inizi settembre di ogni anno, tempo di vendemmia. Almeno per chi ha codesto culto ed ancora, nella massima umiltà, senza fronzoli, tornando umano, si sbraccia e sin dalle ore antelucane raccoglie con semplice taglio del coltellino, i maturi grappoli che profumano di Eternità, duri e carnosi come le mammelle della Magna Mater, che erano numerose secondo le iconografie. Lì ci si abbevera per un tempo senza tempo. Lì è il silenzio della natura, nei feudi di Sciarotta, solo a volte qualche schioppo dei cacciatori ad inizio stagione, o qualche cane che abbaja al risorto carro di Iperione.    La vendemmia è atto di Amore, verso la Divinità e verso la Natura che senza chiedere nulla in cambio, dona il suo frutto. Come la mamma, che dà senza chiedere. La terra è davvero madre!

A Sciarotta vi sono anche alberi di mandorle, amigdala dolce ed amara per le confetture: residui di tempi in cui la fruttificazione era variegata e ci si teneva ben più di oggi. A volte rispunta il fico, figlio diretto del ficus ruminalis di Roma , ma la Sicilia non fu forse la prima e più densa di méssi, provincia dell'Impero?    Il suolo della sciara ròtta è scosceso, si sale e si scende per fòsse e scale difficili, urge il bastone nodoso del viàtore: ma nessuno cadrà, si può solo godere della Natura trionfante. Si sapeva che il vulcano è uno scrigno, l'Etna màssime: dopo la seconda guerra mondiale quei simpaticoni dei miliardari USA vennero in zona di Sciarotta perché qualcuno aveva suggerito che nel sottosuolo vi fosse il gas naturale, ed era vero: si intrapresero le trivellazioni, magari si pensava ad un nuovo El Dorado. Invece si capì che l'estrazione era costosa a fronte dei ricavi: i ricchi statunitensi sono gente d'affari, lasciarono perdere ed a Bronte rimase il piccolo nazionalismo di averci creduto. Ma il gas naturale sotto vi è davvero, come vi è il petrolio, tutti i tesori del mondo... Jules Verne nel "Viaggio al centro della Terra" non passa forse anche dall'Etna?

"Quid facias laetas segetes, quo sidere terram
vertere, Maecenas, ulmisque adiungere vitis
conveniat   (Georg. I 3)
"cio che rende lieta la campagna, questo o Mecenate canterò, come la terra si dissoda e si legano gli olmi alle viti..." Virgilio eternamente ci suggerisce che il canto della Terra è musica delle sfere, è in certo senso Fede, come è fede -se vogliamo laica- credere nella visione unitaria, monarchica, del mondo. A ciò servirono nell'evo medio, le baronìe, le terre che si legano ad un signore, il quale da esse prende il titolo, riconosciuto e conferito da Principe con fons honorum, come usava ieri, come usa ancor oggi, benché i costumi siano cambiati. Ma in Sicilia, nel Mediterraneo, in Oriente, ciò non tramonta mai, anzi risorge sempre, , come la fenice.    Virgilio e Marco Catone ci hanno insegnato come aiutati dalle stelle e dagli dèi, si debba curare la campagna, così Manilio; la certezza nella missione salvifica della Monarchia tra i popoli, ci da la sicurezza di essere verso il giusto cammino.

"Hic segetes, illic veniunt felicius uvae, \ arborei fetus alibi atque iniussa virescunt \ gramina" (Georg. ib 54-55), qui i cereali, la le felici uve crescono, laggiù i frutti su alberi ed erbe...  Allora il nobile nella sua terra, può dire con Virgilio delle Bucoliche (I, 46-47), nelle parole di Melibeo: "Fortunate senex, ergo tua rura manebunt, \ et tibi magna satis... " e Titiro conclude (83), "et iam summa procul villarum culmina flumant, \ maioresque cadunt altis de montibus umbrae", e mentre fumano i tetti del villaggio, maggiori dagli alti monti scendono le ombre: e fu sera, e fu mattina...

Il feudo di Sciarotta è proprietà della famiglia Prestianni Greco dal XIX secolo, ascendenza materna diretta del Commendatore con placca OEAE e Delegato della Real Casa d'Epiro Francesco Giordano, Barone di Sciarotta, con diritti e privilegi connessi e blasone, nominato per Lettere Patenti da SAR e Ser. Don Davide Pozzi Sacchi di Santa Sofia, Gran Principe d'Epiro, dal 4 giugno 2017.   Questa la blasonatura dello stemma, regolarmente registrato da Stemmario Italiano sin dal 2009: "Sbarrato ondato d'azzurro e d'argento, con il capo d'oro a due croci sovrapposte, la prima decussata greca scorciata patente a punta di lancia, la seconda greca scorciata trilobata, nere, entrambe vuotate in centro di un quadrato"

(FGio)


martedì 5 settembre 2017

Akkuaria Bookstore: Il Regno d'Epiro nell'Europa di ieri e di oggi, in promozione


E' online il nuovo bookstore di Akkuaria edizioni con una promozione speciale per il volume sul Regno d'Epiro, per questo mese

http://www.akkuarialibri.com/product/il-regno-depiro-nelleuropa-di-ieri-e-di-oggi/

venerdì 25 agosto 2017

Garibaldi a Catania, 24 agosto 1862 - 2017: la Legione Garibaldina ricorda l'Eroe dei due mondi





         Garibaldi a Catania, 24 agosto 1862 - 2017: la Legione Garibaldina ricorda l'Eroe dei due mondi

Al fine di consolidare la appena raggiunta Unità italiana mercé l'opera dei volontari in camicia rossa e della Monarchia di Casa Savoja, Giuseppe Garibaldi sbarcava nuovamente in Sicilia nell'estate del 1862, dopo appena due anni dalla spedizione "dei Mille". Stavolta l'impresa era la conquista di Roma: si concluderà tragicamente, come sappiamo, col ferimento dell'Eroe ad Aspromonte, in Calabria, da parte delle truppe regolari dell'Esercito unitario che aveva ordini dal governo Rattazzi di bloccare il Generale, non giudicando opportuna in quel frangente l'impresa.   Il governo Rattazzi cadrà per questo motivo pochi mesi dopo.  A 155 anni di distanza, Catania nella persona del suo Coordinatore Comandante della Legione Garibaldina, Cav.Dott. Francesco Giordano, ha ricordato la presenza del Generale Giuseppe Garibaldi nella città etnea -dove non era stato nel 1860- , dal cui centro lanciò il celebre grido: "O Roma o morte!".
Entrato accolto da una fiumana di popolo in Catania, la notte del 19 agosto dalla porta fino ad allora detta Ferdinanda e in suo onore ribattezzata Garibaldi, e sceso dalla medesima via che da allora porta il suo nome, il Generale giungeva all'incrocio con via dei quattro cantoni con via Etnea alloggiando al Circolo degli Operaj, ove veniva accolto dal suo presidente Pizzarelli: da lì, come ricorda una lapide apposta nell'anniversario, lanciava come già a Marsala e Palermo, il celebre grido "O Roma o Morte", arrigando la folla.
Le autorità catanesi si dileguavano alla presenza dei garibaldini: il Prefetto Tholosano si rifugiava su una delle due navi da guerra della Regia Marina ancorate al largo del porto di Catania, i nobili conservatori andavano nelle ville di campagna con la scusa dell'estate: le truppe regolari avevano lasciato passare il Generale e i suoi 4 mila uomini, dopo un abboccamento a Misterbianco ove pare egli mostrasse, come in altre parti dell'Isola, un salvacondotto speciale: lettera autografa di Re Vittorio Emanuele con cui aveva avuto segreti colloqui, che lo autorizzava all'impresa? Non si saprà mai, il Re ufficialmente aveva deplorato le sommosse e le truppe di Cialdini e navali di Persano erano in movimento. Garibaldi stesso però ricorda nelle Memorie, "coprendo" Casa Savoia, che era venuto in Sicilia onde evitare conati di separatismo, di antica radice: bastò la sua presenza per acquietare le masse.  
A Catania totalmente devota al garibaldinismo più che altre città siciliane, "degna di Palermo e della Sicilia intera, trovammo vulcano di patriottismo, uomini denaro vettovaglie per la mia gente": così ricordò il Generale nelle Memorie, perchè solo qui ebbe la totalità dei consensi e finanziamenti abbondanti.
Dopo aver girato la città onde fraternizzare coi catanesi, egli alloggiava nel Monastero dei Benedettini, la fortezza secolare, arca regia del potere dai tempi del Viceregno spagnolo, érta sulla sommità della collina civica, da cui si vede il mare: l'Abate Giuseppe Benedetto Dusmet, apostolo dei poveri che poi diveniva Cardinale di Catania e oggi Beato di santa Chiesa, lo ospitava ma non alloggiava col suo comando: solo il monaco Pantaleo, "ribelle" e per giunta cappuccino, non era ammesso dai nobili padri di San Benedetto.  Dal balcone del monastero, Garibaldi pronunziava il discorso che qui trascriviamo integralmente:

Proclama agli Italiani di Giuseppe Garibaldi 
  Catania 24 agosto 1862
Italiani! 
Il mio programma è sempre lo stesso – Voglio per quanto da me dipende, che il Plebiscito del 21 ottobre 1860 sia una verità, che il patto segnato dal Popolo e Re riceva piena esecuzione. 
Io m’inchino alla Maestà di Vittorio Emanuele Re Eletto dalla Nazione, ma sono ostile ad un ministero che d’italiano ha solo il nome, d’un ministero il quale per compiacere alla Diplomazia ordinò nel mese di maggio gli arresti ed il processo di Sarnico, come oggi provoca la guerra civile del mezzogiorno d’Italia per assicurarsi le buone grazie dell’Imperatore Napoleone. 
Un ministero siffatto non può, non deve essere più oltre sopportato – Inganna il Re, lo compromette come fece col proclama del 3 agosto, coll’ostinato municipalismo spinge al distacco le province meridionali, tradisce la Nazione. 
La livrea di padrone straniero non sarà mai titolo di stima, di onore per alcun ministero fra noi. 
Quand’io sbarcai in Sicilia. La generosa Isola stava sul punto si far sentire lo scoppio della sua disperazione – le provincie napoletane, niuno lo ignora, sono contenute solo da sorverchianti forze militari. 
L’amore e la buona amministrazione dovevano essere i fattori dell’Unità Italiana – I municipali prefersero l’opposta via – Odio seminarono e odio in larga parte raccolsero. 
Insensati! Vogliono, lo so, la guerra civile per aver campo di spegnere nel sangue l’avvenire della libertà e offrir vittime accette sull’ara del dispotismo. 
Io non consentirò per altro che si compiano gli immani desiderii – La formula del Plebiscito salvi un’altra volta l’Italia – Cessi ogni preoccupazione locale di fronte al gran concetto unitario – Si unifichi il cuore e la mente delle genti italiche nel gran fine del nostro Risorgimento – Il pensiero e l’azione di tutti i patrioti s’hanno da volgere esclusivamente alla impresa liberatrice di Roma – Il resto a poi. 
A Roma dunque, a Roma – Su, prodi del 48 e del 49, su gioventù ardente del 59 e 60 – Correte alla Crociata Santa – Noi vinceremo dacché per noi sta la ragione, il diritto nazionale, la coscienza universale. 
Grandi speranze suscitammo nel mondo colla nostra rivoluzione – Bisogna più e più sempre giustificarle. 
Son certo che il popolo italiano non mancherà al suo dovere – Così fosse fin da ora a noi compagno il prode Esercito nostro! 
Italiani! Se qualche cosa io feci per la Patria, credete alle mie parole – Io sono deliberato o di entrare a Roma vincitore o di cadere sotto le sue mura – Ma in questo caso stesso ho fede che voi vendicherete degnamente la mia morte e compirete l’opera mia. 
Viva l’Italia! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio! 
  G. Garibaldi

Erano intanto giunti due vapori e il Generale, scrive nelle Memorie, "dall'alto della torre" (in realtà la cupola: da allora in poi fino a non molti anni fa, dal lucernario di essa si levava una luce tricolore...) "del convento dei benedettini che domina Catania, salutai quelle navi con lo sguardo appassionato di un amante".  Il giorno successivo egli e oltre 2500 uomini si imbarcavano al porto catanese su due piroscafi, Dispaccio ed Abatucci, uno italiano l'altro francese, di cui il Generale prese possesso giustificandosi pel fatto che, occupando Napoleone III Roma, egli ben poteva usare "un suo legno per una notte". Stipati gli uomini, non ne contennero le navi oltre duemila: le fregate della Regia Marina salpate, non impedirono il passaggio dei garibaldini. Dai documenti oggi pubblicati, la rabbia del Capo del Governo Urbano Rattazzi è evidente dai telegrammi in cui, corrispondendo coi Prefetti di Messina ed Acireale, non si capacita come le Regie navi abbiano potuto non fermare gli insorti: i comandanti avevano però ricevuto un telegramma, ove si invitava sibillinamente da Roma a pensare al "bene del Re e della Patria": Vittorio Emanuele II coprì fin che poté il Generale e probabilmente agirono anche altre entità. Non fu così purtroppo sbarcati i garibaldini in Calabria, ove la volontà di Rattazzi ebbe la meglio e le Regie navi bombardarono i rivoluzionari, che si inerpicavano sui monti, sino a Gambarie d'Aspromonte: il resto è noto. L'Eroe era condotto alla "disciplina" dalla ragion di Stato!
Catania che mai ha dimenticato l'amore verso Garibaldi e ne serba gelosamente la memoria, ricorda con questo evento di 155 anni fa ed il provlama agli italiani sopra riportato, attraverso il Coordinatore etneo Cav.Dott. Francesco Giordano, le eroiche gesta di libertà del Generale, sempre in prima linea contro ogni forma di tirannide, del pensiero e dell'azione, e intende promuovere ogni iniziativa culturale e sociale àtta a rendere feconda la nostra Storia, che ci fece uniti e grandi dall'Alpe a capo Passero.
Viva Garibaldi, viva la Legione, viva l'Italia!

Catania 24 agosto 2017
Legione Garibaldina Coordinamento di Catania
 
http://www.legionegaribaldina.org/

lunedì 24 luglio 2017

Quando Bellini era Catania...



Quando Bellini era Catania...

Leggiamo dalle cronache di questi giorni che si assegna, in occasione del trentesimo anniversario, il premio "Bellini d'oro" (evento che fu importante per la nostra etnea città, ora culturalmente decadente) a... Berlino!   No comment. Anzi sì, perchè in certe circostanze è bello indugiare sui tempi che furono i quali, se hanno una utilità, come ci insegnarono i Saggi, è quella di indicare la Via verso l'avvenire. Mario Rapisardi "il precursore" secondo l'Hugo, Bellini il "Cigno" , dimenticati a casa propria?... Ecco come la Catania del 1951, popolo soprattutto non circoli plutocratici avulsi dalla realtà, lo celebrava in occasione del 150° dalla nascita. Rivediamo il video della Settimana Incom del 7\11\1951: notare le folle nonché il teatro massimo gremito fino all'ultimo ordine... "e il tacere è bello".